Fare critica musicale vuol dire fare ipotesi. Ascoltando The Flexible Entertainer dei Pit Er Pat, qualche mese fa, ci siamo resi conto di essere davanti a una possibilità di discorso trasversale. L’idea è stata allora di avere un po’ di pazienza e di ragionare sulla natura del combo e della musica dei chicagoiani. Nati come tre e ridotti a duo, ci sembrava avessero reso la propria offerta musicale meno ingombrante, sia in termini di effetti semantici, sia rispetto all’eseguibilità live. Ci sembrava avessero traghettato il meta-pop in un nuovo pop, pieno di riscontri in altre band. In altre parole, abbiamo ravvisato in Pit Er Pat il possibile punto di partenza verso un approfondimento trasversale. Eppure non abbiamo semplicemente aggregato, attorno a una band, una serie di altre realtà in qualche modo gravitanti attorno allo stesso pianeta, come degli insetti che volano e si incaponiscono attorno all’unica luce accesa. Il gioco delle righe che leggerete è piuttosto di associazioni successive. Anziché mantenere i Pit Er Pat come lume solitario e unico polo della categoria attorno alla quale organizzare il ragionamento, si è preferito cercare qualcosa di simile su cui articolare le affinità e divergenze, e anche una categoria più complessa.
Abbiamo lavorato anzitutto sul roster di provenienza di Pit Er Pat, l’etichetta Thrill Jockey of course, un piccolo mondo e cartina al tornasole affidabile di questi anni di indie-pop eterodosso. Un universo che va dalle meditazioni profetiche di Daniel Higgs al cosmic-hard di Trans AM, dai poliritmi Mi Ami ai Tunng, solo per fare qualche esempio recentissimo. Gente di Chicago, nella label nata per iniziativa privata di Bettina Richards: Tortoise, Chicago Underground Duo, gli stessi Pit, ma la strada non è questa. Devia e ci porta inizialmente a Brooklyn, luogo che ha dato i natali agli High Places, e poi a Los Angeles, dove il duo di Rob Barber e Mary Pearson ora ha sede.
In High Places abbiamo ritrovato la struttura delle “songs” di Pit Er Pat, lo spirito per così dire, e una tendenza a spolverare un mondo e dargli un’altra forgia: i primi Ottanta e lo spirito del post-punk, sicuramente, unito ancora una volta a quella portabilità di cui sopra. Altro duo, altro polistrumentista, altra voce femminile.
La ricerca non si è conclusa qui. High Places sposta di qualche metro il fuoco dell’osservazione, ma in realtà non fa che creare tensione nel primo polo della categoria. Per così dire, lo sbilancia verso un altro, ancora tutto da trovare. A questo punto, però, ci è stato chiaro dove cercare. Ed è stato semplice riconoscere quello che stavamo cercando, una volta imbattutici.
Si chiamano The Hundred In The Hands e sono anch’essi un duo, proveniente ancora una volta da Brooklyn, e ivi ancora ubicato. Un duo appena nato, da qualche mese salito alla ribalta e subito precettato da un’etichetta sempre più attenta, nonostante l’età, a quello che può avere dono di sintesi di processi in corso in altre band. Parliamo della solita Warp, ottima capitalizzatrice di tendenze musicali. Partiamo dalla fine, dunque. L’anno scorso Jason Friedman e Eleanore Everdell, i due nomi che stanno dietro al moniker Hundred In The Hands, fanno uscire per Pure Groove Dressed In Dresden, singolone che subito attira l’attenzione di nomi importanti: fondamentale è la potenza trascinatrice del giro D.F.A., messa in moto dal remix presente sul lato B, un remix ad opera proprio di Jacques Renault. La Warp si accorge dei primi passi della band e la accompagna a fare le prime esplorazioni successive, che si materializzano in un remix 12” sempre di Dressed In Dresden, in uscita ad aprile, e soprattutto in This Desert EP, punto di congiuntura tra avant Pit Er Pat-iano, synth-pop e atmosfere da messthethics redux.
