Ciò che eleva un gruppo sulla massa di mestieranti è, non di rado, la capacità di aggiungere qualcosa a un canone prestigioso, di spostare un poco più in là il confine di uno stile ritenuto consolidato. Regola che vale da sempre e a maggior ragione oggi allorché viviamo di riflussi e revival continui e confusi: quando i più inseguono trucchi da avanspettacolo (un suono strano e mai sentito) senza curarsi di collocare sotto alle impalcature le solide fondamenta delle canzoni. Il meglio, da Elvis a oggi, nasce da chi ha affianca un suono innovativo e riconoscibile a composizioni in grado di racchiuderne l’essenza, oppure racchiude in pochi minuti di musica e parole un universo di valenze sociali o, ancora, cattura lo spirito - il significato - di un’intera epoca. Di conseguenza, la regola è applicabile anche ai padri di coloro che, da un lustro circa, trafficano con un rock dal passo pesante ma dalle nervature lisergiche; un fiume scuro dai vapori mefitici benché inebrianti, creato alla congiunzione dell’hard anni ’70 e della psichedelia del decennio precedente. Sai che novità, direte: e il grunge? Bene, ma facciamo presente che anche colà, dietro un pugno di genialoidi che collegarono terre emerse cui nessuno aveva sin lì pensato (per dire: Led Zeppelin e Black Sabbath a braccetto con l’essenzialità dei Black Flag e le convulsioni dei Wipers) traccheggiavano orde di rimasticatori del riff greve, che il tempo ha ricoperto di meritato oblio quando non ridimensionato.
Neanche a farlo apposta, attualmente di gente che innesta i distorsori per perdersi dentro iterazioni chitarristiche hardelico-minimali ce n’è fin troppa, perciò sopravvive chi conosce il segreto di variare la proposta. Meglio se applicando al sottogenere un approccio meta come i fratelli Van, Lain e Jennings Carney, in arte Pontiak. Quanto in loro ciò sia premeditato non è facile da stabilire, tuttavia dietro le risposte laconiche e colme di un senso “materico” della realtà (del genere che ti aspetti da un background da campagna americana), intravedi uno spiritello che sfugge per riapparire chissà dove e quando. La chiamano “ironia”, e alla scuola di post-modernismo insegnano che è la colla utile a tenere in armonia suggestioni di diversa provenienza. Adesso questa raffinata arma si è trasformata nel mezzo per far coabitare distanza e passione. Mantenendo il distacco, si dimostra ancor più amore verso l’oggetto di studio ed è solo così che - l’innocenza soppressa dai Royal Trux e dalla stagione del dopo rock - oggi è possibile suonare certe cose con credibilità. Un distacco oggettivo che parte per prima cosa da un dato geografico: “Concordo sul fatto che provenire e abitare in campagna ci consenta di alzare gli ampli al massimo e offra una libertà difficile da trovare in città. Consente alla musica di aprirsi.” Il che equivale ad affermare che puoi osservare le mode con serenità, senza esserne ossessionato come una band di New York o l’ultima sensazione londinese. Puoi fermarti a riflettere quel che occorre a manipolare elementi già sentiti e soffiarvi una vita per quanto possibile nuova.
I fratelli Carney sono partiti nel 2005 dalla rurale Virginia facendo tutto questo e forse senza accorgersene, almeno all’inizio. Anzi, ripartiti: dopo la classica trafila di rudimenti tecnici appresi col pragmatismo dell’“impara facendo” tra le mura di casa, dopo la trafila di gruppi universitari e le esperienze lontano da casa, capiscono come le colline e le stanze in cui hanno accatastato gli strumenti costituiscano il luogo adatto per veder germogliare i semi. Da Baltimora (per gli Stati Uniti sostanziale provincia) tornavano alla natia Warrenton in autarchia, registrandosi i dischi in un granaio - attenzione: niente hippismo di ritorno in stile weird america - e stampandoli da veri indipendenti. Il mini White Buffalo e l’LP Valley Of Cats, editi tra 2005 e 2006 per il marchio Fireproof di loro proprietà, sono acerbi e nondimeno promettenti, soprattutto genuini come formaggio casereccio: “Fare tutto da soli a volte è pesante, porta via molto tempo come un lavoro a tempo pieno. Ma è una fatica che ha a che vedere con amare ciò che fai e che vale ogni secondo speso. Inoltre, abbiamo una chiara idea di come vogliamo che siano le cose, e talvolta il modo più veloce ed efficiente di ottenere qualcosa dalle risorse che hai è arrangiarti. Poi, ecco, è stupendo non avere limiti di tempo quando sei in studio.“ Praticità e passione, insomma, che li conducevano in giro per l’America stipati dentro una Toyota Corolla dormendo in tenda come ragazzini che in campeggio si godono spensierati vitaccia e natura. Salvo seppellire sotto una marea di volume ben orchestrato gli astanti e approfittare dei concerti per dilatare le strutture, sperimentando con rumori e minimalismo, spargendo una patina di sarcasmo che scansa la seriosità. Improbabile che li vediate su un palco incappucciati, perché posseggono l’attitudine da intellettuale sgusciante che non sopporta gli intellettualoidi, la loro estenuata prosopopea e la pompa magna fuori luogo. La chiarezza di intenti di un terzetto che colloca la batteria davanti agli spettatori parificandola agli altri strumenti, in una mossa squisitamente post-rock ben nota agli Shellac: “Cerchiamo di far sì che ogni album sia più contemporaneo possibile e in ogni caso un’espressione del modo in cui ci sentiamo. Non ci interessa suonare musica nostalgica o basata sul revivalismo, ma qualcosa che sia mutevole. Allo stesso tempo, non ci sentiamo parte di una scena in particolare, e credo che questo nei dischi si senta: devono essere più interessanti e coinvolgenti possibile ed è il riflesso della nostra sensibilità estetica. Concordo anche nell’affermare che mischiare le influenze sia fondamentale, ma questo vale per ogni forma d’arte.”
