“Mi sento da Dio! Sento che adesso so esattamente quello che sto facendo!” Esordisce così Mr. Neil Hannon all'altro capo del telefono quando lo raggiungiamo per l'intervista. Una felicità e una confidenza che traspaiono in più di un episodio di Bang Goes The Knighthood, l'ultima fatica, la decima, a firma Divine Comedy. Se provate a dirglielo, probabilmente si metterà a ridere, ma oramai la sua creatura o, come preferisce dire lui stesso “il contenitore del mio cervello”, ha raggiunto lo status di icona. Certo, in ambito indie e lontano dai riflettori dell'hype, e di questo Neil Hannon potrebbe non dispiacersi più di tanto. Sicuramente la sigla Divine Comedy è sinonimo di pop raffinato, con uno stile classicheggiante e una tendenza demodé ai testi intelligenti. Tutte caratteristiche non propriamente in linea con il mondo del pop contemporaneo (indie o mainstream che sia), quasi che il Neil Hannon che esordiva nel lontano 1989, da quell'Irlanda del Nord non propriamente centrale nella musica britannica, fosse un'altra persona rispetto al tranquillo quarantenne di oggi.
Gli anni Novanta raccontano che i dischi buoni Hannon li ha sempre scritti, soprattutto guardando all'accoppiata '96 - '97 composta da Casanova e A Short Album About Love. Con quest'ultimo, in particolare, fin dalla copertina che richiama quelle degli Smiths, sembra che Neil Hannon sia sull'orlo di diventare una vera e propria popstar. Un altro disco (A Fanfare For The Comic Muse, meno convincente, ma non da buttare) e il circo si chiude, quasi improvvisamente, lasciando Neil Hannon in una certa difficoltà a capire che cosa fare della propria carriere musicale. Nuovo decennio e nuova vita per i Divine Comedy, che nel 2001 diventano una vera band per incidere Regeneration, un disco accolto piuttosto bene e che fa pensare che tutto può ancora essere recuperato. Ma come leggerete nell'intervista, Neil Hannon non era del tutto a proprio agio con il processo creativo che ha portato a quel disco. Così a partire dal 2001, mentre l'hype generato della stampa inglese si sta progressivamente spostando altrove (siamo ancora impelagati con il New Acoustic Movement, ma di lì a poco esplode il revival new wave che stiamo ancora vivendo), i Divine Comedy diventano sempre più l'idea di musica di Neil Hannon e di nessun altro.
Absent Friends (2004) e Victory For The Comic Muse (2006) aprono una stagione diversa, si potrebbe dire della consapevolezza, che porta i Divine Comedy a inseguire in tutto e per tutto l'idea di pop orchestrale che l'esperimento di Regeneration aveva in parte messo in pausa. In tutti questi anni, Hannon ha costruito uno status tale che la sua musica finisce al cinema (Il favoloso mondo di Amélie, Guida intergalattica per autostoppisti) e in televisione (Doctor Who), mentre fioccano colalborazioni con altri musicisti (Air, Thomas Walsh) e si arriva al musical (Swallows And Amazons, “una cosa principalmente per ragazzi e bambini”, che andrà in scena in autunno a Bristol), che porta a compimento un percorso che in più punti sembrava affacciarsi già nei dischi. Sulla soglia dei quarant'anni, al ventesimo anno di carriera, Neil Hannon sembra aver pienamente raggiunto una maturità umana, prima ancora che musicale, tale da poter vivere con serenità il rapporto con il pubblico, cioè con coloro “che mi permettono di continuare a fare quello che amo”, cioè raffinato pop cantautoriale fuori dal tempo e dal gusto retrò. Dobbiamo per forza chiedergli di più?
Sì è proprio così! Ho sempre pensato di migliorare con gli anni, proprio come del buon vino! Credo che dipenda dal fatto che il mio stile per i testi è piuttosto narrativo, concentrato su alcune vere e proprie storie che voglio raccontare. Così mi succede quello che accede agli scrittori: più passa il tempo e più accumulo esperienza sulla vita e le persone, oltre – si spera – a un po' di saggezza. E questo aspetto credo che non abbia fatto altro che migliorare il mio modo di scrivere canzoni. Il periodo che coincide con questi ultimi tre dischi è stato un momento particolare. Anche negli anni Novanta ero sempre cosciente di quello che stavo facendo, ma attorno a me c'era una situazione diversa: avevo piazzato qualche hit e, insomma, ero una specie di popstar. Improvvisamente tutto questo è scomparso. E sono rimasto a chiedermi: e adesso che faccio? Ecco, gli ultimi dieci anni sono stati il mio tentativo di riposizionarmi, di cercare di trovare il modo di restare rilevante facendo musica lontano dai riflettori del popchart system.
