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Pubblicazione 08 Giugno 2010

Dissonanze 10

Palazzo dei Congressi, Roma (Dal 21 Maggio al 23 Maggio)

Trionfo del dark rave firmato Plastikman, fascinosa la sezione black music e qualche delusione per i progetti dubstep nell'edizione più importante del Festival fin'ora...
Dissonanze 10
Dissonanze 10

Dissonanze numero 10. Guarda caso lo stesso numero di edizioni raggiunto dal Primaverasound 2010 (di cui vi diremo più approfonditamente in un articolo dedicato). Non è a caso che citiamo l’happening indie più famoso d’Europa, perché, se in dieci anni di chitarre il festival barcellonese ha plasmato l’audience indie dei ’00, lo stesso si potrebbe dire di quello italiano per le elettroniche. Una sorta di Sonar de no’ artri, che, come tutti i festival nostrani, ha una connotazione e un target tutt’al più nazionale. Eppure, che festival, e che cartellone.

Quest’anno gli organizzatori ci hanno presentato quasi unicamente artisti che su queste pagine sono stati destinatari di spot e approfondimenti, gente che rappresenta il melieu e la crème internazionale dei generi di riferimento per tutta la stampa di settore, da Pitchfork a Wire, passando per Resident Advisor. Parliamo di Gonjasufi naturalmente, ma anche del talking blues di Gil Scott Heron, del soul e dell’r’n’b appena elettrificato in bianco di Jamie Lidell, il funk targato DFA del buon Tim Sweeney, il chiacchieratissimo e hypatissimo messicano Neon Indian - per non parlare di tre dei più interessanti emergenti già oltre il dub step, ovvero Martyn, Shackleton e un fuoriclasse della battuta creativa che risponde al nome di Kevin Martin. Il festival capitalizza e monta capitali soprattutto con act da ballo veri e propri, quelli che ti riempiono la sala principale del fedele Palazzo dei Congressi - ormai sede fissa, marchio di fabbrica e quadrifoglio di Dissonanze, da qualche edizione a questa parte. E, anche qui, non ci si è limitati a dare in pasto il dj alla massa: sotto due casse che fedeli e potenti che non hanno equivalenti in tutto lo stivale, si sono esibiti prima, in riscaldamento pre-techno, il trio di Moritz Von Oswald (tre che se li chiami vengono e sono sempre un piacere averceli attorno) e l’elettro artica di Pantha Du Prince (quello che con Black Noise ha portato al Polo Nord le intuizioni di Apparat, senza per questo suonare meno ibizenco); poi, in direzione djing puro di marca minimal berlinese, una schiera di androidi cresciuti a pane e Richie Hawtin, ovvero Troy Pierce, il giovanissimo Barem e il filologico Seth Troxler.

Naturalmente al festival c’è Re Hawtin in esclusiva con il mastodontico show Plastikman, quello fischiato al Time Warp - altro festival europeo capitale per il ballo. Una torre di led attorno alla quale l’uomo, dietro alle sembianze del suo moniker detroitiano, sprigiona tutta la dark side che sapientemente ha forgiato durante i Novanta, spremendola tra l’altro da un altro grande che proprio il giorno dopo fa da headliner del Festival, il Sig. Jeff Mills, il coloured dietro agli anelli di saturno, l’afrofuturista chiave del mitologico collettivo Underground Resistance, in pratica l’essenza Techno in persona. Poi, non tralasciamo Marco Passarani, che per l’italia è il dj house (ma anche techno) di nuova generazione più capace e intelligente della scena e, last but not Least, per la curatela delle cosiddette avanguardie, c’è il Bramante, anche quest’anno luogo di sperimentazioni e riverberi tosti con nomi eccellenti come Ben Frost a riprendere le fila del discorso Pan Sonic, Sunn O))) e Fennesz e prezzemolo Nico Vascellari con Niños Du Brasil, nuova trovata che riecheggia pratiche tropico-tribaliste tanto in auge.

Dissonanze 2010 ci ha regalato dunque la sua lineup migliore, mostrando senz’altro (e ancora una volta) la funzionalità del Palazzo per le esibizioni rave e mettendo, al solito, un po’ più in difficoltà gli artisti dell’ala più oltre cassa, confinati parte nel tetto dell’edificio e parte nell’infausta (per acustica e volumi) Foyer Aula Magna. La forza del Sonar, fin quando si teneva solo a Barcellona (quest’anno anche A Coruña in Galizia) era nella varietà di location tutte piazzate dentro la città vecchia, il principale difetto di Dissonanze sempre il medesimo: sole e terrazze di marmo potrebbero non essere il massimo per lupi notturni come Kevin Martin e i suoi King Midas Sound, un progetto in partenza non proprio da live e qui risoltosi in loffio karaoke dei due singer sopra le basi sparate e portentose della mente dietro a The Bug. Niente a che fare con un disco che si basava proprio sullo smoothing rarefatto, più che sull’attacco sonico.

