Drop Out
Pubblicazione 01 Febbraio 2008

Sit&Go

L'eredità della Touch&Go

Una fioritura di gruppi nuovi di pacca, addirittura etichette intere che si rifanno ai suoni dei Jesus Lizard, la T&G fa storia tutt'ora...
Shellac al 25simo anniversario Touch & Go
Shellac
Caitlin Ford 2006
Shellac al 25simo anniversario Touch & Go

Come dei novelli Michael J. Fox in Ritorno al futuro, è il caso di mettersi comodi – maglietta a righe orizzontali, occhiale a montatura grossa, Converse rosse – e osservare il panorama. La musica ha sempre vissuto (e speculato) della propria gloria passata. Ma nel 2007, in modo particolare, si è registrata una tendenza che va al di là della necrofilia che accomuna band e ascoltatori di tutto il mondo (“Qual è la band migliore del mondo? I Beatles, i Doors o i Nirvana?”). Signori, bentornati nell’Epoca D’Oro, nel ghetto alternativo degli anni Novanta. Quello che viveva da clandestino in un mondo in cui la gente canticchiava rassegnata che, in fondo, “comunque non importa”. Quello che aveva imparato a memoria la lezione no wave e cacofonica degli anni Ottanta – altro passo indietro nel tempo – estremizzandone gli aspetti più iconoclasti. Quello che aveva una sorta di bandiera nella più indipendente tra le etichette indipendenti, la Touch&Go.

Mai come quest’anno c’è stato un ritorno alla dissonanza come filosofia artistica. E sì che, solo poco più di un anno fa, il disco degli Uzeda suonava come una poderosa fiammata postuma di un gruppo che solleticava nostalgia e nulla più. Ma oggi sembra proprio che il “come eravamo” sia stato attualizzato in un “come siamo”. Da band storiche di quegli anni, come i Don Caballero o gli Storm&Stress, germogliano altre band che, pur lontano dalla casa-madre T&G, negli ultimi dodici mesi si sono imposte all’estetica dell’indie come robe nuove, moderne ed eccitanti, quando in realtà non fanno altro che riproporre un suono che negli anni passati era stato surclassato da una mandria di indie rock sfigato, cantautorato stonato, glitch annoiato.

Ma l’eredità della Touch&Go va ben al di là di una semplice moda passeggera che tocca le casse dello stereo come la marea lecca la battigia della spiaggia. A pensarci bene il concetto di dissonanza acrobatica e soluzioni strumentali meno convenzionali l’abbiamo ritrovata sempre, disseminata abilmente nelle avanguardie sonore – maldisposte verso compromessi col pop – rappresentate da etichette come Kranky, Constellation e la nostrana Wallace Records.

Il movimento cosiddetto “neo T&G” (le virgolette sono d’obbligo in questo caso), invece, pur conservando diversi episodi – peraltro riusciti – di fedeltà alla linea e anzi estremizzazione dell’estremo, in alcuni casi non ha paura di contaminare la propria irreprimibile indole sperimentale con aperture melodiche che se non fanno pensare al pop – tutt’altro – comunque fanno registrare un cambiamento di rotta – che comunque non svilisce la propria storia – da non sottovalutare. Un dettaglio ancora in fase embrionale che però ci porta a giudicare il suono Touch&Go ben lontano, ancora oggi, dal cristallizzarsi in una formula ben definita, anzi in grado di rinnovarsi e fiutare lo spirito del tempo. Come prima, più di prima.

Qualche domanda

L’urgenza di ciò di cui vogliamo parlare nasce da alcuni dati e da alcune domande. Di innegabile abbiamo una quantità fino a un paio di anni fa inimmaginabile di band che non si sentono in imbarazzo a riproporre un suono già martoriato da più di quindici anni; ciò che stupisce però non è tanto la loro presenza, pur massiccia, ma l’accoglienza che hanno avuto – dal pubblico, sì, ma anche da quella forma di pubblico che è la critica – e la mancata relegazione nell’ambito della nostalgia canaglia. Anzi, paradosso dei paradossi, alcune band pese del biennio 2006-2007 risultano addirittura quasi una boccata d’aria fresca. Per iniziare, riascoltatevi Epic Fits dei Pre (Skin Graft) – ma anche il quadruplo split (uscito per la LovePump Unlimited) condiviso a fine 2006 tra gli altri con i più noti Aids Wolf. Ciò che ci interessa non è la veemenza muscolare della loro musica, né la presenza di tratti distintivi come il doppio basso o altri simil-vezzi del genere. Quel che fa discorso è che i Pre sembrano frizzanti, come si diceva parlando di contraddizioni, ultraderivativi ma freschi, anche perché poco musoni. E questa è cosa su cui sciogliere i cani poliziotto interrogativi.

