Drop Out
Pubblicazione 19 Maggio 2010

UK DIY

L'accidentata rivoluzione indipendente

In un mercato discografico allo sfascio, il DIY garagista americano sbarca negli UK and it is here to stay
Pens
2009

È passato parecchio tempo da quando mister Alan McGee veniva considerato il discografico più lungimirante e illuminato del Regno Unito. Erano gli anni in cui la sua Creation poteva vantare una scuderia da fare impallidire quella di Diva Futura nel porno.

Oggi il vecchio Alan è un signore di mezza età che tiene un piccolo blog sul sito del Guardian. I suoi post hanno titoli perentori e un pò altisonanti, e vengono spesso accolti dai suoi lettori, per lo più indie rocker britannici con gusti molto prosaici, con la benevola ironia che si riserva ad un vecchio zio un pò rincoglionito. Lo scorso febbraio, però, il buon McGee, recuperata temporaneamente quella lucidità che in passato gli permise di scoprire gruppi che fecero fischiare le orecchie della gioventù sonica inglese, si ritrovò a commentare i Brit Awards 2010 con una buona dose di amarezza. Secondo colui che scoprì gli Oasis, le major ci hanno servito un altro anno di vacuo pop da reality show. In tale aspetto e nelle difficoltà fiscali ed economiche che affliggono ormai da tempo questi colossi dai piedi d’argilla, è facile intravedere, in tempi relativamente brevi, la fine dell'industria musicale (per come la conosciamo, aggiungiamo noi).

Assodato questo, però, la questione diventa un’altra: la marginalizzazione delle major comporterà anche la fine della musica che amiamo? “Of course not! – è la risposta di McGee – la testimonianza del fatto che ci sia vita oltre le major, sta nella pubblicazione della compilation della Paradise Vendors Inc, etichetta dei giovani noise makers Male Bonding: un ottimo esempio di tutto quello che c’è di buono nella musica indipendente odierna. Un manifesto di brutale DIY fuzz pop nella tradizione di label storiche come la SST”.
E fu così che i giovani lettori del Guardian, per lo più abituati a confrontarsi con personaggi come Lady Gaga e Lily Allen, scoprirono i Male Bonding e il nuovo e intricatissimo universo DIY britannico. 
 

Prime movers: PENS, Graffiti Island

Facciamo per un attimo un passo indietro e spostiamoci dall'altra parte dell'oceano. DIY all’alba dei 10s è sinonimo di etichette come Woodsist, HoZac e Capture Tracks (ma non dimentichiamoci di Make A Mess, Zoo Records e decine di altre ragioni sociali di natura semiamatoriale), ovvero la punta di un iceberg le cui reali dimensioni sono ancora tutte da scoprire. Si tratta di label guidate per lo più da artisti decisi a pubblicare musica in proprio, che hanno avviato una rete fittissima di contatti, hanno riportato alla luce un’estetica fatta di suoni approssimativi, spesso registrati in studi casalinghi, la cui unica ragion d’essere è unicamente l’urgenza espressiva. Il tutto, unito ad una sorta di feticismo per vinile, cassette, copertine disegnate a mano, ha delineato le coordinate di una scena agguerritissima e compatta.

La comparsa di artisti come Dum Dum Girls, Psychedelic Horseshit, Blank Dogs ha fatto da battistrada a decine di minuscole entità passate dalla sala prove al vinile senza soluzione di continuità, all’insegna di sonorità in bilico fra pop acido, garage deviante e wave minimale. Il bello è che la loro influenza sull’immaginario indipendente si sta dimostrando più pervasiva di quanto non dicano i numeri. A metà del 2009, una di queste etichette, la Art Fag di San Diego, pubblicava uno split con quattro band, due statunitensi e due londinesi. In quel momento fu chiaro che la pianta selvatica del lo-fi aveva iniziato a germogliare anche nella vecchia Albione.