Chiaro e tondo, nonché sciorinato con dovizia di particolari nei successivi lavori, l’autoprodotto Sun On Sun che imponeva la loro statura di “power trip trio” e il 12” a metà con gli Arboretum, Kale, approdo all’attenta Thrill Jockey per via d’un pugno di scintillanti cover di John Cale. Una scelta d’autore raffinata e non casuale, così come non lo è l’apparentamento con la formazione di Rites Of Uncovering: “Sono dei grandi, è splendido stare in tour con loro: condividiamo gusti e attitudini ed è appagante essere sulla strada con persone che rispetti.” Facile, con tale piglio da lavoratori indefessi, registrare dischi in rapida successione senza scontentare. Ben più che attestati di futura grandezza i due editi lo scorso anno: Maker, mirabile e rugginoso, spiazzava screziando un urticante acid-hard di spirali paranoiche e sgambetti ai Sabbath nel mentre porgeva disinvolte rivisitazioni della California di fine sixties. Buttava nel calderone ricordi di Thin White Rope ed Engine Kid, allestiva siparietti noise o straniti, giocava di stordimenti d’echi e di ballate fumiganti. Che la mano dei cuochi fosse ferma e abile lo ribadiva Sea Voids, mille copie di vinile che proseguivano il cammino attraverso oasi folk e paludi miste di LSD, fango e codeina, tra ulteriori saggi di psichedelia mai scontata e ribaltamenti cerebrali del rock duro. In quel momento capivi di essere al cospetto di un’ipotesi a stelle e strisce dei Motorpsycho, altro trio che grazie al decentramento, alla vita in terre dove la natura possiede un fortissimo ascendente e detta i rimi, ha segnato in profondità l’ultimo ventennio.
Assorbite le fonti ispirative in qualcosa di alterato e particolare, questo trio è cresciuto nella stessa maniera, con la concretezza di un legame solido verso le proprie origini, il proprio retaggio. Inteso come punto di partenza e limite da superare, con uno sfoggio di maturità pronto dietro l’angolo. Living viene infatti posto su nastro con modalità diverse che in passato: quattro mesi in studio regalano paradigmi di un “guitar sound” a 360° gradi, estatico e minaccioso, oppiaceo e inquietante nel volgere di pochi minuti. E tutto ciò mentre - conoscendo la Storia - le regole di amanuensi e copisti vengono smantellate. Lo riprovano la disinvoltura e il coraggio con cui il disco viene offerto, la sua fruizione “in blocco” nell’epoca del frammento: “Abbiamo usato il registratore a bobina perché suona bene; cercavamo la dinamica e la qualità che non ottieni se usi attrezzature digitali, ma tieni conto non è una scelta nata da un qualche desiderio di ‘autenticità’. Abbiamo pensato l’album in modo che scorresse come un brano unico, la maggior parte del tempo è trascorsa scrivendo i pezzi. Che sia da ascoltare come un tutt’uno, ci piace: è una decisone estetica che lo rende diverso.”Scriviamo maturità, nondimeno un dubbio piacevole ci assale: il sospetto che un disco dei Pontiak, da qui in poi, potrai etichettarlo come definitivo soltanto finché non spetterà al successivo sparigliare ancora le carte. Non vediamo l’ora.
Scheda: Pontiak