Pubblicazione 05 Giugno 2010

Pavement

Quando eravamo indie

Uno spettro si aggira per l’Europa e il suo nome è Pavement. Dopo un inizio da autentico ectoplasma, ora sta provando a rivelarsi...
Pavement

Forever Young

Non vogliamo recitare la parte odiosa di coloro che se l’aspettavano, ché a noi la dietrologia ha sempre disgustato. Però, nel momento in cui mettevi i dischi da solo di Stephen Malkmus, dei Preston School Of Industry, di Spiral Stairs e ogni altra robetta che - da fan: ma l’amore è cieco e non sordo - ci eravamo procurati speranzosi (o forse disperati), ecco, quando prendevi tutti questi dischi e li poggiavi su un piatto della bilancia, li osservavi volare in aria. Dall’altra parte c’era Slanted And Enchanted, c’erano la possibilità di essere serenamente arguti, sardonici e partecipati. C’era il momento definitivo di un percorso del college rock che si guadagnava lo scranno meritato, i riflettori a lungo scansati con quell’atteggiamento timidamente scazzato e l’understatement a scorrere nelle vene. Come i Nirvana, ma diversi.

Adesso, dopo aver raccolto testimonianze di un compitino svolto sui palchi britannici senza brio, ci troviamo davanti ad alcune date - nostrane e non - in cui lo sgradevole odore di “marchetta” tipico delle reunion pare scomparso. E' vero: ognuno fa quel che ci si aspetta da lui, inclusa la musica, e il dibattito sulla necessità di queste operazioni è di quelli che conducono lontano. Nondimeno, i Pavement sono di nuovo in circolazione a recitare se stessi, e pur nella bontà della musica proposta e delle esibizioni (serviva forse scrollarsi di dosso un pò d'acciacchi), resta un dubbio, un tarlo: se un atteggiamento fieramente indipendente avrebbe tollerato tutto questo, nell'Anno in cui il Punk fece il Botto 1992.

Aspettate a darci dei talebani. I Clash, finché Joe Strummer era ancora vivo, se n’erano ben guardati nonostante i milioni di sterline offerti loro. Ed erano dei punk da sempre sul libro paga di una major. Ognuno tragga le sue conclusioni in merito, ché il mondo è bello perché vario. Chi scrive preferisce pensare a quando Malkmus e soci riuscivano - mentre noi guardavamo “oltre” la nozione di rock - a coniugare un approccio svagato e in apparenza fragile alla materia (sul versante pop chitarristico, smembrato nelle sue componenti e ricostruito daccapo) con la robusta conoscenza del passato. Collocando un'altra pietra miliare sulla via della canzone "sperimentale ma anche appassionata" che corre dai Velvet Underground ai primi R.E.M. attraverso Fall, Sonic Youth, Pixies.

Conoscevano il segreto per proporsi in modo viscerale e autoironico, costoro, oscillando come un pendolo tra l’amore e il distacco: romantici e sarcastici al contempo e quanto talento puro serve per vivere su ambo i lati della strada con agilità. Ecco perché ci siamo abbandonati a lungo - e tuttora replichiamo la magia - a quelle robe sghembe, tortuose ma fischiettabili, suonate con una casualità studiata benché mai posticcia o forzata. Domandandoci quali sottotesti misteriosi si nascondessero dietro liriche confuse, quale realtà di annebbiamento sociale potesse partorire un’indolenza vocale che dicevi restia a comunicare; che quando lo faceva, manteneva il sorriso di chi la sa lunga e te la sta facendo sotto il naso.

Personaggi da una pagina di Douglas Coupland, magari. Più verosimilmente gente come noi, disinteressata alla carriera e a certe responsabilità; che lavora nel castello, ma più per sé che nell’ombra dei monarchi. In brani fratturati, gioiosamente caotici e ricchi di svolte pericolose, la bassa fedeltà di questi universitari americani troppo smart per non giungere lontano si è rivelata uno degli esempi più imitati. E per un fantastico, ragionevolmente lungo momento, ha funzionato a meraviglia.

Slanted? Enchanted!

Abbiamo nondimeno corso e urge riavvolgere la scalcinata C90 - del tipo che tanto piace a Thurston Moore - tornando nella California placida e sonnacchiosa di metà ’70. Ovviamente è a scuola che cementano la propria amicizia due ragazzi come tanti: dopo alcune false partenze, per un po’ Pavement non saranno che il progetto di studio guidato dai cantanti e chitarristi Stephen Malkmus e Scott Kannberg. Siamo nel declinare degli anni Ottanta, una stagione felicissima del suono indipendente a stelle e strisce che sta per chiudersi, essendo i suoi pilastri disciolti o entrati nel grande mondo senza vendersi. E che effetto, per chi se ne accorge, i primi 7” ed e.p. di quella che gradatamente diventerà una band a tutti gli effetti raccattando per strada Mark Ibold al basso, Bob Nastanovich a percussioni e tastiere e il batterista - un hippie quarantenne! - Gary Young.

