Drop Out
Pubblicazione 15 Maggio 2010

Amor Fou

La questione morale

A volte può anche capitare che le cose vadano per il verso giusto dopo un inizio non così promettente come ci si attendeva. Magari proprio mentre tutto intorno sta crollando senza freno.
Amor Fou
Lucia Meazza 2010

Quella degli Amor Fou è la più classica delle vicende nata con potenzialità enormi ma sviluppatasi a rilento, con esiti all'inizio semplicemente buoni e solo in seguito – passando attraverso esperienze e cambiamenti – splendidi, per non dire definitivi.

Anno 2007: Alessandro Raina, dopo il transito nei Giardini di Mirò quale vocalist e un doppio parlo solista in inglese, si ritrova per la prima volta alle prese con la scrittura in italiano. Insieme a lui il polistrumentista Leziero Rescigno, il bassista Luca Saporiti e soprattutto Cesare Malfatti dei La Crus/The Dining Rooms. Un disco, La stagione del cannibale, che su traiettorie Blonde Redhead-Notwist sceglie la via del concept-album per narrare di una storia d'amore in disfacimento durante i giorni della strage di piazza Fontana, e dunque della disgregazione socio-politica di un Paese che da quel momento in poi andrà incontro a un qualcosa di molto più triste del morire democristiani. Canzoni dotate di un'eleganza traslucida eppure consistente, che recuperano Tenco, Paoli e Bindi tra gocciolamenti glitch, pianoforti soffusi e liriche che raccontano con parola piane e cinematografiche (Pasolini, Petri, Truffault) l'amore come fine e la fine come scarto antropologico di un popolo nuovo e dai costumi nuovi ma sempre più in decadenza. Un esordio certamente bello, in particolare per la sua carica progettuale non così tipica dalle nostre parti, eppure mancante di quel quid (di scrittura, arrangiamento e interpretazione) che dai nomi coinvolti si sarebbe preteso. Quel quid che invece già si trova nell'ep Filemone e Bauci (2009), una cover e due brani autografi (tra cui una title-track da brividi) come preannuncio di ciò che sono oggi gli Amor Fou dopo un doppio e difficile cambio di formazione – fuori Saporiti e Malfatti, dentro in pianta stabile il cantautore e chitarrista Giuliano Dottori e il bassista Paolo Perego (Nuovi Orizzonti Artificiali, Fiamma Fiumana).

I Moralisti, che esce per EMI dopo un primo annuncio su La Tempesta, è la pietra preziosa che si incastona nell'oro pop-rock-cantautorale degli anni zero (Baustelle, Paolo Benvegnù, Non Voglio Che Clara, Virginiana Miller). Uno sguardo lucido e reattivo, popolare eppure intellettualmente fecondo, sui mala tempora in corso, ovvero il richiamo a una moralità che è prima di tutto senso dell'esistere e ritorno a un vivere civile e a una quotidianità responsabilizzata. Ma anche e più semplicemente una risposta – la migliore fino ad oggi – alla crisi di una canzone d'autore, la nostra d'italiani immobili, in affannosa ricerca di un linguaggio nuovo e rivitalizzante. Ne parliamo con Alessandro Raina.

 

Dopo La stagione del cannibale la vostra line-up è cambiata. Ci vuoi spiegare in breve cosa è accaduto e come ciò ha influenzato la realizzazione de I Moralisti?

Ci siamo semplicemente resi conto che non era fisiologicamente più possibile e nemmeno coerente continuare un percorso vissuto con presupposti, attitudine, entusiasmi e obbiettivi completamente diversi. Sicuramente con il cambiamento di formazione si è imposta in modo definitivo un’attitudine artigianale legata a un certo modo di vivere la musica, la scrittura e la produzione. Io vengo da due anni in cui ho suonato ininterrottamente anche da solo, un periodo in cui ho potuto finalmente lavorare con calma sui miei limiti e sugli elementi da valorizzare meglio. Giuliano ha portato in pianta stabile un elemento chitarristico che prima era poco presente. Leziero ha avuto la possibilità di creare gli arrangiamenti in assoluta libertà espressiva, Paolo ci ha portato un enorme entusiasmo e tanto supporto logistico. Siamo insomma diventati una band. Il primo disco venne per tre quarti realizzato a tavolino. I nuovi brani sono stati scritti, arrangiati, suonati dal vivo e successivamente registrati: la novità fondamentale è questa.