Cotanta carne al fuoco, però, per essere cotta secondo criterio, ha bisogno di qualche chiarificazione. Da lì la seconda question: cosa intendiamo, precisamente, quando ci riferiamo al suono Touch&Go dei Novanta? La questione può sembrare una finezza fuori luogo, quando si parla di gente pestona, ma è altresì vero che da quella gente ci ha abituato, nella selva delle distorsioni, alla raffinatezza. Nella Touch&Go coesistevano anime diverse; tra Ottanta e Novanta c’erano esponenti come i Rapeman da un lato e come gli Slint dall’altro, che, pur rispettandosi a vicenda (leggetevi la splendida recensione di Spiderland scritta da un’entusiasta Steve Albini, conclusa al momento del voto da un espressivissimo “Ten Fucking Stars”), erano piuttosto lontani. O forse, per andare al cuore della faccenda, il paragone varrebbe più tra Slint e Jesus Lizard.

Eccoci al punto. Il suono di cui disquisiamo non è sicuramente un monolite; non si può citare un nome solo; ma se esiste un polo di aggregazione attorno al quale orbitare, quello è legato agli stilemi inventati dal gruppo di Yow e Denison. Il motivo immediato è la loro storia; i Jesus Lizard accorpavano infatti l’esperienza di Scratch Acid e Rapemen; i secondi ci riconnettono con Albini, alla formazione che ha succeduto proprio i Rapeman, gli Shellac, ulteriore veicolo del nostro discorso, perché tramite col math-rock, e da lì ancora un poco più in là col post-rock. Inoltre gli Shellac esemplificano un altro fenomeno, per cui, oltre alla congerie di gruppi di nuova formazione, l’anno appena trascorso ha visto esporsi musicisti che quel suono oggi oggetto di revival l’hanno creato o contribuito a creare. Forse che i giovani hanno fatto meglio dei vecchi? Ma fuori i nomi adesso!

Figli e figliocci

Probabilmente i più grandi fra i giovani pretendenti al trono dei Jesus Lizard (ma anche degli Shellac, per dirla alla Veltroni) sono gli Charlottefield, bulli inglesi che sfoggiano (con What Are Friend For, Fat Cat Records) muscoli assortiti come nessuno, al giorno d’oggi, sembra essere in grado di fare, per lo meno con la stessa ferocia. Qualche svisata melodica in più rispetto ai padrini del noise-core, stesso impatto devastante (matematica messa a disposizione del rumore), stessa esaltazione, al massimo qualche flirt “retrò” con il post rock degli Shipping News. Se nel 2008 riprenderemo in mano quella vecchia Fender Jaguar che langue nel garage da quel lontano 1995, sarà un po’ merito anche loro. Per la verità, oltre ai Lizard ci sono i Melvins.

Il Teatro degli Orrori
Fabrizio Zampighi 2008

E i Nirvana di Bleach. Tutte band che prendono a piene mani dal calderone post hardcore degli anni Ottanta. I Pissed Jeans sono figli di quella scena, e con Hope For Men sembrano lanciarsi in un brutale de profundisdella musica tutta. Un frullato di basi stoner e attitudine garage dove triturare speranze e redenzioni attese e mai realizzate, che se ne fotte se non è up to date con lo schifo che ci circonda, e che anzi mostra sorridendo il dito medio mentre la tua spocchia segnala le infiniti ruggini di un genere dato per spacciato troppo in fretta. Un disco, insomma, che non poteva non essere marchiato Sub Pop. Gli Intelligence forse non sono pienamente assimilabili nel classico muro sonoro brevettato da Duane Denison. Il loro ultimo disco, Deuteronomy(In The Red), è un lavoro che ammicca un po’ di più ai primissimi Fugazi piuttosto che ai Lizard. Fatto sta che, quantomeno nell’approccio, sempre di brutalità si parla.

E anche i Pyramids li inseriamo in questa lista, benché meno metallici e rasposi degli altri colleghi qui presenti. Ma non c’è dubbio che tra le ispirazioni del disco eponimo (Domino), ci sia anche un certo modo di intendere il rock. Poi ci sono anche quelli che declinano il verbo T&G come lo farebbero i Metallica, cioè gli Austerity Program, un duo basso/chitarra uscito con il disco d’esordio Black Madonna(Hydra Head), ma anche un progetto meravigliosamente pacchiano. Imitano Lars Ulrich con una drum machine (!), smanettano con le distorsioni manco fossero manopole di un videogame, alzando i volumi come i tamarri mostrano i muscoli mentre camminano in spiaggia d’estate. Hardcore a mille all’ora, chitarre come rasoi, voci come scimmie in un girone dantesco. Kill ‘em all, diceva qualcuno. And justice for all. E non si può dire che in tutto questo marasma dissonante l’Italia stia a guardare.