Le PENS, terzetto londinese al femminile, erano una di quelle band. Oggi possono vantare lo status di prime mover del scena DIY britannica, più che altro per la velocità con cui sono riuscite ad arrivare al traguardo dell’album. Hey Friend, What You Doing? è stato inciso dopo appena sei mesi dalla loro formazione ed è stato pubblicato sul finire dello scorso anno per la De Stijl. La qualità della registrazione è pari solo all’imperizia tecnica del gruppo. Eppure, se la parola punk ha ancora un significato all’alba del 2010, è da rintracciarsi proprio in questi solchi. Immaginate una versione minimale e sgangherata delle Slits, impegnate a registrare nel tinello di casa filastrocche garage dai testi inintelligibili, (oppure slogan programmatici come “we got no money and we’re gonna break in”): un mix di cantilene infantili e urla belluine, in cui l’immediatezza ha la meglio su tutto. E’ Il recupero dell’innocenza che stava dietro alle produzioni targate Flying Nun, la magia del pop servita col ghigno beffardo dell'ennesima “rock’n’roll swindle”.

Certo, chiunque affermasse che tutta questa storia del DIY non è altro che una scusa per celare l’incapacità tecnica sotto un’asfissiante cappa di hype, avrebbe gioco facile. Dal canto loro, però, le ragazze non si scompongono: “È buffo che la gente pensi che cerchiamo di essere cool – controbattono – in realtà facciamo solo quello che ci diverte. Il nostro problema è che non possiamo permetterci strumenti o sale di registrazione costose. Inoltre non siamo granché come musiciste. High In The Cinema, ad esempio, è stata incisa una camera puzzolente dell’East London, tanto che se ascolti bene puoi sentire persino il rumore della muffa. La verità è che vogliamo solo divertirci senza preoccuparci di rappresentare nulla per nessuno.” Ecco, più chiaro di così!

A suggello del connubio artistico fra le due sponde dell’oceano, c’è stato poi il tour con Dum Dum Girls, Crocodiles e i londinesi Graffiti Island, nome quest’ultimo che sembra legarsi indissolubilmente a quello delle PENS.

Più pop e indolenti rispetto alle tre concittadine, quello dei Graffiti Island è una sorta di 60s garage suonato da cavernicoli, visto il riverbero che ricopre voce e chitarre e la foga con cui tormentano gli strumenti. Uniscono testi in cui si parla di lupi mannari e amenità varie ad un approccio slacker che nell’ultimo singolo, Demonic Cat, finisce per farli assomigliare ad una versione zombificata dei Beat Happening.
Neanche un album al loro attivo e già da mesi si parla di loro come della band più cool di Londra. Vedendoli, e leggendo interviste in cui si divertono a parlare invasioni aliene e horror b-movie, ci se li figura piuttosto come un circolo di nerds reduci da una lunga sessione di D&D: “E’ corretto dire che sono i vecchi VHS degli anni 80 ad ispirarci – spiega il cantante Conan Roberts – quelli bizzarri che trovi nei banchetti dell’usato dalle incredibili e coloratissime cover.” Insomma, il tipo di immaginario che ci si aspetterebbe far presa su qualche sfigatissima garage band americana, più che su un terzetto di occhialuti borghesi londinesi.
Curioso che per un gioco di influenze incrociate, il teen rock americano dei 60s e dei primi 90s sia tanto importante per la nuova scena indipendente d’Albione quanto lo è il C86 lo è per lo shitgaze d’oltreoceano.

Graffiti Island
2009

In tal senso si deve leggere il tributo alla figura del figlio più degenere della junk culture a stelle e strisce da parte della Italian Beach Babes, micro label inaugurata lo scorso anno dallo stesso Roberts. 
Nata principalmente con l’intento di distribuire in Europa materiale targato HoZac, Capture Tracks e Zoo Records, l’etichetta, la cui prima issue in catalogo è una split-cassete con brani di PENS, Male Bonding e degli stessi Graffiti Island, ha dato alle stampe un 7’’ tributo allo scum rocker GG Allin.
Cosa abbiano in comune gli efebici componenti dei gruppi in questione con uno dei personaggi più controversi di tutta la storia del rock, è un argomento che sarebbe interessante approfondire. “Sono sempre stato affascinato da GG Allin, dalla sua vita e da come divenne il personaggio che conosciamo – afferma Roberts – di sicuro si trattava di una persona disturbata, con idee controverse su diversi temi, ma non bisogna dimenticare le grandi canzoni che scrisse.