Tra l'altro ad un certo punto avevate addirittura pensato di cambiare nome.

La questione si è posta per un'assurda richiesta dei due ex componenti, ovviamente subito ritirata. La scritta Amor Fou ce l'ho tatuata su un braccio da anni prima che il gruppo esistesse, penso basti a risponderti.

Inizialmente il disco doveva uscite con La Tempesta, poi la sorpresa Emi. Come state vivendo il passaggio scena indie-major, sempre che oggi abbia ancora senso presupporre delle differenze fra i due mondi...

Non credo che in Italia esista una causa o una scena indipendente, e credo sia anche un bene. Esistono persone con una bella attitudine che portano avanti i loro progetti con coerenza e ricerca della qualità, penso sia questa la cosa che conta. L'unica causa che questo progetto sposa è quella delle canzoni e dei contenuti che cerchiamo di affrontare, quindi davanti a tutto abbiamo sempre messo la possibilità di portare la nostra musica al maggior numero di orecchie possibili. Non è che dal mondo indipendente avessimo ricevuto chissà quante proposte. La Emi ci ha chiesto di ascoltare il disco e, cosa sicuramente molto rara, dopo una settimana ci ha proposto un contratto, che per altro ci lascia ampi margini di autonomia. Sul piano umano l'impressione è stata ottima e non credo ci sia più tutta questa differenza fra la struttura di un progetto “indipendente” affermato e quello che una major può metterci a disposizione. Alla fine crediamo sia comunque sempre la gente a poter scoprire quello che gli piace e decidere cosa meriti attenzione e supporto, internet ha completamente cambiato le carte in tavola.

Fin dai primi ascolti mi è sembrato che il disco sia la medesima risultante di ciò che Benjamin Biolay ha fatto oltralpe con la tradizione cantautorale francese. Un tentativo eccelso, svolto con compattezza e disinvoltura, di rinnovamento di un linguaggio ormai frustro. Per quanto vi riguarda mi riferisco ai soliti Tenco, De Gregori, Guccini, Battisti-Mogol ma innestati con Blonde Redhead, Wilco, Interpol, National. E' così?

Personalmente ho una stima immensa di Benjamin Biolay e il paragone ovviamente ci lusinga. Di sicuro abbiamo sempre cercato di mettere a frutto la nostra esperienza di musicisti che hanno vissuto anche situazioni all'estero e vivono la musica cercando di rifarsi ad un'attitudine che fuori dall'Italia si è sviluppata meglio ed ha resistito all'avvento della rete continuando a puntare sulla ricerca della qualità complessiva. Per questo non abbiamo avuto fretta di adeguarci alla frenesia che sembra aver contagiato un po' tutti spesso abbassando radicalmente la qualità dei dischi e dei live proposti, e abbiamo atteso che le canzoni prendessero forma, scegliendo sempre di lavorare nelle migliori condizioni possibili, investendo moltissimo di nostro per non sacrificare la qualità del suono sia sul disco che dal vivo. Sicuramente questa nuova dimensione discografica ci aiuterà a concretizzarei progetti con più agilità ma ci porrà anche l'obbiettivo stimolante di una maggiore periodicità nelle uscite.

Amor Fou
Lucia Meazza 2010

Insomma ravvisi anche tu una certa crisi del songwriting nostrano...