Il nome della band viene da una battaglia vinta dai nativi americani – tra cui Crazy Horse – a metà Ottocento. Per derivazione diretta o per accidentale sovrapposizione, Hundred In The Hand è anche il titolo di un best-seller di qualche anno fa di Joseph Marshall, autore di western – ma niente di più lontano è la musica prodotta. Aura inglese e spirito gotico che riemergono insistentemente su una disinvoltura synth-portatile sicuramente figlia dei Duemila: di quei ’00 che in qualche modo sono stati alimentati da esperienze quali Pit Er Pat e High Places. Il giudizio complessivo sui nascenti Hundred lo daremo in autunno, momento in cui vedrà la luce, a quanto pare, il primo album della band, sempre per Warp. Per adesso limitiamoci ad affrontare la pratica musicale del duo. Eleanore, come Fay Davis-Jeffers di Pit Er Pat e Mary Pearson di High Places, canta e dà un taglio forte alle armonie proposte dal gruppo, di cui è la principale responsabile. Accanto a lei, che suona anche i synth (come Mary), Jason è il polistrumentista della ragione sociale, che si occupa di ritmo, soprattutto, programming, chitarre. In lui si rifrangono e si specchiano, con monti di esperienza in più – e si sente -, le figure di Rob Barber (High Places) e dell’ormai mitico Butchy Fuego (Pit Er Pat). Menti delle rispettive band e protagonisti assoluti, come polistrumentisti, della stratificazione degli strumenti.
La pratica di Hundred In The Hands è figlia poi dell’ambiente in cui il duo è sorto: una grossa mano la sta dando il già citato Jacues Renault, e il suo studio, nello specifico. Friedman è anche stato coinquilino di Mattie dei Ruptures periodo DFA. Naturalmente, anche le passioni musicali sono vicine. Tutta la messthetics, a partire da Young Marble Giants, e in generale il post-punk inglese, su tutti i primi Wire. C’è invece tutta NYC nei riferimenti odierni dei due, da Crystal Stilts a The Pains Of Being Pure At Heart. Tutto secondo programma. Ma è ora di risalire il gradiente temporale del decennio e affrontare, dal loro inizio, le origini di queste riflessioni: la vicenda Pit Er Pat.
Se Hundred In The Hands sono neonati, al polo estremo sta la biografia di Pit Er Pat. L’esperienza del duo di Chicago, oggi per metà di stanza a Los Angeles, – e comunque nato e diventato noto come trio – inizia grazie all’iniziativa di Butchy Fuego. Batterista ossessionato dal ritmo e dalle sfaccettature che esso cela, soprattutto nelle vesti percussive del Brasile e latine in senso lato, produttore a cui è possibile far risalire il marchio di fabbrica piterpatesco, si impegna nel mestiere di musico già prima di iniziare la vicenda PEP.
È il 2001 quando licenzia un primo album solista a nome Butchy Fuego. Il trio per cui lo conosceremo meglio si sta per formare ma non produrrà nulla fino al 2004, anno in cui escono, in un crescendo temporale di formati, il primo 12” (The Babies Are Tired/Lullaby), il primo EP (Emergency EP) e il primo album (Emergency anch’esso, come l’EP). Le label variano e si attestano l’anno dopo – con Shakey - su quella che rimarrà l’etichetta da tutti associata ai Pit Er Pat, la Thrill Jockey. I Pit Er Pat non sono però emanazione del solo Fuego ma provengono dalla convergenza di tre persone: ci sono anche Fay Davis-Jeffers, alle tastiere e alla voce, e Rob Doran al basso. Quest’ultimo, oltre ad avere una formazione di arti visive, veniva in realtà già da un lustro abbondante con gli Alkaline Trio, quando ha deciso di dedicarsi alla mission patesca. Fay, dal canto suo, cuce sulla band un’individualità vocale femminile che farà il gioco di associazioni diverse, come quella in corso ma anche con i Fiery Furnaces (teorici della portatilità tastieristica), con i quali i Pit Er Pat dividono il palco nell’autunno del 2007.