John Arthur Webb dei Male Bonding è sulla stesa lunghezza d’onda: “Chiaramente non condivido molte delle affermazioni fatte da Allin – uno che fra le altre cose affermava l’utilità dello stupro ai fini della crescita personale – tuttavia mi interessa il percorso psicologico che lo ha portato a scrivere canzoni come Shove That Warrant. Di certo era uno che viveva al cento per cento la propria musica.
Risultato: le 300 copie stampate di Violent And Obscene: A Tribute To GG Allin sono andate sold out in men che non si dica. Dopodiché Roberts e Webb hanno iniziato pianificare un’uscita ancora più ambiziosa che prevedeva una collaborazione fra le rispettive label. Il che ci porta direttamente nel ventre della balena del nuovo fermento underground.
 

Don't go back to Dalston: Male Bonding

Lo scorso anno il solito Guardian pubblicava sulle colonne del suo sito un curioso articolo, il cui titolo suonava più o meno così: “Benvenuti a Dalston, il luogo più cool della Gran Bretagna”. Immaginatevi le risate di tutti coloro che conoscevano il sobborgo londinese per i caotici mercatini, le file interminabili di ristoranti turchi e gli insanabili problemi igienici.
Il fatto è che, al di là dei facili entusiasmi, in vero piuttosto comuni nell'ambito della stampa britannica, il codice postale E8 si stava trasformando in uno dei poli di attrazione della vita notturna londinese. La presenza di numerosi capannoni sfitti e i massicci investimenti nell’ambito dell’edilizia, avevano creato le premesse per l’arrivo di sostanziose iniezioni di capitale umano e artistico. I club nascevano e un numero crescente di musicisti (due a caso? Lightning Speed e Jack Penate) iniziava a considerare il quartiere come il proprio avamposto strategico.

Se un anno fa gli psycho poppers Big Pink rappresentavano il nome di punta a Dalston, oggi al top del Who’s Who c’è un insospettabile trio di slackers. John Arthur Webb (chitarra e voce), Kevin Hendrick (basso) e Robin Silas Christian (batteria) rappresentano il frutto apocrifo di due delle maggiori tendenze d’oltre oceano: quella art rock & noisy, che negli USA prolifica intorno al locale di culto The Smell, e quella no-fi di HoZac, Capture Tracks e Art Fag, a cui il combo dalstoniano si è da subito affiliato.

Sono autori di un noise pop spigoloso, scosso da violenti fremiti punk, anfetaminico e tribale, che si è subito guadagnato paragoni con quello dei californiani Abe Vigoda, tanto per citare una della band più hyped del giro dello Smell. Loro non fanno mistero di provare un naturale richiamo per la scena losangelena:“Ci piace l’estetica di quello che sta avvenendo da quelle parti. - è il chitarrista John Webb a parlare - Ci siamo stati solo un paio di volte ed è stato incredibile, carico di ispirazione. Adoriamo il sound di band come i Mika Miko, gli Abe Vigoda e i nostri nuovi compagni di etichetta, i No Age.”

Già perché nonostante i Male Bonding abbiano fino ad ora veicolato la propria musica attraverso una messe di materiale a tiratura limitata, pubblicata sulle più disparate label del giro DIY, è stata la Sub Pop ad aggiudicarsi la possibilità di pubblicare, a maggio, il loro disco d'esordio: “C’è gente che è convinta che siamo 'arrivati' solo per il fatto di aver firmato per Sub Pop – spiega Webb – e che questo sia avvenuto senza reali meriti da parte nostra.

