Label rubriche
Pubblicazione 09 Maggio 2010

Ninni Morgia Control Unit

Associazione Farm, Bologna (10 Aprile 2010)

Ninni Morgia in Italia con la sua Control Unit. Live la creatura mutaforma del chitarrista catanese trapiantato a NYC.
Ninni Morgia Control Unit
2009

È già nel moaning ossessivo di Silvia Kastel, titolare dell'etichetta Ultramarine nonché occasionale presenza ai synth per la Ninni Morgia Control Unit, che si possono individuare le direzioni stilistiche dell'ennesima incarnazione del chitarrista catanese. Una voce che sembra richiamare i disagi di Lydia Lunch epoca Teenage Jesus, ma dalla quale sono sciolti tutti i riferimenti ad una quotidianità inquietante. E raggiunto un punto di vista quasi straniante da cui spiegare come vanno le cose, persino il disagio diviene un'astrazione. Dopotutto si tratta di musica strumentale. Il resto lo chiamano free-jazz. Ma già nell'album di esordio, nell'improvvisazione di Ninni Morgia trapelano spunti che si rivelano distanti dalle spinte escapiste dei nomi tutelari che pure lo ispirano: Sun Ra e le sue derive cosmologiche, i richiami all'oriente di Alice e John Coltrane o i riferimenti alla madre Africa di Archie Shepp. E neppure nella New York che l'ha accolto, trova facili corrispondenze il suo predicare. Non nelle furberie citazioniste dei Talibam, nè nelle grammatiche sghembe di Peeesseye, compagni di dischi e collaborazioni, ma che prediligono un approccio ludico alla loro musica. Nella musica di Ninni, invece, al di là della psichedelia di cui pure l'album è ricco, ci sono dei momenti in cui la visione è lucida, trapelante una fredda tragicità.

Di questi momenti, che nel disco occupano solo una parte del corposo doppio LP, si costituisce la norma del live. Queste sono le premesse da cui si sviluppa il concerto della Control Unit, in una formazione di cui Morgia rimane la sola costante. Ad accompagnarlo oltre ai synth si aggiunge il sax di Edoardo Marraffa, fautore di un approccio quasi rabbioso, decisamente distante dai fraseggi di Daniel Carter con cui il disco è stato inciso. Urla disperato il suo fiato, mentre accompagna i lunghi sospiri della voce per poi frammentarsi su staccati ipnotici. Uno strumento abusato, forzato a suoni non previsti dalla sua natura: fischi, ruggiti, risonanze anomale, in un modo di suonare di cui andrebbe fiero anche il Pharoah Sanders dei tempi di Ascension. Dal lato dei synth emergono invece scarni pattern ritmici, e rumorose modulazioni caratterizzano il suono della band in apporti essenziali quanto decisivi. Infine Ninni Morgia. Se ne sta in disparte il chitarrista, ai margini della musica nonostante la posizione centrale nel fondo della sala. Perché il suo è un lavoro artigiano, che del suono rifinisce i bordi e ne definisce le strutture. Un defilato centro nevralgico, intorno a cui ruotano le espressioni degli altri strumenti. Ed è sempre lui che da forma organica alla musica col suo pulsare di crescendi e rarefazioni. Lavora esperto sulle corde e sui pedali, tre le pieghe della dinamica come ad aggiungere memoria alle urgenze del sax e del synth. Unità di controllo di un entità inafferrabile, che cambia di numero ed elementi pur rimanendo coerente con la sua identità.

Il resto della serata lo caratterizza una scaletta piuttosto variegata. Si inizia con dei brani di chitarra o arpa di un cantautore bolognese. Da solo - come spiega anche in una canzone – perché il suo percussionista senegalese è stato rinchiuso in un C.P.T. Dopo la Control Unit, chiudono i Two Moons, che sono in tre ed occupano il palco in vestiti scuri ed un paio di mele-Mac ostentate ad un pubblico decisamente troppo pettinato, ormai. La loro musica è una sorta di Depeche Mode in versione digitale, con tutti i teatralismi e pigli da poseur che ne derivano. Lo spettatore più eclettico è confuso pure lui.

copertina pdf #87
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