La storia di PEP, in un certo senso, è costellata di eventi salienti degli ’00. Il batterista Fuego viene invitato dal compagno di label Eye dei Boredoms per l’ormai arcinota esibizione di 77 batteristi a Brooklyn, di tre anni fa. Il 77 Boadrum fu un evento fondamentale per sancire l’attenzione del decennio verso il cortocircuito ancestrale-tecnologico e verso il primitivismo tribalista dei tamburi. Qualche anno prima, in un altro momento passato poi alle cronache, chi scrive sentiva parlare per la prima volta di Pit Er Pat seguendo il secondo episodio delle saga Burn To Shine, serie di DVD che ritraggono concerti svoltisi in case prossime a essere abbattute. Il n° 2 veniva registrata proprio a Chicago, e accanto a Ponys, Shellac, Tortoise e Wilco suonavano un set convincente anche i Pit Er Pat. Ciò che emergeva già da quell’esperienza – datata 2004 – era un innesto molto promettente tra retaggi Novanta – peraltro ottimamente rappresentati dai personaggi che animavano quelle stanze – e un germe ludico targa Ottanta che iniziava a farsi notare, nei Pit come nella massa di altre band di metà Duemila.
Oggi Fay vive a Los Angeles, questione su cui, come vedremo, la diretta interessata nicchia. Eppure la fucina Chicago ha avuto conseguenze sulla vita della band, oltre che per Burn To Shine. A Chicago, Butchy ha vissuto cinque anni in uno studio chiamato Shape Shoppe, dove è entrato in contatto con altri musicisti, come collega e produttore, tra cui Dylan Ryan degli Icy Demons, che collaborerà a High Time, Griffin Rodriguez a.k.a. Blue Hawaii, tutti i gruppi licenziati dalla label Obey Your Brain. In quegli anni la ricerca del trio – prima che diventi duo – si direziona su un genere molto vago ma esplicito: l’avant-pop degli inizi già in Pyramids vira verso la ricerca della canzone pop, e in High Time trova un compromesso in una sorta di meta-pop che parla un linguaggio che oggi non facciamo fatica a individuare come il Pit Er Pat sound.
In quel “meta” si annidano gli Ottanta nascosti dietro ai Novanta dell’“avant”. Su questo filo del rasoio si svolge la carriera dei Nostri, fino al nuovo disco, che taglia secondo direttive finalmente messthetics, come si diceva anche per Hundred, scoperchiando influenze persino Slits, in qualche occasione, e fumi giamaicani dietro all’Inghilterra di fine Settanta / inizio Ottanta.
Su The Flexible Entertainer Butchy Fuego si esprime come segue: “Il nuovo disco è per così dire “spogliato”, con l’obiettivo di essere facilmente suonabile dal vivo. È tutto incentrato sull’MPC, la drum machine più usata anche nell’hip hop. Siamo senza un bassista ora, e la macchina supplisce all’assenza. Ci sono un paio di tracce dove suono la drum machine con le dita, come un piano, e mi diverte moltissimo. Usare i sampler ha comportato per noi un’ecletticità maggiore. Ci hanno detto che la nostra musica oggi è molto più spensierata…”.
Tranne forse per la spensieratezza, diremmo che i Pit Er Pat si stanno avvicinando, con questa operazione di portabilità, a High Places. Il duo di Brooklyn, oggi losangelino, sempre legato alla Thrill Jockey, ha esordito, con un fare immaginifico e un pop rarefatto e pienamente figlio delle atmosfere Ottanta, già nel debutto sulla lunga durata del 2008, omonimo alla band. Di appena un paio di anni prima era il cd-r con cui Mary Pearson e Rob Barber hanno fatto le prime mosse, mentre è il 2007 quando stampano il primo EP (omonimo anch’esso) e iniziano una tournèe pressoché infinita, e praticamente ancora oggi in corso. I due sono musicisti e come tali si sono conosciuti. L’esigenza della riproduzione live delle creazioni in studio ha segnato fin dall’inizio l’approccio di composizione e di scrittura della band. All’interno di tale costante, le variabili dipingono, come ci si aspettava, una via di mezzo tra Pit e Hundred.
The Most Beautiful Name, da High Places vs. Mankind, è legata a doppio filo agli esperimenti Slits-iani condotti anche in The Flexible Entertainer, come in un certo senso alle annate chiamate in causa da This Desert EP. C’è un dono di sintesi e di commistione che fa parlare insieme il proprio passato prossimo (il primo album, del 2008) come il meta-pop di Fuego e soci. When It Comes è motivo Ottanta con tutti i crismi, e dà una bava di colla alle affinità e divergenze di cui stiamo parlando in queste righe. Le note vocali di Mary prendono la parola anche per una parte di quell’elettropop di cui tanto s’è discusso negli ultimi anni, spesso con ugole femminili come portavoce. L’accompagnamento è The Cure fino all’osso, e tutta la song lo sarebbe, se non fosse evidente il tratto distintivo di High Places, che preserva – al contrario di quanto accade a Hundred In The Hand – dal trasformare il brano in una specie di goth-wave-pop 2.0.