C’erano una volta gli One Dimensional Man; ora parliamo di Il Teatro Degli Orrori (il cui disco d’esordio è stato pubblicato dalla Tempesta, etichetta capitanata dai Tre Allegri Ragazzi Morti). Una band leggermente rimescolata (Capovilla alla voce, Favero al basso, Jonathan Mirai dei Super Elastic Bubble Plastic alla chitarra e Francesco Valente alla batteria), stessi suoni di allora. Jesus Lizard – sempre loro – che rifanno De Andrè. Il risultato è un carrarmato di rock come dio comanda. Perché i quattro optano per l’italiano – una scelta a suo modo epocale – e pestano sodo sugli strumenti. Sempre in Italia, un prodotto che fa parlare di sé più in America che nel Belpaese è The Crying Mary (Radio Is Down) dei siracusani Suzanne’s Silver, un altro matrimonio tra Shipping News e Shellac. Dissonanze muriatiche, voci abrasive, melodie figlie del blues, il tutto tenuto insieme dalla mano ferma di Sacha Tilotta al banco mixer. Un lavoro che suona vero, brutale, intransigente, matematico. L’Italia a volte sa masticare il verbo T&G meglio degli stessi americani.

C’è poi chi dei Lizard riprende molto e lo fa con una credibilità e una passione che ci lascia senza fiato. E che ci coinvolge fino in fondo. Come i Fuckvegas. Probabilmente una delle band più brutali dell’intera italica scena. Escono con FuckFuckVegasper la Go Down Records, ed è quanto dire sulla portata valvolare del discorso. Come ha acutamente scritto a suo tempo il nostro Stefano Pifferi, “da buoni adepti al culto del rumore i FuckVegas non si limitano semplicemente a stuprare gli Unsane, violentare i Jesus Lizard, seviziare i Surgeryper rendere il doveroso omaggio ai padri fondatori; affondano invece il colpo grazie ad un notevole eclettismo che li porta ad inserire nel corpo morto del noise rock elementi esterni”. Noise, doom, stoner, persino – ohibò – elettronica, sotto la supervisione di Giulio Favero. Infine ci sono i Venezia. A sentirli non diresti nemmeno che si tratta di tre sbarbatelli di 19 anni.

Il problema forse è che qui in Italia viviamo in una gerontocrazia, per cui se sei giovane davvero ti guardano con un misto di sarcasmo e pregiudizio che è la vera causa del declino tricolore. Hanno pubblicato un disco strumentale autoprodotto che è quasi un miracolo. I tre, infatti, traghettano la musica noise (post? psycho?) verso orizzonti squadrati, matematici, complessi. Porta in dote una serie di brani che dal vivo ci piace immaginare mentre mettono in scena l'inferno in terra. Lima le asperità con melodie figlie dell'indie anni Novanta. E mostrano una verve compositiva che a Chicago se ascoltassero questo cd autoprodotto ne farebbero un manifesto di stile e potenza.

I nuovi vecchi

Restando a Chicago, lo spunto per qualche nota negativa non manca. Forse fa specie ammetterlo, proprio perché era prevedibile, ma il nuovo disco degli Shellac, Excellent Italian Greyhound(Touch&Go), è del tutto prescindibile; proprio la prescindibilità di un gruppo di nuovi “anziani” ci dà però l’occasione per un discorso un po’ più ampio. Nella fiera delle vecchie conoscenze, la lista è davvero lunga –Dave Scott Stone (Slug, Melvins, Unwound) in tour con Joe Lally, Shannon Selberg (dei Cows) con gli Heroine Sheiks, gli ex componenti degli Hammerhead confluiti in nuovi (?) progetti come Vaz e Todd; ma il criterio non può essere l’imprescindibilità dell’ascolto – a meno che non si voglia fare una strage; già così c’è chi non si salva (ascoltate il disco del 2006 degli Helmet e capirete cosa intendiamo). Qui come forse si sarà notato abbiamo però cambiato prospettiva – anzi, scuderia – e dalle memorabilia T&G siamo passati alla Amphetamine Reptile, etichetta a torto considerata appiattita sul noise più becero, perché in realtà sfaccettata al suo interno – basta scorrere alcuni nomi per rendercene conto, uno su tutti i Brainiac (e, a questo proposito, anche gli Enon quest’anno sono tornati).

