Canebagnato è un'etichetta milanese tanto piccola quanto accanita. Come ce ne sono tante, d'accordo, ma intanto può vantare un logo dall'appeal irresistibile, come del resto la ragione sociale. Poi c'è la dignità di chi oppone alla povertà dei mezzi la cura delle proprie idee, la cocciutaggine di chi sceglie l'autunno come stagione di riferimento malgrado il volgere delle stagioni (una stagione buona per tutte le stagioni?), il sogno utopico - o la toccante velleità - di restituire al disco (al cd) un'identità e un senso al gesto di acquistarlo. Così da "creare qualcosa d'importante (...), almeno per qualcuno".
E infatti, se il roster non è particolarmente affollato (ad oggi conta otto artisti), è vero però che nomi come Mauve e Gabriel Sternberg ti accendono ricordi particolari, sono piccole insidiose promesse che non hai mai smesso davvero di aspettare. Una strategia non eclatante, che non vuole spaccare in due l'onda né aggredirti come un siluro underground, ma fieramente galleggiare. Perché la qualità, come la cacca, non va a fondo. Ritorna sempre, è tenace e nutritiva, sfida il tempo e l'indifferenza del momento. In questo senso è piuttosto significativo il caso di Paolo Tedesco da Mazara del Vallo, che nella vita reale fa il venditore di auto e nell'altra si è inventato questo progetto Clouds In A Pocket. Inizialmente faceva da solo, poi ha finito per coinvolgere un manipolo di amici tra cui - tra gli altri - Christian Alati.
L'esordio Ten Blown Feathers (6.9/10) propone folk declinato pop in maniera parecchio accorta per non dire apprensiva, sembra quasi che Paolo cammini su un pavimento di cristallo di boemia e invece sono trepide palpitazioni col santino dei Beatles nel taschino. Non a caso la traccia numero 2 porta il titolo di John Winston Lennon, non mancando di ammiccare a Working Class Hero, mentre Lullaby sembra un miraggio sospeso tra le beatlesiane Blackbird e Goodnight. C'è però che tanta devota delicatezza cova una passione consolidata, capace di ispessirsi all'improvviso tra inquietudini e slanci (Tunafish Can For Lunch, Oh, Elizabette!, Hannibal Lecter), riuscendo a ritagliarsi una dimensione propria e persino robustella.
Ancor più emblematica è l'iniziativa Box Series. Trattasi di lavori di esordienti o side project editi in custodie di cartoncino riciclato, la grafica generosa al punto da stupire (eh, il fascino tattile della serigrafia...) e in un caso c'è pure una sorpresina che non sto a dirvi, se no ve la guasto. La confezione smette di sembrarti un pur gradevole guscio quando fai girare i dischetti nello stereo e ti accorgi che tutto si tiene, che ci sono impronte folk-pop tatuate nell'immaginario meritevoli di periodico riciclaggio, giacché il suddetto immaginario è anche - soprattutto? - questione di ritorni e ripetizioni, di ipnotica inesauribilità.
Due le uscite sinora, simili nello spirito ma eterogenee per forma e sostanza. E' frugale ma intensa la proposta del cagliaritano Andrea Cherchi, che col moniker WAS esce dalla cameretta dei sogni cantautorali per sfornare l'esordio After Dinner (7.0/10), sei tracce di folk acustico (al bisogno c'è una tromba, un violino, un synh e un pizzico d'elettricità) sbilanciato dreamy (prezioso in tal senso il contributo vocale di Sara Cappai). I pezzi se la giocano tra ritrosia e incanto, palesando una certa discendenza sixties tanto palpabile quanto comprensibile, ma anche una sorprendente emulsione emotiva che sembra ricavata da dei My Bloody Valentine disidratati. Fatto sta che almeno Somebody Thinks To Know e Wakefulness squadernano l'intimismo con morbidezza implacabile, sono i tipici pezzi che lavorano in sordina impreziosendo i grandi album. Non resta quindi che aspettarlo, un album dei WAS da impreziosire.
Quindi, signore e signori, c'è nientemeno che Peckinpah, alter ego - più che moniker - di Lorenzo Bettazzi, già noto per il suo lavoro come bassista per gli Zenerswoon. That's All Bad Folk (7.3/10) è il suo secondo titolo in solitario, di nuovo nel segno di un folk ombroso venato blues e psych, ad alta intensità emotiva come un fucile puntato appena dietro l'angolo, tuttavia portatore sano d'un lirismo speranzoso come chi getta comunque lo sguardo verso il migliore orizzonte possibile. Diciamo subito che Elle è un pezzo fantastico, ponte gettato tra il grunge acustico, i Gun Club e le pensosità salvifiche del post-post rock. Per il resto assistiamo ad abili declinazioni contemporanee di congetture Fred Neil (Drunken Lover), Nick Drake/Tim Hardin (None Of Them) e Graham Nash (In The Meantime). Con Call Me A Believer e The Seed si alza la temperatura, la prima essendo una melmosa retrovisione tra Small Faces e CSN&Y, la seconda una preveggenza beatlesiana di Mark Lanegan, mentre Grinder chiude il programma nella semplice intensità del piano-voce impastando particelle Mark Kozelek e Jackson Browne. Un gran disco, ma non ditelo troppo in giro.
Scheda: Peckinpah, Clouds In A Pocket, WAS