Un’ossessione è alla base di Queen Of Denmark, l’esordio di John Grant, ex cantante degli americani Czars, cult band denveriana di fine ’90. L’ossessione è quella del boss della Bella Union, Simon Raymonde, che scopre il gruppo del quale Grant è cantante e leader, e lo mette sotto contratto principalmente per lui, e quella dei Midlake, che lo scelgono nel 2006 quale supporto del loro tour USA che promuove The Trails Of Van Occupanther. Entrambi ne restano colpiti, giudicando un peccato che il songwriting essenziale di Grant rimanga appannaggio di pochi intimi. Proprio i compagni di etichetta Midlake si fanno carico dell’esordio, suonandolo, producendolo e coarrrangiandolo, e ritardano per questo le registrazioni dell'ultimo The Courage Of Others uscito pochi mesi fa. “Abbiamo sentito The Czars durante il nostro primo tour a Londra - ricorda il bassista dei Midlake Paul Alexander – e la voce baritonale di John è stata la prima cosa che mi ha colpito. Ma siamo veramente rimasti affascinati quando l’abbiamo visto live tempo dopo e voluto come opening act in patria, fino a portarlo con noi a Denton per realizzare il disco”.
Dopo la vicenda altalenante con gli Czars, conclusasi nel 2004 alla fine di un sodalizio durato quasi 15 anni, il Nostro medita addirittura di abbandonare la musica. Si trasferisce quindi armi e bagagli a New York, dove prosegue e termina gli studi di russo (parla correntemente anche il tedesco e lo spagnolo). E’ un po’ dopo che riprende sporadicamente a far musica, e proprio suonando di spalla a gruppi come Flaming Lips viene notato dai Midlake, e il resto è noto.
E’ un songwriting piuttosto classico quello dell'americano, che in Queen Of Denmark accentua ulteriormente la matrice Settanta: siamo dalle parti di Harry Nilsson e Carpenters, con un versante anche soft pop alla Supertramp e E.L.O., (via Beatles) lambendo qua e là gli amici Midlake, e smarcandosene anche grazie a un intelligente jazz rock (Steely Dan) e al country primo amore sempre presente in sottotesto, si veda la passione per Patsy Cline (“ai tempi della scuola non mi vergognavo di amare la Cline, per anni ho cantato dietro alle sue canzoni”) e le sonorità alt-country dell’ex gruppo. Si aggiungano arrangiamenti raffinati, realizzati con la “backing band” di lusso, un gusto pop alto e una scrittura varia, fatta di canzoni per piano, arricchite da synth settanta e archi, in cui predomina la ballata ma non solo e un gusto lievemente barocco che fa pensare al prog e a Flaming Lips e affini.
Del resto, a proposito di ossessioni, John Grant è perfettamente in argomento, sia quando si tratta di tormenti amorosi, sia quando queste derivano da postumi da dipendenze, come quelle per alcol e cocaina consumate nel corso dell’ultimo decennio, quando è anche arrivato sull’orlo del suicidio, come ha rivelato di recente a Mojo. Queste esperienze sono presenti e trasfigurate nelle canzoni, attraverso una meditata impronta ironico-sarcastica e su tutto una leggerezza di fondo, da sempre la chiave di lettura del suo songwriting, che lo distingue dalla drammaticità di alcuni e lo avvicina a personaggi quali Morrissey e Scott Matthew.
La scrittura sincera riflette tutto il disagio di crescere in provincia, in questo caso un piccolo centro del Michigan fino alla preadolescenza, e poi Denver in Colorado – dove si era trasferito con la famiglia -, con le difficoltà e le esperienze del caso, di cui tratta senza mezzi termini nel disco. Così i temi portanti sono le difficoltà di crescere essendo gay in un ambiente familiare religioso (JC Hates Faggots) e in un soffocante piccolo centro, gli incontri e le esperienze successive sin dal trasloco in Colorado. “Ai tempi della scuola, poco dopo il trasferimento a Denver ero un pesce fuor d’acqua, mi sentivo come Sigourney Weaver che si batteva contro gli alieni, come se fossi perciò su un altro pianeta. Mi piace lo sci-fi e film come La mosca e Alien mi fanno assaporare l’idea della metamorfosi” (Sigourney Weaver).
Come racconta, con il supporto di Paul Alexander e compagni si è sentito completamente libero di esprimersi. “Non c’è niente di superfluo o inutile nel disco, ho rivelato chiaramente dal mio punto di vista dove sono arrivato e chi sono come persona, e sono fiero di esserci riuscito al meglio. Almeno mi è stata data l’occasione di affrontare il dolore, invece di esserne spaventato e non riuscire a farvi fronte”. Ecco che allora tutto assume un sapore di sublimazione e insieme di redenzione, una battaglia contro i propri fantasmi interiori, su tutti la depressione e la dipendenza (“l’intero album è sulla dipendenza”) e l’essere riuscito a tenervi testa. E non è poco.
Scheda: John Grant