In quest'ultimo disco, in realtà ho avuto un approccio leggermente diverso al solito. Stavo scrivendo un musical, intitolato Swallows And Amazons, per il quale ho composto esclusivamente al pianoforte, una cosa che non sono abituato a fare. Normalmente uso le tastiere e il computer per costruire le mie canzoni, già con in testa delle idee per gli arrangiamenti. Per il musical ho voluto che le canzoni suonassero perfette già al pianoforte. Così ho iniziato a usare questo sistema anche per le canzoni che non facevano parte del progetto. Tutti i brani del disco sono stati creati così, con me da solo seduto davanti ai tasti del pianoforte. Tra l'altro questo mi ha fatto molto migliorare come pianista. Da bambino l'ho studiato un po', ma ho lasciato perdere quando avevo undici anni perché ero troppo pigro! Quindi non sono particolarmente attrezzato da un punto di vista tecnico, ma con il tempo passato sui tasti ho sviluppato una specie di mio stile originale. E mi piace l'idea che ora posso andare a casa di chiunque e semplicemente suonare le mie canzoni sul pianoforte del soggiorno!
Certo e senza fare sfoggio di falsa modestia, rispetto al passato, oltre a suonare meglio il pianoforte, adesso so precisamente come deve suonare una canzone e come fare perché ciò accada. Una volta mi trattenevo molto e quando un disco usciva, potevo solo sperare che piacesse. Ero meno sicuro.
Di solito scrivo i testi e le musiche indipendentemente. Ho un sacco di bloc notes dove mi segno tutto quello che mi colpisce e che mi interessa. A volte scrivo solo un appunto, altre volte un paio di versi, ma sempre senza prendere in considerazione la musica. Allo stesso tempo, però, faccio un po' di casino al pianoforte e vedo quello che succede. Quando poi trovo una melodia che mi convince, penso che ho bisogno di un testo e allora me lo vado a cercare tra i miei bloc notes e cerco di mettere insieme le due cose. In alcuni casi funziona, in altri è semplicemente terribile e bisogna ricominciare da capo!
Certo, potrei avere scritto qualcosa con un'attitudine musicale diversa da quella che può andare bene per i Divine Comedy e quindi essere buono per un altro interprete o per un altro scopo. Ma nel caso della Gainsbourg, il fatto è che la produzione voleva che scrivessi qualcosa di intelligente, ma io non riesco a resistere all'idea di mettere qualche battuta ironica nei miei testi. La verità è che non sono bravo a fare il serio! Comunque, credo che l'operazione, in generale, sia andata piuttosto bene.
Mhmm... No! Non riesco a farmene venire in mente una... tu, hai qualche idea? È difficile. Mi piace Rufus Wainwright, ma è canadese. C'è una nuova band di Dublino, The Villagers, che esce per la Domino Records, che mi piace molto. Conor (O'Brien, ndr) è un amico e credo che la sua musica sia una delle migliori cose prodotte in Irlanda da molto tempo a questa parte. È un compositore davvero bravo e intelligente. Mi piacciono molto anche gli MGMT, anche se sono solo dei ragazzacci che vengono da un college americano! Sono completamente diversi da me e dalla mia musica, ma ieri sera ho fatto una cover della loro Time to Pretend, perché mi piace il testo, che parla di chi vive il sogno del rock'n'roll. C'è questo aspetto del “vivi veloce e muori giovane”, descritto in modo così profondo e sensibile, che mi diverte.
Non credo di poter rivendicare di essere indie pop! Non sono nemmeno sicuro di quel diavolo che sono. Ascolto tanta musica così diversa, da Stravinskij e Scott Walker, dai cantautori francesi a Randy Newman. Adoro il synth pop e credo che Dare! degli Human League sia il mio disco preferito di tutti i tempi. Mi piacciono cose anche molto diverse, ma questo non significa necessariamente che poi finiscano con l'influenzare lo stile della mia musica. C'è una certa differenza tra quello che mi piace e quello che mi ispira e mi influenza. Però, ecco, il punto fondamentale che mi fa ammirare gli Human League, nonostante il loro synth-pop non sia compatibile con il tipo di strumentazione che mi piace usare per la mia musica, è che le loro canzoni sono costruzioni pop perfette. È questo che mi interessa più di tutto.
