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Pubblicazione 23 Maggio 2010

?Alos, Void Ov Voices

Spazio Spettacoli San Pietro in Vincoli, Torino (14 Maggio 2010)

Stefania Pedretti e Attila Csihar in due performances dagli esiti decisamente opposti
?Alos
Luca Barachetti 2010

Inserito tra gli eventi Salone Off del ventitreesimo Salone del Libro di Torino e organizzato dalla compagnia Il Mutamento Zona Castalia, il mini-festival Il Tempo del Tempo che si può fermare offre cinque giorni di teatro sperimentale e musica all'interno del suggestivo scenario dell'ex cimitero di San Pietro in Vincoli – luogo assolutamente sconosciuto prima per chi, come il sottoscritto, non è torinese. ?Alos e Void Ov Voices si dividono il palco durante la seconda serata, per una doppia performance che potrebbe essere presa a modello di ciò che è meglio fare o non fare quando l'obiettivo è la sperimentazione.

Al di là infatti di ogni estesa e necessaria riflessione sul significato del termine oggi, è la credibilità il concetto-cardine attorno a cui girano esperienze come quelle in programma. Discrimine in positivo per Stefania Pedretti che nella sua performance lunga il giusto (non più di mezz'ora) si alterna fra elettrica e corpo, talvolta con l'aiuto di alcuni scampoli preregistrati, e ripercorre quelli che sembrano i nodi fondamentali di una ricerca fino ad oggi proficua nei risultati e mai fine a se stessa. La prima parte la vede alla prese con la chitarra, da cui ricava bordoni tellurici tutt'altro che casuali, sui quali s'innalza il solito cantato preverbale ricco di sussurri e grida uterine come di momenti di autentico noise vocale. Nella seconda parte invece è lei stessa a far vibrare, grazie ad una serie di movimenti corporali assai prossimi alla danza, dei campanellini e altri ammennicoli sonori appesi sui lunghi dreadlocks e sulle mani. L'effetto è quello prenatale e onirico di una primigenia apertura al mondo, ma continua una ritualità che dall'iniziale condivisione di una scodella di vino con i presenti termina in un'accennata figura a uovo, possibile confine – azzardiamo – da cui ripartire verso altre esperienze già in atto. E soprattutto chiude l'immersione in una performance nella quale femminilità, subconscio, ancestralità e catarsi sono un tutt'uno, segnale distintivo di un percorso ostico ma estremamente comunicativo qualora si sia disposti ad accettarne i presupposti.

Di tutt'altra misura invece l'esibizione di Attila Csihar dei redivivi Mayhem, qui alla prese con un progetto che vorrebbe mettere al centro dell'attenzione la voce se al contrario non scadesse in un siparietto a dir poco stucchevole. Riempita la sala di un fumo sepolcrale alla vista ma dolciastro all'olfatto – è lo stesso che usavano i Pooh ai bei tempi – l'ungherese si presenta bardato di cappuccio e mantello tipo Darth Vader con tanto di teschietto e cerini d'ordinanza. Non ci sarebbe nulla di male se poi non avviasse un brano dalla durata interminabile dove la sovrapposizione di loop vocali è solamente accessoria alla mera prova di forza della voce del titolare stesso, il quale pare lanciare chissà quali strali mortiferi, ma tanto parlando in ungherese nessuno lo capisce. Il sottoscritto resiste una ventina di minuti e poi se ne va. A dire il vero con l'amaro in bocca, perché come parodia del prode Anakin passato al Lato Oscuro della Forza Csihar non fa neanche tanto ridere. Qualcuno glielo dica.

copertina pdf #91
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