Sempre nel terrazzo, Gonjasufi e Gaslamp Killer non hanno questi patemi d’ambiente, piazzano uno di quegli show auotoparodistici per il puro gusto di sabotarsi. In sala gli addetti parlano di un’idea di quintetto per il buon maestro yoga prevista per quest’autunno (al rampante festival Robot di Bologna? Vedremo…), ma con il compagno di merende la storia è tutta un’altra e suona come guardare il telefilm Novanta Wayne’s World: Gaslamp tritura basi trash di Queen, Black Sabbath e co., sulle quali Gonja mastica il tipico anti-rap che solo lui sa. Calato il sole e abbandonata l’idea del set elettronico, ecco che a Dissonanze si apre un sipario tutto suonato e tutto black: dal blues senile (ma fascinossimo) di Gil Scott-Heron (in elegante quintetto) si arriverà alla parodia involontaria della The Phenomenal Handclap Band, gente che suona esattamente seguendo alcune coordinate di moda ora: imitare pedissequamente un suono andato e goderne morbosamente gli aspetti kitch (vedi anche alla voce Ariel Pink). Per loro c’è disco music come per gli Yeasayer c’era il synth pop; poco prima, e per chi piace, Jamie Lidell, altro esperto – ma più raffinato - di ballo e black, si è dimostrato una volta di più quel bianco dagli occhi blu che canta come un nero, Sessanta e Settanta, Aretha e James compresi.

Tornando al cuore della proposta elettronica del festival, due risultati opposti per Shackleton e Martyn, entrambi nel Foyer. Il primo coinvolge e convince la sessantina di astanti con un mix tra layer lisergici e battuta frastagliata, memore degli scrosci e degli aspetti urbani del dubstep, ma ben oltre i cliché. Lontano dai Three Eps, il ragazzo, un bel po’ nerd con quei baffetti, è tutto per una trance acida e perciò abrasiva, tenuta con buona mano e coraggio fino alla fine. Martyn invece, basetta, capello moro laccato e orecchino, rischia ancora di più e fallisce, proponendo ai perplessi eterosessuali presenti in sala un mix tra battuta spezzata e una girandola di Ottanta trash, da Belinda Carlise a Madonna passando per certe cose veramente off che non stiamo a ricordarvi. La pista di svuota e il nostro s’incazza finendo per sbraitare ultrasuoni ai pochi rimasti. Bastava forse suonare come faceva nel Fabric 50, no?

Moritz Von Oswald
2009

E veniamo al Palomo più chiacchierato del momento: i Neon Indian dal vivo sono quattro che, se da una parte ci fanno parlare ancora di Ariel Pink (la chitarra live è esattamente presa dai suoi album di inizio Duemila), convincono con armi inattese e curiose: sotto il pestare della batteria rockish e delle tastiere invisibili della ragazzetta, Palomo sfasa il canto campionandosi dal vivo e cantandoci, facendo un playback di sé stesso. La band è spassosa, tutti vestiti in quel misto di Ottanta e stranezza a tutti i costi a seguire i ricordi di clip fagocitati da YouTube (qualcuno parla dei Tears For Fears e sarà, sì…). Il concerto è sia una perdita di tempo, sia uno show dal discreto fascino.

Toni in sfumatura di grigio che sono banditi nella pista principale, il Salone della Cultura, dove tutto è stato trascurabile (compresa forse la performance del Von Oswald Trio, trattato a inizio serata a mo’ di tappezzeria) tranne Plastikman. Richie Hawtin ha senz’altro superato se stesso con quest’idea di dj superstar girata al negativo. Gli occhi degli astanti sono storditi dal light show che forma un cilindro di luci attorno al dj completamente occultato. Dj che è presenza oscura, deus ex machina di un piano malvagio che soltanto chi gode del proprio bad trip può veramente apprezzare. Le critiche però non mancano: trenta e passa mila euro di cachet non giustificano un mix poco armonizzato nelle parti in decompressione, ma, a parte questo, sentire chicche come Spastik, Kriket, oppure una Krakpot in quel bombardamento sensoriale è veramente l’esperienza euro techno  definitiva, specie se vissuta nella Roma post-moderna con i figli dei gladiatori, le loro sigarette al posto delle spade, la stanza a riempirsi di gas fumogeni con ricordi ancora più terribili. E’ così che l’utopia del futuro apostolata da Detroit si è scontrata con la realtà: è successo nei Novanta e riaccade nel 2010 con la stessa paradossale forza.

Esperienza sociologica per Plastikman oltre che sensitiva, spettacolo per osservatori partecipanti, setting che il set di Jeff Mills non godrà né per pubblico né sonicamente. Sarà che il venerdì è sempre stato il giorno più gettonato di Dissonanze, che i ragazzi si sono spesi tutto, che alle cinque quando gli hanno spento la musica erano ancora al massimo dell’adrenalina, eppure il set di sabato, troppo perfetto, troppo cristallizzato nel suo tempo non regala gli stessi scossoni di un imperfetto Hawtin – che sul rovescio della medaglia è un pur sempre un grande Plastikman.

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