Grafica caotica, giustapposizioni estetiche finto casuali che fanno bel paio con la musica, coacervo da mandare in visibilio i critici affamati di citazionismo e i fratelli maggiori degli spocchiosi indie-kids odierni: dinoccolata orecchiabilità tra storture Pixies, noise di scuola Sonic Youth e ruvidezze new-wave d’oltremanica (titoli dei brani e - lo ribadiamo - grafiche che sono smaccati saluti ai Fall; talune atmosfere che ricordano gli Swell Maps) e non solo. Manna che regge benissimo il riascolto d’un fiato - raccolta dalla Big Cat su Westing (By Musket And Sextant) nel ’93 (7,3/10) - a partire dalla You’re Killing Me degna di Wire intubati, dalla Box Elder favoloso bubblegum masticato allo sfinimento da Wedding Present e John Peel, dalla cingolata She Believes e dalla malinconia stridente di Perfect Depth. Citazioni dei Faust di Tapes, incrostazioni Electric Eels e ruggine Rocket From The Tomb si mescolano a disturbi sparsi dentro il tessuto sonoro come indizi da decifrare. Seguendo una logica perversa, da primi della classe che vogliono portarti al limite per saggiare la tua reazione. Sono passi registrati in necessaria economia e autoprodotti in un 1989 che pare lontanissimo e che creano un alone arcano rinunciando alle informazioni sulla line-up e accreditando le composizioni a "S.M." e "Spiral Stairs".

Dall’autoproduzione passano, in forza del clamore, all’attenta Drag City per i 45 e 12” che precedono, in parallelo allo stabilizzarsi della formazione e alle prime esibizioni dal vivo, il primo LP. A tutt’oggi, di Slanted & Enchanted (Big Cat, 1992; 9,0/10) colpisce l’abilità di padroneggiare affermati vocabolari altrui al punto di cavarne tonalità nuove, volando altissimi su una scrittura inattaccabile. Trentanove minuti e sette secondi da cui non sottrai nulla: non la Summer Babe che è anthem alla Husker Du per tempi nuovi; non gli episodi che incrociano Black Francis, Mark E. Smith e Lee Ranaldo (in ordine casuale: Trigger Cut/Wounded Kite At :17, In The Mouth A Desert, No Life Signed Her, Loretta Scars), non i Velvet del terzo lp ringraziati e ricordati con Zurich Is Stained e la sospensione finale Our Singer. Soprattutto non una Here che, ballata di paralizzante bellezza, omaggia cosciente gli Smiths ed è riluttante inno per chi desidera ancora rincuorarsi.

Pavement

Non lo capivi all’epoca, tuttavia era già un suono di “sintesi” che rintracciava nell’attitudine critica e nella solidità intellettuale i pilastri: la stampa si gettò così ai loro piedi e non poteva essere altrimenti. Duro, però, gestire qualcosa spinto oltre il passatempo e ne fa le spese Young, il quale non regge neanche il minimo di professionalità bastante ad affrontare il palco con sicurezza. Un mini-lp eccellente come Watery, Domestic ne saluta la dipartita, s’è fatto autunno e subentra il solido Steve West in una band da qui immutata. Lo stile si ripulisce e per qualcuno smarrisce verve: un errore, perché semmai incontra alla propria classicità felice di essere considerato pietra di paragone. Avresti quindi predetto, con buone probabilità di centrare il pronostico, che la replica Crooked Rain, Crooked Rain (Big Cat, 1994; 7,4/10) avrebbe segnato l’accesso nell’alta società. Sì e no: va bene l’approdo nelle charts statunitensi, MTV che s’inchina alle satire Cut Your Hair e - acquerello remiano di sottovalutata bellezza - Range Life (ma non abbiamo mai veramente capito quale fosse il bersaglio…) e altrettanto valga per “Rolling Stone”.

Ma vuoi mettere la congiuntura favorevole di un ’94 drammatico epperò fecondo, a giustificare la nuova sensazione? Se stelle erano, rimanevano nel sottobosco: parlavano chiaro le ruberie jazz (5-4=Unity è Take Five di Dave Brubeck), la pigrizia sexy di Newark Wilder e Gold Soundz, un Buddy Holly decontestualizzato in Silence Kit. Su tutto spicca la magistrale psichedelia aggiornata tramite liquidità, estasi e moderne moviole del calibro di Stop Breathing, di Heaven Is A Truck, di Fillmore Jive. Il quintetto, dopo, si mette in disparte a contemplare la “gloria” e inganna il tempo. Malkmus e Nastanovich collaborano al debutto lungo dei Silver Jews dell’amico David Berman nel mentre progettano di allontanarsi da ciò che sta per degenerare in clichè.