Gli High Places hanno uno sguardo a volo d’uccello. Il nome della band sta a significare la passione comune ai due componenti per i paesaggi montani e in genere per le viste dall’alto. Gli High Places sono questo, paesaggio e quindi distacco, ricerca di una tipicità, focalizzata o detenuta nelle carceri dell’astigmatismo, portabilità capace di mettere a fuoco e scattare. Le foto del loro blog vivono di grandangoli. La loro musica "distante" è perfetta per complessificare una categoria, scioglierla, darle colore e percorrerla in lungo e in largo. Il sound High Places sembra quasi euforico, a tratti. Altre volte un po’ scazzato. In realtà è quasi anti-emozionale. Il che la rende interessante e efficace messa a distanza di due mondi – i Novanta filtrati di Pit Er Pat e i novelli Ottanta di HITH – che oggi non ha più bisogno di ricorrere agli esotismi di High Places (album).
Riassumendo le tante parole spese, in un caso come quello presente la trasversalità agognata vale come attraversamento di un continuum, di una stratificazione di pratiche, tempi, risposte, atteggiamenti, stili musicali. L’idea è stata allora di confrontare i diretti interessati in un’intervista uguale per tutti e tre le band. Non a caso il continuum si è riprodotto anche nelle risposte. Gli ultimi arrivati sono i più prolissi, i primi quelli più sintetici. Il gioco delle etichette, dei suoni e dei tempi si riscopre anche nelle risposte. Vi lasciamo a quelle, per non dilungarci oltre e per lasciare a voi l’andirivieni ludico delle opinioni.
F (PEP): Non credo che la città in cui vivo abbia un riflesso nella mia musica, che non è così site-specific…
M (HP): Molto importante. Un sacco della nostra ispirazione viene dal tempo e dalla natura, e quindi la situazione è drasticamente cambiata quando ci siamo trasferiti da New York a Los Angeles.
R (HP): E’ un tira e molla per me. Traggo ispirazione dal posto in cui sto, però ogni tanto sono tentato di reagire e scappare, o di pensare a come starei da un’altra parte. Non che non mi piaccia LA, mi immagino solo di essere a Berlino e di divertirmi, mentre guido verso casa dalla spiaggia. HITH: Probabilmente il posto in cui viviamo dà forma a tutte le cose che facciamo. Soprattutto perché ci sono moltissime band di amici che ci danno ispirazione. New York è un luogo pieno di competizione, in questo senso. In senso buono, ci sfida a essere al meglio delle nostre possibilità.
Butchy (PEP): Sono sempre stato un fan degli High Places! La cosa che mi attira di più della loro musica è quel modo di suonare sia aereo che terreno. È un sound familiare e inedito insieme. Ma non parlerei di invidia.
M (HP): Siamo amici di Pit Er Pat. Sono una delle ragioni per cui siamo nel roster Thrill Jockey.
R (HP): Pit Er Pat sono una delle band più avventurose che conosca. Si reinventano in ogni album. È una cosa che mi spaventerebbe, ma loro ce la fanno ogni volta. Li sento come parte del mio mondo e della mia stessa specie.
HITH sono invece una novità per noi…
HITH: Abbiamo preso l’ultimo High Places solo settimana scorsa. Ci piace un sacco il singolo, The Longest Shadow. Gran video.
B (PEP): ho inziato ad ascoltare quel tipo di musica nei ’90 e hanno sicuramente avuto un’importanza decisiva nella mia visione musicale. Allo stesso tempo sono stato influenzato da ogni cosa abbia ascoltato. Mi è rimasta però ben fissa in mente quella sorta di bellezza caotica (messethetics? Ndr) del periodo. Oltre tutto, credo ci sia un collegamento tra la nostra musica e band come Jesus And Mary Chain, My Bloody Valentine, Pixies, Bauhaus, ecc. Ma non è un’influenza conscia.