In realtà, sin dal momento della loro formazione, avvenuta nel 2008, tutti e tre i componenti della band si sono resi protagonisti di un'attività frenetica, organizzando e partecipato a concerti di band come HEALTH e Fucked Up, tenutisi in piccole venues della zona diventate il punto di riferimento per gli indie junkies londinesi. In breve il gruppo ha iniziato a catalizzare l'attenzione delle realtà artistiche più oblique presenti sul territorio. Tutto questo non poteva che sfociare nella nascita della Paradise Vendors Inc., micro label dedita a produzioni dalla tiratura limitatissima (per lo più in cassetta o 7’’), tramutatasi da subito nel vettore privilegiato di band dal comune sentire. E’ grazie ad una di queste uscite che la Sub Pop si è accorta di loro. L’etichetta americana è quella che più di ogni altra sta ricalibrando il proprio rooster sugli urticanti suoni del nuovo lo-fi. No Age e Dum Dum Girls sono già della partita, con i Male Bonding, i discografici di Seattle possono tranquillamente affermare dire di aver messo le mani sulla band più significativa fra quelle sorte al di qua dell'Atlantico.

Male Bonding
2010

Se poi qualcuno nutrisse dubbi di natura etica sul percorso che ha condotto il trio a compiere la suddetta scelta, Webb ha già pronta la risposta: “Guarda, è tutto molto relativo. Se non avessimo avuto contatti con Sub Pop non avremmo mai prodotto un album. Ci vogliono troppi soldi per farlo, in questo modo avremo la possbilità di raggiungere un numero infinitamente maggiore di persone. Il punto è che non c’è una formula univoca per queste cose, è giusto che ogni band trovi la sua strada.

Una cosa sembra chiara a questo punto: il DIY targato 2010 è innanzitutto un'esigenza dettata dalla necessità, tutt'al più da una scelta estetica, lontano in questo senso dal fenomeno apparentemente analogo che seguì l'esplosione del punk. Tanto meno c'è traccia del rigore etico che stava dietro alla cultura dell'autoproduzione che negli anni 80 proliferava intorno ai centri sociali. Registrare musica e produrre dischi in proprio oggi è un modo come un altro di far conoscere il proprio lavoro, di solito complementare alla creazione di una paginetta su MySpace, alla gestione di un blog o all'aggiornamento del proprio account su Facebook e Twitter. E' un'esigenza dettata dall’urgenza espressiva e dal vecchio principio del “be here now”, resa efficace dall’abbattimento dei costi di produzione e di promozione legati allo sviluppo della Rete. Paradossalmente è proprio questo approccio low profile a renderla così popolare. Creare un network di artisti e un'infrastruttura capace di diffondere il frutto del proprio ingegno, oggi è la cosa più naturale del mondo, ed è questo che la rende così pericolosa per il mercato tradizionale.

E' per questo che i Male Bonding continueranno a produrre materiale su minuscole etichette (così come dall’altra parte dell’oceano le Dum Dum Girls faranno uscire la versione vinilica del loro album per HoZac), “prestando” in questo modo la loro notorietà a gruppi con cui condividere i progetti più disparati. Allo stesso modo la Paradise Vendors Inc continuerà a produrre materiale sfruttando la nube di hype addensatasi attorno alla band. “Una cosa deve essere chiara: con la PVI abbiamo sempre pubblicato dischi di gruppi che consideriamo amici. Band che amiamo e che vogliamo supportare.
Ora però la cosa si fa seria. C’è un universo di band e sonorità da scoprire, e se i mezzi per farlo non bastano, è arrivato il momento di unire le forze.
 

New gangs in town: Fair Ohs, Mazes, Cold Pumas, La La Vasquez

"E’ rincuorante sapere che i Male Bonding continueranno a produrre materiale con la propria etichetta. In questo modo saranno d'esempio per tutte quelle realtà acid pop e lo-fi punk d'Albione che vogliano intraprendere il loro stesso percorso." Sono sempre le parole dello zio Alan McGee, che avevamo lasciato con l’increscioso compito di presentare ad un mondo in bilico fra mainstream ed indie di maniera, la compilation che sancisce ufficialmente la nascita della “cosa”.