Coraggio che premia, perché se Wowee Zowee (Matador, 1995; 7,6/10) si porge eclettico e policromo da adombrare talvolta la penna e l’equilibrio, contiene comunque idee da regalare agli angoli delle strade. Un suono più brillante, la cura per il dettaglio - prima erano disturbi, ricordate? - e la ricchezza degli arrangiamenti giovano alla classe di Brinx Job, Best Friends Arm, At & T più che altrove. La band si concede sfizi come insegnare un paio di mosse ai dEUS (Kennel District) dopo aver omaggiato Alex Chilton (We Dance), alternando linearità e intimismo pastello (Father To A Sister Of Thought) e svagatezze (Grounded) tramite le pregiate mini-suite Fight This Generation e Half A Canyon. Paradosso confacente è che i Nostri proseguano sulla cresta dell’onda ricavando soldini ma anche frustrazione: al quinto Lollapalooza sono fuori posto e a pochi frega di quel che suonano. II gioco iniziava a non valere più la candela.

Terror At Twilight

Nella storia è accaduto continuamente: a un certo punto un gruppo si trova a un bivio. Deve scegliere se continuare a salire oppure altrimenti fermarsi, implodere per stanchezza, prostrazione, esaurimento delle idee. Film che va in replica anche qui. Il '96 si consuma in uno stallo interrotto soltanto dal mini Pacific Trim, non male e che in Europa segna il passaggio alla Domino, preludio alla lavorazione del quarto album con la presenza di Mitch Easter alla consolle. Si limita a farli suonare e accendere i microfoni, in sostanza, ma non è questo che fa storcere il naso di Brighten The Corners (Domino, 1997; 6,8/10). E neppure un’ulteriore accessibilità che regala vendite apprezzabili: è il riportare le lancette indietro di due dischi, l’assenza di una evoluzione che non convince. L’onestà mai messa in dubbio, disorientano il fiatone, una A Date With Ikea gag FM che non fa ridere, le troppe carinerie di un lavoro normale da parte di individui mai stati tali. Che, anzi, avevano dettato nuove regole per definire il concetto stesso di normalità.

Stanchezza è la ragione, e non aiuta un nuovo giro concertistico di cui si narrano mirabilie ma li sfibra in via definitiva. Aria di fronda, o per lo meno di “pausa di riflessione”. E, diciamola tutta, quante ne conoscete di coppie felici dopo di essa? Ecco: se c’è un momento in cui Pavement avrebbero potuto (dovuto) chiudere bottega, era l’estate 1998. Quando è ora di decidere, chiamano il già affermato Nigel Godrich a spargere fumo sopra la monotonia di Terror Twilight (Domino, 1999; 6,0/10). Affidatisi al mestiere, scampano l’autoparodia per un pelo. Non c’è però alcuna canzone di Spiral Stairs e ne puoi allora quasi parlare come del primo “solo” di Malkmus. Nulla ci toglierà comune dalla testa che i migliori Pavement dovessero esere cercati nel disco omonimo dei Blur, meraviglioso favore restituito come fu nel 1994 Expermental Jet Set Trash And No Star della Gioventù Sonica. I titoli di coda scorrono l’ultimo 20 novembre del decennio, allorché nella londinese Brixton Academy, Stephen teatralizza i saluti ammanettandosi all’asta del microfono: simbologia e finezza da piazzata condominiale che da lui non ti saresti aspettato, e benché la casa americana Matador annunciasse una messa in naftalina, chi aveva orecchie, intese.

Pavement

Ognuno restituito a sé, i ragazzi si separano e affrontano il trauma come possono e, da soli, si smarriscono nei meandri di cui in apertura. Più vicino a noi, ristampe “espanse” certificano la grandezza del trittico iniziale e il DVD Slow Century funge da lussuoso placebo. Il resto è storia di ieri l’altro: dischi sempre più inconcludenti, l’annuncio di spettacoli nuovamente insieme, un “best of” scarsamente significativo. La mezza età e le sue crisi sono del resto ardue da affrontare. Nondimeno, quel che fa sul serio riflettere della reunion sono la maturità e il classicismo di un (non) stile partito dal basso e giunto lontano, che a un certo punto si è raggomitolato e di superarsi non ha voluto saperne.

Bastava dirlo, avremmo preferito la nuda verità a un gioco di paraventi poco robusti andati rapidamente in frantumi. Scomposto nelle parti che sommate lo rendevano immenso, il suono dei Pavement è Genio scaduto in modestia impiegatizia. Oggi, alla luce della loro presenza su un palco, li guardiamo transumare da “il futuro? bah…” a “il futuro? beh…” con flemmatica dignità. Rimane un passato da Maestri cui tornare ogni volta che lo desideriamo, quello sì resistente a ogni riunione tra amici.

Scheda: Pavement

copertina pdf #91