A guardarlo bene sembra il Lucio Dalla degli esordi. Saranno forse i maglioni sdruciti che indossa nelle foto ufficiali, la barba lunga, il fisico tarchiato o l'occhio vispo. Un animo da fricchettone che ha molto a che vedere con l'indole del personaggio ma anche con la sua “seconda natura” vissuta da cantante dei Mariposa. Loro, davvero, figli adottati dei Settanta. Gente che tra ironia sottile e ritorni al prog, messe in scena ai limiti del demenziale e virtuosismi, i pantaloni a zampa d'elefante e le Clarks marroni non le ha mai archiviate. E il Nostro, in questo senso, non fa eccezione, visto che di pari responsabilità si parla quando si tratta di definire l'immaginario del gruppo bolognese: Gabrielli, Giusti, Marchi, Orvieti, Canè, Cimino a curare la linea editoriale, Fiori a dare forma a una poetica surreale che è un po' il tratto distintivo della formazione bolognese.
La stessa che ritroviamo anche nel suo Attento a me stesso, spogliata dal divertissement dei Mariposa e indirizzata verso il folk e la canzone d'autore. Anche perché quando si parla di Alessandro Fiori ci si riferisce soprattutto a un cantautore, pur sopra le righe: “Credo d'essere un cantautore. Sono sia cantante che autore. Canto e autoro. Non so cosa ho mutuato dai colleghi del passato, senz'altro qualcosa. Oltre che dai vari Tenco, De Gregori, Dalla, Gaber, anche da Venditti, da Masini, da Paoli, da Cocciante, da Bennato, da Daniele eccetera eccetera eccetera. Ascolti e vivi, assorbi e rielabori, senza saperlo. Da quando l'ho conosciuto, mi sento molto vicino a Ciampi. Forse anche a certe cose del Jannacci più solo e disperato. In questo disco le influenze più dirette sono state Ivan Graziani, Manuel Agnelli e i cari Marco Parente e Paolo Benvegnù. Ma mi pare inutile far presente che il mondo di Attento a me stesso non è lo stesso di questi artisti citati.”
La dimensione autobiografica diventa la chiave di lettura per interpretare l'immaginario dell'artista toscano. Lo è per la musica – a tratti sognante, a tratti minimale -, per i testi delle canzoni e anche per i mini-racconti che Fiori colleziona sul suo sito ufficiale. Questi ultimi spaccati di vita vissuta in cui si mescolano l'amarezza per una passato popolare che non c'è più e una certa ironia da osteria. In questo senso, comprendere il lavoro di Fiori significa decifrare un intreccio di malinconiche leggerezze che descrivono una quotidianità sotto spirito, aliena, spiazzante. E in cui spesso è l'infanzia che rielabora il peso specifico dei sentimenti: “Io non voglio piangere / per riempir di lacrime una vasca / che reclama ancora quei miei occhi / la testa coi pidocchi / gli sbucci sui ginocchi / non ho più il cuore ché un bambino, col secchio, me lo ripesca ogni or / perché sta fermo”. Anche se il musicista, a tal proposito, stronca di netto ogni ipotesi di revivalismo romantico: “L'infanzia non è un metro di giudizio, è un burrone nero. Credo che in fondo ci sia tra l'altro dell'encomiabile merda. Io mi riallaccio facilmente a certi modi di vedere le cose perché sono rimasto un po' bambino, o meglio, perché da bambino ero già un cantautore-filosofo in miniatura.”
Al di là dei punti di vista più o meno coerenti e delle sensazioni di chi scrive, resta comunque un disco riuscito, capace di raccogliere impressioni profonde e linguaggi musicali tra i più disparati (folk, jazz, arrangiamenti classici, ruvidezze o magari la musica rinascimentale del "Tu riposa un po' mentre faccio il borderò" che si ascolta in 2 cowboy per un parcheggio). Merito anche di un gruppo di illustri collaboratori che raccoglie Alessandro Stefana (“Devo moltissimo ad Asso. Mi ha aiutato in un brutto momento. Poi è il produttore artistico, ha registrato, ha dato il là ai missaggi."), Danilo Gallo e Zeno De Rossi (“Si sono prestati praticamente a scatola chiusa”), Marco Parente (“Avere Parente alla batteria è davvero una rarità!” ) e Enrico Gabrielli (“E' una specie di fratellino musicale”). Oltre ai curatori del progetto grafico Marino Neri ("il disegno di copertina l'ho trovato da subito perfetto”) e Chiara Scarselli e al binomio Giacomo Fiorenza/Giovanni Versari dietro al mixer.
Scheda: Alessandro Fiori