C’è il pubblico delle grandi occasioni per il ritorno dei Liars all’Init ma l’inusuale calca all’ingresso dimostra anche che ormai il terzetto americano ha definitivamente acquisito lo status di band di prim’ordine.
Ad aprire la serata sono i Fol Chen, quartetto californiano sulla bocca di molti ma che in realtà sembra mostrare la corda sin da subito. Con una miscela piuttosto banale di indie schizzato, wave bislacca, post-punk che vira spesso verso il p-funk con solito scambio vorticoso di strumenti e ruoli e una voce in falsetto che è a dir poco fastidiosa, i quattro non riescono minimamente a evitare la noia già dopo qualche canzone. Ce ne ricorderemo soprattutto per l’affascinante tastierista.
I Liars si affacciano sul palco poco più tardi e in formazione allargata, con due membri del gruppo spalla a suonare seconda chitarra e basso. Fatto quest’ultimo non trascurabile, dato che libera Angus Andrew da incombenze strumentali permettendogli di agire da vero e proprio frontman. È lì, infatti, il centro nevralgico dello show, nella figura allampanata e incendiaria del cantante completamente vestito di nero, al centro del palco, pronto a catalizzare su di sé l’attenzione del pubblico mentre mette in scena una pantomima continua, tra il buffonesco e il demenziale, si dimena, prova passi di ballo piuttosto improbabili, s’improvvisa sensuale e ammiccante tra pose spastiche e retrò.
Tutto intorno, composti e apparentemente distaccati, i degni compari storici Julian Gross e Aaron Hemphill e i due occasionali, ci danno giù saccheggiando il nuovo Sisterworld, così come i classici dei primi dischi, A Visit From Drum e We Fenced Other Gardens... su tutte. La perizia strumentale è ormai stranota, così come l’affiatamento e l’interplay che permette di piegare i pezzi in versioni più ampie, diversificate e free quasi preferibili alle registrazioni affidate al disco. Quando poi i tre, e solo loro, si ripresentano sul palco per il bis, esce tutta la malattia che da sempre ne contraddistingue la produzione musicale: Be Quiet Mr. Heart Attack! e Broken Witch ci lasciano sempre più esterrefatti di fronte ad una band più che mai sorprendente, pienamente padrona del palco, matura verrebbe da dire se non ci fosse sempre lui, Angus Andrew con quella sua aria gigionesca a dissacrare quello che i suoi compari architettano. Lunga vita ai bugiardi.
Scheda: Liars