Questo è un punto su cui ho riflettuto moltissimo scrivendo il disco ed ho cercato di rendere più manifesto possibile. In una società italiana sempre più abbruttita, diseducata e politicamente compromessa, mi piacerebbe che la canzone d'autore tornasse ad essere una chiave di lettura della quotidianità e non solo una forma di intrattenimento. Il cantautore dovrebbe riabituarsi a guardare anche al di fuori del proprio mondo interiore cinico, sognante o fragilone che sia. Apprezzo molto alcuni cantautori della mia generazione, ma mi sono un po' stancato di non sentirli andare mai oltre la prima persona o il diarismo sistematico, una tendenza che ha segnato gli anni '90, anche nel cinema italiano, e che bisognerebbe decidersi ad accantonare per prendersi un po' più di responsabilità. Un cantautore è in primis un cittadino, una persona che racconta ciò che vive ma pensare che tutto possa esaurirsi nell'autoreferenzialismo mi sembra stucchevole. E sicuramente non è l'approccio che ha reso De André, Mogol, De Gregori, Tenco, Paoli e gli altri dei grandi autori ma anche dei divulgatori nazionalpopolari.

I Moralisti sono persone che innanzitutto hanno compiuto una scelta di vita, non necessariamente positiva. Voi li contrapponete all'immobilismo delle nuove generazioni. Da cosa è dovuto a tuo parere tale congelamento di volontà e quindi di senso dell'esistenza?

Il periodo storico in cui viviamo è caratterizzato da una grandissima rimozione e dalla mancanza di un “osservatorio” a cui rifarsi per analizzare noi stessi e la realtà che ci circonda. Tutto è fagocitato e metabolizzato ad altissima velocità, anche a causa della comunicazione digitale. Un tempo questo osservatorio era rappresentato dall’educazione ma anche dalla cultura popolare, attraverso la musica, il cinema e la letteratura. Sono venuti meno i punti di riferimento, a furia di metterli in discussione non si è stati capaci di sostituirli con valori di civilizzazione alternativi e innovativi, come accaduto in altre società. Vedo nella crisi della famiglia e nelle carenze educative della scuola la principale causa di questa decadenza, ma ovviamente non è l'unica. Diventare grandi in una società in cui tutti, a partire dagli adulti compiono un'abiura delle responsabilità non aiuta certo a sviluppare un'identità forte o a trovare veri stimoli di evasione. I giovani italiani viaggiano anche molto poco, essendo perennemente in rete, dunque non hanno nemmeno tutte queste chance di incontrare fisicamente persone che possano indirizzarli.

E dai Moralisti che tratteggiate si possono anche ricavare alcune delle più grosse contraddizioni del nostro Paese. L'ambiguità dei rapporti con la Chiesa in De Pedis, l'atteggiamento individualistico e adolescenziale di quei giovani strati sociali che necessitano la rivendicazione di alcuni sacrosanti diritti in Anita... c'è anche questo intento nel disco?

In realtà no, anzi, ho proprio cercato di circoscrivere la dimensione della responsabilità individuale “a dispetto” delle sovrastrutture che spesso tendiamo a idealizzare un po' troppo per identificare le responsabilità in una serie di strutture organizzate. In questo ci siamo rifatti molto anche al neorealismo che si concentrava totalmente sui personaggi e lasciava le sovrastrutture sullo sfondo, di cui venivano al limite descritti gli effetti sulla società. Pensando alla Chiesa ho pensato alla comunità dei credenti – di cui io stesso sono parte – e mi sono concentrato su alcuni suoi esponenti e sul loro modo, a mio avviso toccante, di vivere la propria condizione esistenziale. Idem con un criminale di borgata diviso fra megalomania e sensi di colpa. Non ho voluto accennare alla iper-celebrata banda della Magliana o ricercare un mood didascalico da personaggio noir, ma pensare a De Pedis come a un uomo qualunque, un personaggio pasoliniano, l'ennesimo prodotto di un'Italia popolare illusa e sregolata.

Ma andare a scovare le vite di persone normali però escluse dalla pseudo-realtà catodica rimane l'unico gesto politico, “d'impegno”, che si può permettere oggi la canzone d'autore?