È una delle poche canzoni che ho scritto nella mia carriera con un vero sentimento di rabbia. Sono sconvolto dall'idea che abbiamo lasciato che il capitalismo rampante abbia prodotto questa situazione negli ultimi anni. C'è, però, una parte delle persone che lavorano nel mondo della finanza che non sono così orribilmente avare o dei veri bastardi, così ho scritto The Complete Banker. Mi rendo conto che è solo una canzone che non cambierà una virgola di questa situazione, ma scrivere canzoni è quello che posso fare ed è l'unica arma a mia disposizione.
Se solo lo fossi! La realtà è che sono parte della noiosa middle class anglosassone. Sono quello che sono e non voglio appropriarmi di battaglie che non mi appartengono. Ma la crisi del capitalismo ha a che fare con tutti, non solo con la classe lavoratrice. E a essere onesto, sono stupito che nessuno prima di me abbia scritto una canzone su questo argomento.
Regeneration è sicuramente stato una momento importante della mia strada, ma credo che sia stato una sorta di reazione al fatto che non volevo essere visto come il cliché dandy degli anni '90. Volevo che la gente mi prendesse sul serio. Il progetto, però, non mi ha convinto fino in fondo e sebbene a molta gente piaccia quel disco, io non mi sento del tutto soddisfatto. Intendiamoci, il disco mi piace e lo sento abbastanza mio, ma il problema è stato il processo che ha portato a quel disco: è quello a non essermi piaciuto. Probabilmente è perché non è che sul Regeneration io faccia poi molto! In effetti avevo un ruolo più piccolo del solito. La verità è che mi piace che i Divine Comedy siano la mia cosa e in quell'occasione lo sono stati solo per una parte. Rispetto agli altri dischi, Regeneration non è rappresentativo di tutto l'insieme di quello che è la mia musica.
Certo che me lo ricordo, ma non mi sono mai sentito davvero parte della scene a quel tempo. Nessuno mi invitava alle feste! Non so, forse perché sono irlandese ero un po' ai margini. Quello che facevo all'epoca era di concentrarmi sulle mie cose e basta. In ogni caso, preferivo sicuramente la musica che veniva dalla Gran Bretagna, rispetto a quella americana di quel periodo. Non mi è mai piaciuto davvero il grunge. Mi ricordo di un mio amico che portò Nevermind dei Nirvana di qua dell'oceano prima che fosse pubblicato in Inghilterra. Mentre lo ascoltavo pensavo che per essere il futuro della musica, a me sembrava soltanto del noiosissimo heavy metal! Scherzi a parte, ad ascoltarlo oggi mi rendo conto che è un grande disco, ma credo che la maggior parte degli altri dischi grunge del tempo fossero orribili. D'altro canto io amavo i Blur e il pop, e tutta una serie di dischi che sono usciti in quel periodo in Inghilterra, sebbene non sia mai stato un grande fan degli Oasis...
Certamente. Quando ero in studio per registrare o lavorare all'album mi sono reso conto che c'era qualcosa di davvero diverso che stava accadendo, perché non c'era nessuno che mi teneva d'occhio, che entrava e mi diceva “Ehi Neil, il tuo cantato non mi convince”. Nessuno mi telefonava per chiedermi “Ehi, come sta andando?” Era tutto lasciato alle mie scelte personali, in un modo di lavorare che mi è piaciuto molto. Sai, mi piace molto l'idea di fare le cose in autonomia. Ma c'è anche un rovescio della medaglia, perché fare tutto da solo aumenta le tue responsabilità. Per esempio, dovevo prenotare le sessioni in studio, dovevo ricordarmi di portare gli hard disk con il materiale, ecc. Pensa che una volta ero all'aeroporto per andare a Londra a registrare gli archi e mi ero dimenticato gli hard disk a casa. Così ho dovuto telefonare a un amico che me li ha portati in tempo! La verità è che non sono troppo bravo con le responsabilità!
È un'idea intrigante, mi piacerebbe molto. Ma Nathalie, che si occupa dell'intero management, fa già il lavoro di trenta persone, che non so se posso chiederle anche di fare questo! Credo che sarebbe davvero chiederle troppo. Per il momento continuerò a pubblicare le mie cose sull'etichetta, ma magari in futuro, se mi ritrovo a non avere più idee per scrivere canzoni, potrei pensare di pubblicare qualche altro artista!
Scheda: Divine Comedy (The)