I Cosiddetti Contemporanei
Pubblicazione 01 Giugno 2010

Re-Boot #5

Misticanza di mezza primavera
manzOni
2010

Folk, blues, funk, electro, cantautorato, pop, stoner, math, post, psych... Il setaccio che mensilmente immergiamo nel calderone del rock emergente nostrano ci restituisce pietruzze più o meno grezze, più o meno preziose, soprattutto diversissime per natura e intenzioni. Una vera e propria misticanza a base di gustosi germogli in diretta dallo schizofrenico orticello sotto casa. Andiamo a incominciare.

Se c'è qualcosa oggi che unisce i Perturbazione e i Thee Silver Mt. Zion sta nei veneziani manzOni. Gli ex Maladives, stella dei primi anni zero mai del tutto illuminatasi, tornano con un demo (Autoprodotto, 7.8/10) dove la voce del cinquantasettenne Gigi Tenca – cadente e incantata come quella di Tommaso Cerasuolo – declama-canta l'intimismo di un Piero Ciampi attraversato dal nulla metafisico della più densa provincia italiana, mentre i compagni d'avventura spargono mantra elettrici GY!BE che s'accumulano scarni prima di esplodere in campi bianchi senza rumore. L'esordio ufficiale dovrebbe giungere entro la fine dell'anno, lo attendiamo trepidanti: “e scrivo / …di campi di colza che non hanno bisogno di dio per essere così gialli!”.

Non di esordio ma di secondo disco si tratta nel caso di Jolanda, songwriter venticinquenne anglofona e anglofila che alle ultime novità femminili in materia sembra guardare soprattutto. Joan As Police Woman e Regina Specktor infatti nel suo Aubade (Autoprodotto, 7.2), venato di frangiflutti scuri, meccaniche da crepuscolo burtoniano e smaniosità come un PJ Harvey alle prese con il cabaret berlinese.  Nella parte è assolutamente credibile, e la scrittura supplice a qualche ammanco di personalità. Tuttavia, pur comprendendo la scelta idiomatica conseguenze alle influenze, vorremmo tanta espressività – in primis fonetica – alle prese con la nostra lingua. Ci provi.

Poche semplici note e un nome, Giuseppe, a corredare il progetto Good Lucifer Inferno per  il demo omonimo (Autoprodotto, 6.8/10) che comprende cinque pezzi. Di musica elettronica strumentale si tratta, piuttosto evocativa, per un songwriting crepuscolare con un codice genetico prettamente dark wave e onirico, che in alcuni episodi si movimenta abbastanza. C’è sintesi sufficiente nella produzione e nel progetto, e convincente variazione da fare pensare a margini buoni di evoluzione futura. Per ora non si può che definire molto promettente.

Da Genova provengono invece i Belzer, gruppo di una certa esperienza - già di supporto a Giorgio Canali -, con  l’album L’ultimo giorno d’inverno (Pirames International, 7.0/10); trattasi di band pop rock che possiede un suono di matrice prettamente anglofona (Cure, Radiohead, Coldplay, Beatles) e spiccata sensibilità italiana (gli Scisma i referenti principali ma anche Lucio Battisti o Paolo Benvegnù volendo fare qualche nome), per testi e melodie. Oscillando tra indie rock e songwriting, mostrano un gusto per l’armonia e una buona facilità espressiva; un sentire pop li caratterizza  infatti al meglio e non in senso deteriore, anzi. Non c’è infatti ricerca di particolare facilità ma piuttosto l’equilibrio tra gli elementi. Già sufficientemente bravi.

Andiamo adesso dalle parti di Bologna, con la neonata Monster Records. Curioso l'approccio della label: “La forma è quella di una cooperativa con lo scopo di giungere direttamente ai media e agli ascoltatori saltando i canali di distribuzione e di promozione classici. L'etichetta svolge semplicemente attività di comunicazione e servizio di vendita per corrispondenza dei dischi ma non finanzia né produce i dischi, che rimangono a spese e di proprietà degli artisti.” 200 copie per ogni CD e gli esordi di Brain In Vain e Morse Code a fare da apripista.

I primi sono un duo chitarra e batteria impegnati con Inner Crowd (Monster, 6.9/10) a trovare una personalissima via di fuga tra funk, blues, cadenze quasi math-hendrixiane racchiusa in una girandola di controtempi e rivisitazioni delle classiche dodici battute (Superimposition). I secondi arrivano direttamente dal catino iper-virtuoso e ormai ufficialmente defunto dei Caboto - si parla di tre dei sei musicisti che costituivano l'ossatura della band bolognese – e rinvigoriscono a suon di funk, post-rock, jazz, free, psichedelia, tempi dispari, una concezione di musica totale e decisamente sperimentale. The Night An Artificial Light (Monster, 6.7/10) impressiona, ai limiti dell'ubriacatura.

Ci spostiamo un po' più a nord con l'alt-country dei Dead Man Watching, che già ci convinse ai tempi del precedente lavoro autoprodotto, in virtù di un "farsene carico" intenso e disinvolto, come se il veronese fosse disseminato di highway che rosicchiano le frontiere e di front porch che raccolgono stanchezze e disillusioni. E forse, chissà, è davvero così. Fatto sta che questo Dead Man Is Coming To Town (Autoprodotto, 6.8/10)  è un ep che ripropone la formula senza mostrare cedimenti, una triangolazione Red House Painters-Mojave 3-Wilco che è garanzia di ballate e palpiti (splendida Les Moods), ma anche di qualche guizzo che ravvivi il falò (Love In The Afternoon). Canonici, ma adorabili.

Quanto ai Wheelman On Bushpig, sono Francesco Provengano e Marcello Fauci, due romani dotati di una prolificità spaventosa, visto che dichiarano d'aver messo giù una cinquantina di brani in neanche un anno di collaborazione. Hanno deciso di raccoglierne 6 per questo Nice Story EP (Autoprodotto, 7.1/10), un piccolo prodigio nel quale l'industrial compie strane mutazioni indie, stoner e math. Una formula che ti incalza (Shape) e circuisce (la title track), ti strattona con garbo Motorhead (Climb & Collapse) e ti spalma di delirio e frenesia (Smooky Scream). Una realtà che attende solo la breccia giusta per imperversare.

Anche per questo mese è tutto. Ci rimettiamo in ascolto.

copertina pdf #91