Pensiamo che questo paese vada raccontato, a partire dalle storie che racconta e che ci toccano, e che vada raccontato anche nei suoi lati ambigui, drammatici piuttosto che bizzarri. Niente di nuovo, ma crediamo sia un dovere e un privilegio farlo. Il nostro primo ministro attacca i libri inchiesta sulla mafia dicendo che fanno una cattiva pubblicità al paese, un po' come Andreotti criticò “Umberto D.” di De Sica perché mostrava un'Italia troppo spietata con gli anziani e gli esclusi dal boom economico. E' nostro dovere cercare di portare il nostro piccolissimo apporto visto che abbiamo la fortuna di confrontarci con un patrimonio come quello italiano e la responsabilità di vivere in un periodo così complicato.

Ti faccio questa domanda perché le canzoni che avete scritto mi sembrano pure una sorta di inno alla complessità del mondo. Non esistono il bianco e il nero, i guelfi e i ghibellini, il “chi non è con me se ne vada”, ma realtà sfumate, contraddittorie, dove i moralisti non sono eroi ma persone qualsiasi, che hanno fatto una scelta di vita e ne prendono le conseguenze, il susseguirsi di gioia e pena, come dicono i versi di Sandro Penna che chiudono la tracklist. E' anche questa una volontà politica, di contrapposizione alla realtà unica, non solo nell'informazione ma proprio nei costumi, che è poi a mio avviso la vera "questione morale" dei nostri tempi?

Probabilmente sì, c'è un elemento politico nell'atto stesso di proporre certe tipologie umane. Forse più che politico in senso stretto c'è una sorta di senso civico nell'occuparsi di questi argomenti e divulgarli attraverso delle canzoni che lascino la libertà all'ascoltatore di approfondire o meno i contenuti. Non dimentichiamo che stiamo pur sempre parlando di un disco, non di un trattato sociologico o di un film inchiesta. Ma le canzoni hanno una grandissima forza divulgativa, anche in chiave pop e non solo cantautorale. Gli unici personaggi noti li abbiamo inseriti perché estremamente rappresentativi dell'Italia che descriviamo, ma anch'essi sono visti come uomini qualunque, e non sono celebrati, nemmeno in negativo. E in ogni caso non volevamo sostituirci alla cronaca a cui spetta il compito di occuparsi di personaggi pubblici. Noi ci occupiamo di quelli che piano piano stano sparendo dall'immaginario collettivo.

Amor Fou
Luca Barachetti 2009

Come accennavo prima il disco si chiude con alcuni versi di Sandro Penna recitati da una bambina. Dite nelle note stampa che è una chiusura all'insegna della speranza e, attraverso i versi di Penna, un atto di realismo verso la vita, che appunto è prima di tutto un susseguirsi di gioia e pena. Ma ci rimangono solo speranza e realismo o è possibile fare altro?

Non solo è possibile, è doveroso. Ma senza sogni e coesione non si va da nessuna parte ed è per questo che, non come artista ma come cittadino, sono molto pessimista in merito al futuro dell'Italia in quanto tale, che probabilmente è un'esperienza culturale e storica ormai conclusa, che vive la sua definitiva decadenza arroccata su concezioni politiche (indipendentemente dal versante) antistoriche, di pura retroguardia, E' la vecchia storia del mondo, come capitò a Roma ai tempi di Eliogabalo e della caduta dell'impero, emergeranno sullo sfondo nuove realtà etniche e culturali che mi auguro sappiano infondere nuova linfa alla società del domani tutelando quello che troveranno ancora intatto di questo Paese bellissimo e frammentato.

 

Le canzoni

De Pedis
Il Renatino della Banda della Magliana visto come figura ambigua ma dalla polarità negativa, ben lontana dal Dandi di “Romanzo Criminale”, in un dialogo con il proprio padre spirituale e l'amata. Crimine e tentativi di redenzione (il boss donò molto denaro in beneficenza), Baustelle e Blonde Redhead, sullo sfondo la Roma neorealista e una “Trastevere di brutte cose”.