Cover Mirrored
Battles
2007
Cover Mirrored

Come la T&G; sfaccettata ma riconoscibile. Per la Amrep uscivano gli Unsane, innovativi allora (anche se pure loro discendenti dalle fondamenta Big Black), oggi – con Visqueen – un po’ macchinosi, ma comunque più convincenti di un paio di anni fa; l’etichetta che li ospita ora è la Ipecac, nome fondamentale per capire la carrellata in corso, innanzitutto perchè è gestita da Mike Patton, poi perché raggruppa forse in modo più diretto quel che resta della Amrep – Melvins su tutti – e quel che vorrebbe esserne il proseguimento (insieme ad altre label, come la Lovepump United); soprattutto, per rientrare in tema, perché raccoglie i cocci proprio dei Jesus Lizard – e infatti il frontman dei Qui (la cui label è la Ipecac, appunto) è nientedimeno che David Yow. Certo c’è anche chi alla fedeltà al gusto musicale ha preferito andare oltre. Denison già a metà dei Novanta aveva fondato con Jim Kimball i Denison Kimball Trio (duo parajazz memorabile), e oggi fa parte dei Tomahawk – anche loro all’attivo nel 2007 - insieme a Patton e John Stanier (ex Helmet), a confermare l’oscillazione in casa Ipecac tra l’ospitalità ai reduci e la loro rigenerazione. 

E alla fine, in materia di rinnovamento, facendo perno su Stanier, è impossibile scrivere qualcosa che parla del 2007 (e di ambiente post-T&G) senza citare i Battles – che, guarda caso, raccolgono lo stato di grazia di Ian Williams, una volta Don Caballero e Storm&Stress, cioè parte del meglio targato T&G. Anche in questo caso usciamo dal suono spastico e deviato di cui abbiamo parlato fin ora, ma solo per ibridarlo – in modo efficacissimo, secondo chi scrive – con le invenzioni di Tyondai Braxton.

E un discorso altrettanto lontano, altrettanto vicino è da fare con i Talibam! di Kevin Shea (l’altra metà degli Storm&Stress); finalmente si può abbandonare la nostalgia, riprendere a consigliare dischi che saranno ricordati come del 2007. E provengono spesso da “supergruppi” di “reduci”. Vorrà dire qualcosa?

Onde lunghe e modernariato

Una cosa da dire, a parziale ridimensionamento di quanto appena detto, e che anche i Jesus Lizard, volendo, furono un supergruppo, come abbiamo detto. Pure il post-rock è stato solcato da assembramenti di gente già spesa in progetti efficaci – e in molti conosciamo a menadito l’albero genealogico che partì dagli Squirrel Bait. Del resto la deframmentazione del post è anche figlia della dimensione “progetto”, più che “band” vera e propria. Però c’è un però e una importante distinzione. Il problema del post-rock è forse che non ha avuto la necessaria soluzione di continuità che ne permettesse un revival, ma ha continuato ad adagiarsi su un’onda lunga che non si è ancora esaurita – ma che porta all’esaurimento l’ascoltatore, da almeno tre-quattro anni.

Quel rock rumoroso e obliquo di provenienza Jesus Lizard è invece già storicizzato, ovvero ha avuto un’interruzione che rende possibile la sua ripresa. Ecco perché per “figli” T&G abbiamo inteso la roba che non è post ma pur sempre della T&G, ed ecco perché l’accostamento alla Amrep non è fuorviante, in un ragionamento come questo. Infine, ecco perché alcuni gruppi di recente proposizione non stancano (non subito), pur risultando evidentemente derivativi; è già tempo, per il suono Jesus Lizard, di modernariato, e anzi potremmo chiamare quelle sonorità un “modernariato rock” che pesca da una maturità già acquisita (tra anni Ottanta e Novanta) e per qualche anno quasi dimenticata.

E, ancora, da qui discende l’efficacia della riproposizione inedita e semiseria dei padri del post, vedi Battles e Talibam!, che hanno capito che quel rumore destrutturato non può sopravvivere ai cloni. Quello di cui ci stiamo accorgendo è – non è mai un caso, nel rock – di un ritorno a un suono più puro, dopo che il post aveva portato a emozionalismi mogwaiani fuori tempo massimo alla Explosion In The Sky, oltre che, qualche anno prima e con molte fette di genio in più, a intellettualismi senza ritorno alla Gastr Del Sol.

Si può però ipotizzare una lettura che – anche se di poco – intacchi le nostre abitudini, ovvero quella per cui, in definitiva, questo modernariato rock va a pescare una strada alternativa al post-hardcore che non sia post-rock scuola Louisville; meno raffinato, forse (Jesus Lizard a parte), ma sanguigno quanto basta – almeno nelle intenzioni – per riemergere senza essere tacciato di ridicolo (semmai vincolato a un “gusto” preciso). Ecco qual è l’oggetto dell’eredità alternativa T&G e Amrep, che gente come Ipecac vuole accaparrarsi, condendolo con salse metal. Così si saltano le generazioni. Si sa che il rumore fa invecchiare in fretta, ma fa vivere bene la propria vecchiaia, specie quando qualche giovincello ricorda i bei tempi andati.

copertina pdf #91