Su questo punto John Arthur Webb è chiaro: “preferisco parlare di ‘community’ piuttosto che di una vera e propria ‘scena’. Le band che ne rappresentano il cuore pulsante, sono costituite per lo più da persone che si conoscono molto bene, si frequentano e si stimano, di conseguenza cercano di aiutarsi in ogni modo. Questo è il senso dell’operazione che ha portato Paradise Vendors Inc e Italian Beach Babes a programmare l'uscita del disco.
Dieci band stipate in un 12’’ che ha per titolo il numero di catalogo congiunto delle due label: PVI006 / IBB004, stampato in appena 500 copie, probabilmente sarà già sold out nel momento in cui leggerete queste righe. Fra blogs e webzines è un susseguirsi di consensi, a cui non poteva che aggiungersi quello di Pitchfork.
Vediamole dunque le band più significative di questa community.


Fra tutti i Fair Ohs sono quelli che possono vantare la discografia più cospicua, costituita principalmente da materiale pubblicato in modo semi amatoriale. Sono autori di un'emozionante commistione di sonorità abrasive e ritmi calypso, che richiama da vicino l’afro pop dei Vampire Weekend. Attenzione però, perchè il loro sound è in costante evoluzione. Basti pensare che solo pochi mesi fa il terzetto, che si dichiara fan dei Black Flag, era dedito ad un furibondo hardcore in bassissima fedeltà: “E' stato Eddy (il chitarrista) - spiegano - a portare nella nostra musica influenze afro. Lui è appassionato di musica Benga (un genere popolare, diffusosi in Kenya intorno agli anni 60). Quando abbiamo iniziato a provare ci siamo resi conto che era un tipo di sound con cui ci trovavamo perfettamente a nostro agio. La nostra idea, sin dall’inizio, era quella di trasmettere vibrazioni positive: è esattamente quello che fanno queste nuove canzoni.

Cold Pumas
2009

Naturalmente gestiscono la loro piccola label: si chiama Suplex Cassetes e, come è facile intendere, produce solo nastri, dalle curatissime confezioni handmade. Fra le numerose uscite si possono contare le più interessanti realtà lo-fi garage locali, mentre per il 2010 sono già schedulate le prime realease di gruppi esteri, nonché una compilation surf a cui parteciperanno, fra gli altri, gli stessi Fair Ohs e i più noti Lovvers.

Spectrals è un altro moniker su cui si concentrano le attenzioni degli appassionati. Dietro allo pseudonimo si cela Luis Jones, una sorta di one-man-wall-of-sound-band, innamorato di Diana Ross e del doo woop, autore di una versione deforme della teen music dei primi sixties. Il suo è un sound distorto e grottesco: quello che succederebbe se Phil Spector avesse deciso di produrre la colonna sonora di un film horror. Di recente, si è dato da fare aprendo concerti per Big Pink, Crocodiles e Eat Skull, fino a che Mike Sniper della Capture Tracks non si è letteralmente innamorato del suo sound 'spettrale'. Al loner britannico è stato offerto di pubblicare un 7’’ ed un album che vedranno a breve la luce grazie all'etichetta di San Diego, nel solco di solo project come Blank Dogs, Dum Dum Girls e Wavves.