R (HP): Alla fine degli ’80, ero un punk, un hardcore kid, che pensava solo a salire sul palco e fare stage-diving… Musica come quella della Creation è stata poi un paradiso e una salvezza per il mio cervello, mi ha permesso di focalizzare il mio lavoro e di mettere a punto un’idea di bellezza, insomma è stata fondamentale per la musica che faccio ora.
HITH: Ci sono tante cose che ci piacciono degli Eighties, cose molto diverse tra loro. New Order, Italo disco, Minimal Wave, ma anche band come Stone Roses, Happy Mondays, Cure, oppure ancora ascolti di fine decennio come De La Soul, Ultra Magnetic MC’s, Eric B. & Rakim, ecc. poi ci sono i classici: Thriller, su tutti, e la roba più dura, da Dinosaur Jr. a Sonic Youth.
F (PEP): Noto un sacco di gente che si sforza di avere un mood positivo. È importante il senso dell’umorismo.
M (HP): Internazionalismo?
R (HP): Wishy washy-ness senza genere?
HITH: i Novanta erano noiosi. All’epoca ascoltavo per tirarmi su soul-punk e mod anni Sessanta. C’erano un sacco di feste a tema a NYC. Il risultato sono band di inizio ’00 che volevano solo divertirsi.
F (PEP): se c’è un mondo altro che mi affascina o suggestiona, non è africano, brasiliano o tedesco. È nell’immaginazione. Qualsiasi cosa aliena è interessante, ma spero che la nostra musica sia compresa dagli umani.
M (HP): le persone che ascoltano gli High Places ci sentono cose molto diverse tra loro. Alcuni sono convinti del fatto che ci riferiamo alla musica carnatica o al drumming africano. Quando suoniamo in Giappone, ci dicono che sembriamo citare la musica folk nipponica. Credo che queste associazioni nascano dall’associare strumenti non provenienti dallo standard del rock. Comunque sia, oggigiorno suoniamo le chitarre in un modo molto più tradizionale rispetto a prima.
F (PEP): In effetti abbiamo considerato come decisiva la semplicità di trasporto della strumentazione. Ma non credo che il nostro sound abbia perso in complessità…
B (PEP): Penso che il nuovo formato a due ci apra delle nuove possibilità. Nonostante sia necessario considerare quello che ci possiamo portare appresso, il suono in qualche modo si è espanso. E in realtà credo sia un processo già in corso da anni in seno alla band.
M (HP): Essere un duo è una gran cosa. È molto conveniente. Abbiamo iniziato fin da subito con l’obiettivo di essere più “portatili” possibile, e questo ci consente di viaggiare molto e piuttosto facilmente. Ma è importante non sovra-semplificare il proprio live secondo questo criterio.
HITH: La cosa migliore di lavorare in due è non fermarsi mai, nel migliorare e nel fare pratica. Entrambi vogliamo fare più concerti possibile, ed essere “portatili” al massimo. Nei live mettiamo al centro chitarre e voce, per esprimere l’importanza dell’elemento umano; eppure usiamo molte macchine, che sono il terzo componente della band. Per esempio, stasera voleremo per l’Europa, e ho passato 40 minuti al telefono per cercare di convincere Airfrance a farci portare in stiva tutto il nostro equipaggiamento…
F (PEP): Oggi: Bizimun, Yesterday, J Dilla e Missy Elliott.
B (PEP): Oggi: Buraka Som Sistema, Boredoms, Javelin, Frente Cumbiero, jj, Lil Wayne, Maluca Mala, Lucky Dragons, R. Kelly, Dan Higgs, ecc. Ieri: Charles Mingus, Need New Body, Grace Jones, Allen Toussaint, Betty Davis, Eno, Eddie Kendricks, J Dilla, Led Zeppelin, Lord Kitchner…
M (HP): Oggi: Portishead. Ieri: Led Zeppelin.
R (HP): Oggi: Thee Oh Sees. Ieri: Celtic Frost.
HITH: Oggi: Rupture, Holy Ghost (nostri vicini di casa), Flying Lotus,... Ieri: il primo hip-hop e ska, il post-punk, la prima synth music, il pop classico, il French pop, Young Marble Giants, Tom Tom Club, Neneh Cherry… Per concludere gli Hot Chip: abbiamo suonato con loro e abbiamo realizzato come sappiano sintetizzare tutti quei generi insieme...
Scheda: High Places, Pit Er Pat, Hundred In The Hands (The)