Anita
L'impossibilità di una decisione vera diventa moralità imbrigliata e desiderio represso da convenzioni o utopie ancora lontane. Anita è una ragazza che scopre insieme alla propria omosessualità la delusione di una società intollerante cui non sa opporre altro che scelte adolescenziali e dunque impossibili. Come nella traccia precedente drumming corposamente wave e trascinanti frange pianistiche. Bellissimo il testo.

Le promesse
“Oggi mi dedicherò a un pensiero unico / che ti liberi da tutto il male e ti renda onore”: le preoccupazioni di una madre incerta sull'educazione impartita alla figlia. Una ballad commuovente e malinconicamente ariosa, tra i momenti migliori di tutto il disco. Puro pop italiano con il brit bluriano come referenza intellettuale prima che musicale.

Peccatori in blue jeans
Cadenza beat alla Rokes ma senza calchi scontati che sorregge la parodia di due cinquantenni idealisti ancora convinti di essere giovani. E dei giovani un ritratto non meno beffardo, come se Petri scrivesse oggi una canzone su di loro. La classe indie-kid va in paradiso.

Il mondo non esiste
Una filatrocca folk-pop su Mario Morotti, pensionato di Benevento morto suicida nell'indifferenza generale di cui si scoprirà un mondo fatto di visioni sognanti e primordiali. A raccontarlo la moglie, con la stessa pietà dolceamara del Fossati de L'uomo coi capelli da ragazzo, in un brano che De Gregori non scrive più da un pezzo.

Filemone e Bauci
Il mito narrato da Ovidio nelle Metamorfosi per un'altra splendida canzone sul rapporto genitori-figli, questa volta però dal punto di vista di questi ultimi. Sinceramente battistiana la prima parte, post-rock senza vendere l'anima la seconda, sorta di bolero morriconiano che fa da notevole giro di boa dell'intero disco.

Cocaina di domenica
L'apocalisse italiana è nei bar col videopoker della provincia cronica. L'immaginario di un tipico uomo della Lega in una serie di frame grotteschi alla Sorrentino. “Amo la mia terra e la foresta sonorizzo col fucile”. In filigrana qui come altrove Wilco e National.

Un ragazzo come tanti
Di questi tempi una canzone su una storia d'amore tra un prete e un ragazzo può essere facilmente travisata. Ma qui si parla soprattutto di scelte, coerenza, integrità. Come spazi di senso e libertà individuale.

a.t.t.e.n.u.r.B.
Il ministro Brunetta, altro moralista negativo dell'album, e il suo discorso contro gli intellettuali inserito in reverse in un frammento pop-wave strumentale. La colonna sonora di una moderna invasione barbarica, nella quale tutto (vedasi anche il titolo) si sta capovolgendo.

Il sesso degli angeli
Un innamorato si pente di aver lasciato scorrere una relazione in modo troppo libero. L'unico passaggio interlocutorio di tutto il disco dimostra una qualità di scrittura comunque sopra la media.

Dolmen
“Ah! Se noi fossimo almeno noi”. Un amore irrealizzabile per troppo individualismo che diventa nella frammentazione della nostra società l'impossibilità disperata di un qualsiasi tipo di legame. Scritta pensando agli Altro, arrangiata come degli Interpol rabbiosi. Fino ad ora, una delle canzoni più emozionanti del 2010.

I moralisti
La chiusura è affidata ad un breve strumentale più recording dove una bambina recita due versi da “Una strana gioia di vivere” di Sandro Penna. Un omaggio al poeta e ai “Comizi d'amore” di Pasolini, ma anche un lancio di speranza e realismo che fa da sigillo programmatico all'intero lavoro. “Dacci la gioia di conoscer bene / le nostre gioie, con le nostre pene”. La vita per quello che è, prima di tutto.

Scheda: Amor Fou

copertina pdf #88