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Pubblicazione 05 Maggio 2010

Audio Bullys

London Dreamers Back Again

Più in alto della Torre Eiffel: la nuova fatica di Simon Franks e Tom Dinsdale riporta il mesh-rock nell’house.
Audio Bullys
2010

Audio Bullys il ritorno. E non poteva esserci un tassello più nobile per continuare la tradizione UK degli inserti rock nei tessuti dance. Il nuovo lavoro Higher Than The Eiffel, pari per freschezza e realness all'esordio di sette anni fa, sembra culminare una nouvelle vague che dai Crookers in poi non conosce soste.

Le commistioni di base rimangono le stesse che animarono i Chemical Brothers, i primi Basement Jaxx, gli Orbital e tanti altri: hip-hop, r'n'b, rock, punk e pop in dialogo con house e techno, ma il mix è senz'altro differente. La seconda generazione di rocker post-rave ha ritrovato nei laser verdi e nei synth marci un fascino di guerriglia retrò che è anche il punto d'unione e di riconoscibilità di tutto il non-movimento. Le hit del dopo sono Future Belongs To Us, Only Man (dal taglio in acido-Justice),  Shotgun (la motordeep di periferia) e una traccia come Kiss The Sky dove il french touch si schianta contro una prosopopea che gli U2 oggi si scordano.

Eppure al menù acido, il duo londinese preferisce attingere con mano sedata dacché c'è tutta una tradizione alla quale, da buoni inglesi, si deve attingere. Simon Franks, al telefono da Londra, ce lo confessa a mò di preambolo "qualche cambiamento ci sarà anche stato ma il suono sta seguendo la stessa formula". E se alchimia dev'essere, una delle costanti nell’equazione ci porta dritti a parlare di un'altra grande rock band on E: i Prodigy, capostipiti del rave da palco dei Novanta, padri putativi pure per dei Bullys che proprio da adolescenti nei Novanta sentirono l'ebbrezza di quel periodo sonico nel quale mescolare qualsiasi suono senza barriere, sembrò la cosa più eccitante e inaudita del mondo.

"I Prodigy ci hanno portato dentro la musica", e non il big beat e tutta la stagione mainstream di fine millennio che trasformò l'affare dance in un fumetto post-modernista. Di Fat Boy Slim, che di quell'ondata fu il capostipite, i Bullys non hanno preso molto e la cosa non ci soprende. C'è stato pure un incontro dal vivo ("in un party in Sud Africa, abbiamo preso un drink") senza che questo abbia prodotto null'altro che stima e consapevolezza di appartenere a modi diversi d'intendere l'impasto sonico. Più vicini ai londoners dunque, due tamarri come i Crookers. Vicini per attitudine mesh e mattanza dancefloor ma, anche lì c'è un distinguo, l'hip hop. A Franks piace come si atteggiano, il loro nome, quello che fanno; dice che sono proprio bravi ma crede pure che ci sia un forte link con l’hip-hop che i Bullys non hanno.

Loro vengono dall'house, i Crookers da quell'altra grande famiglia black questo è il punto, e inoltre, non dimentichiamo che c'è tutto l'amore per l'Haçienda e la Madchester drogata degli Happy Mondays che viene fuori forte e chiara nell'album. Se c'è un'altro contatto black, condito magari di chitarre indie, è quello con l'r'n'b slavato e imbottito di E di Shawn Phillips le cui movenze e slaking sembrano aggirarsi come uno spettro in quasi tutte le song. Certo, non è il solo: ospiti del disco, e questa volta in carne ed ossa ci sono addirittura componenti dei Madness, il cui cantante Suggs, collaboratore assieme al tastierista Mike Barson in quasi tutto l'album, sembra aver messo più di uno zampino in brani dagli andamenti ska come Daisy Chains e Goodbye. Franks minimizza ("in quelle canzoni Suggs non ci ha messo direttamente le mani"), ma è anche un ottimo diplomatico ("la sua influenza indiretta c'è comunque stata"), nonché un grande estimatore della band di Camden Town e con lui, più che continuare con i paragoni con altre formazioni, è meglio fare un salto temporale e tracciare delle prospettive.

Dall'esordio Ego War del 2003, cos'è cambiato e in cosa sono cresciuti gli Audio Bullys? Cresciuta in produzione, abilità nel dosare il mix, sono le prime cose che vengono al microfono ma è dal un punto di vista della scrittura, della capacità di scrivere canzoni, che Franks è moderatamente fiero: "Ho cercato di spingermi oltre con i testi, ammette e Daisy Chains è una delle canzoni che preferisco da questo punto di vista. Con Higher Than The Eiffel siamo tornati a scrivere canzoni con il cuore per farci rispettare dalla gente che vogliamo che ci rispetti".

E naturalmente su quel "tornare" c'è tutto il lascito di una polemica oggi ricomposta che risale ai tempi di Generation, album che successe al remix di Shot You Down della Nancy Sinatra, che freddò molti degli entusiasmi che si erano creati attorno al loro suono. All'epoca i Bullys polemizzarono con Virgin dichiarando che fu in parte loro la causa del fallimento di quel disco. Non sapevano come promuoverci e così ci dissero che dovevamo rallentare il ritmo. Noi accettammo e quel compromesso deluse tutti, dichiararno allora a cose fatte. Oggi i toni sono completamente differenti, segno che i due vogliono lasciarsi la sconfitta alle spalle senza addossare la colpa a nessuno ("E’ stata una cosa che ho detto così, poi tutti ne hanno iniziato a parlare. In effetti non è stato poi un così grosso problema"), ma anche che del nuovo sforzo sono convinti e non vedono l'ora di portarlo on stage.

Niente inutili orpelli sintetici, ci anticipa Frank riguardo alla tournée, non useremo molti synth. Specie quelli di moda oggi e neppure quella robaccia synth pop e auto tune. Non mi piace usare effetti, soprattutto li toglierò dalle vocals. Sarà mix tra suonato e consolle. Il tour partirà da Londra e girerà il mondo toccando l'italia in un'unica tappa, a Milano, unendo in una proposta fresca bangers in acido e rockers da pogo sporco. Eppure il collante che sorprende all’ennesimo ascolto di Higher Than The Eiffel è la sapiente arte del maneggiare la malinconia british (quella dei Verve per intenderci), e l'ultra sincerità confessionale di The Streets come si ascolta nella bella Drained Out (“I miss my girl / I miss my family / Too much cocaine too much brandy”) tra scazzo urban, funk, jazz e groove house.

Al telefono Simon lo senti che ha la giusta dose di tamarraggine: 10mila “fuck, man, cool”  al secondo e lo yeah yeah che interrompe le domande. Sono questi gli ingredienti che vanno oltre la scena e recuperano cose distanti dalla normalità da Billboard. Il loro mesh è l’ennesima conferma di come la disco brit sia ancora una volta Great, ha saputo guardare oltre le influenze transoceaniche lasciano ai giovani skunkers le fascinazioni del wonky o del banghra riprendosi, in un arrocco poderoso, le armi della realness di gente come Beastie Boys (Feel Alright) o Wu Tang Clan (London Dreamer). Maximum Respect quindi per chi non si ferma un attimo e ha già in testa la scaletta per il prossimo disco. I bulli son tornati più in forma che mai.

Audio Bullys
2010

Scheda: Audio Bullys

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