E’ in un Covo stracolmo che - da italiani decentrati rispetto al mondo anglofono - capiamo finalmente quanto Anton Newcombe sia uno degli ultimi “artisti di culto”. Del tipo come lo intendevamo prima di internet e della sovrapproduzione discografica, però, capace di chiamare gente da ogni dove in un giorno festivo e, lungo due ore e passa di concerto, far più volte letteralmente esultare la platea agli attacchi dei brani più amati.
Alla base di ciò trovi la robustezza di un ideale “indipendente” nel senso pieno dell’aggettivo: la testardaggine di chi poteva avere il clamore planetario (breve: chi se li fila più, i suoi ex amici Dandy Warhols?) e vi ha rinunciato, preferendo un’integrità rara pur con le tipiche idiosincrasie da genio maledetto che guarda ai fab Sixties e al loro spirito senza sterile revivalismo. Basta considerare con quale efficacia questa musica - interpretazione sincretica di 45 anni di psichedelia dalla California al Texas, passando per astrattezze shoegaze, minimalismi alla Velvet Underground, policromie folk-rock e parafrasi Spacemen 3 - sia stata baciata da successo nelle mani sapienti degli Warlocks e in quelle più ruffiane di Black Rebel Motorcycle Club, i cui membri hanno parzialmente militato nelle fila dei Brian Jonestown Massacre.
Ennesima prova della preziosa funzione di Newcombe, esperto della materia e anticipatore, in tempi in cui tutti bollavano la cosa come nostalgia da retrogradi, di uno stile efficace e robusto, ben più cangiante di quanto frettolosi o inesperti possano sostenere. Non da tutti, infatti, stipare il palco con otto elementi (la metà chitarristi: roba da ricordare i Plan 9…) smorzando la seriosità con lo stralunato percussionista ballerino Joel Gion (apparso in un episodio della serie televisiva Gilmore Girls!); cedere spesso il microfono al sodale di lunga data - col quale parrebbe essersi riappacificato - Matt Hollywood e catapultare sin dal primo minuto gli astanti in un esaltante trip. E, soprattutto, permetterselo rinunciando all’elettronica degli ultimi lavori in studio, viceversa affidandosi alla componente “classica” del proprio stile, attingendo spesso e volentieri da album come Strung Out In Heaven.
Quelli eretti su incroci di corde e distorsioni calibrate, su ritmica ipnotica e ponteggi d’organo. Come si faceva una volta, non fosse che dalla mistura sale un inebriante profumo di attualità. Tale da persuadere che, ribaltando la filosofia di Tricky, “retro is brand new”.
Scheda: Brian Jonestown Massacre