Bowie Knives e Painting of Tupac Shakur sono i titoli che i Mazes, sorta di joint venture fra londra e Manchester, hanno scelto come biglietto da visita. Negli ultimi mesi sono rimbalzati per siti e blog come molecole impazzite, raccogliendo unanimi consensi. Nel primo sembra di ascoltare un meraviglioso out take dei primissimi Dinosaur Jr, mentre il secondo consiste in un alternarsi di riverberi atmosferici e chitarre sfrigolanti che finiscono per coagularsi in una liberatoria cantilena pop punk. Sono bastati questi due pezzi, a fronte di una vasta produzione casalinga, a fare dei loro autori uno dei nomi più monitorati della Rete.
John Cooper, il leader della band, cura un blog grazie al quale tiene contatti con labels e gruppi affini, documenta ogni tipo di attività che lo vede impegnato in prima persona o con la band (come nel caso del recente tour con gli shitgazers Box Elders) e diffonde la propria musica con ogni mezzo. Lo scorso anno dopo aver atteso che la minuscola Sex Is Disgusting (altra etichetta del giro DIY) pubblicasse cinque brani appena incisi dai Mazes, ha deciso di mixarli in un'unica traccia e lasciarli liberi di navigare in Internet. 

Questo aspetto, unito a dichiarazioni pittoresche tipo quella rilasciata recentemente al NME (“i talent scout delle majors dovrebbero uccidersi a vicenda”), ne fanno uno dei portavoce del nuovo modo di intendere il rapporto fra musica e business. Nel suo caso il lo-fi diventa una scelta di campo: “Credo che ci fosse qualcosa di veramente eccitante nel modo in cui la Fliyng Nun realizzava i propri dischi agli inizia degli anni 80. Non avevano soldi ne tempo da spendere e di certo non potevano permettersi di passare settimane in uno studio. Tuttavia in quelle registrazioni c’era una spontaneità che vorremmo trasmettere nelle nostre canzoni.

Per questo motivo il passaggio dalla composizione dei pezzi alla registrazione avviene senza soluzione di continuità: “Siamo molto veloci, possiamo perfino registrare quattro o cinque canzoni in una giornata, non importa come”.

La prima intervista rilasciata alla webzine Loud & Quiet portava come titolo “Non puoi dirti lo-fi finchè non mixi la tua musica con televisore Sony”, sembra infatti che, almeno nei primi tempi, Cooper e compagni fossero soliti registrare i brani con un Tascam Portastudio e mixarli usando un televisore Sony. “Il fatto è che non avevamo speakers, così abbiamo provato a far passare la musica dalle casse del televisore e sembrava che suonasse molto bene”. Dichiarazioni queste che hanno mandato in brodo di giuggiole tutti i fanatici del DIY più intransigente. Sogni per il futuro? Fare da backing band per Mark E. Smith e suonare insieme a Jonathan Richman. Il solito Cooper ha già diffuso un appello in Rete, chiedendo a chiunque ne abbia la possibilità di far sì che il loro sogno si realizzi.

Brighton fa da sponda alla scena sfornando due delle realtà più interessanti. I Cold Pumas, pur avendo percorso gli inevitabili “sette passi” del artista lo-fi, sembrano essere solo di passaggio nel mondo dell’autoproduzione. Il loro è un cervellotico noise pop in Abe Vigoda style, stralunato e ultra riverberato, articolato in rigide strutture kraut rock e ritmiche ossessive. Nel loro caso il termometro dell’hype si alza a livelli di guardia, anche se, alla luce del primo singolo Jela, in cui sembra di ascoltare una versione lo-tech degli HEALTH, tanto clamore sembra essere, per una volta, ben riposto. Per promuovere il brano è stato girato anche un video, realizzato dal regista indipendente Dan Nixon, che vede la band immortalata come un'agguerrita macchina da guerra, durante la partecipazione dello scorso anno all’Offset Festival.
Le La La Vasquez prendono il loro nome da una nota vj americana e sono l’ennesimo trio al femminile nato, al pari delle PENS, quasi per scherzo. Sfoggiano schegge di sgangherato garage pop, memore delle scorribande pop punk di Shop Assistants e Talulah Gosh, anche se, dal canto loro, si dichiarano fan di L7 e di tutto il punk al femminile. Hanno capito che le cose si stavano facendo serie quando gli è stato offerto di aprire il concerto di Dum Dum Girls in occasione del tour britannico. La loro comunanza al sound istintivo delle Vivian Girls, ha spinto la solita Captured Tracks a pubblicare il loro primo singolo Mexican Ghost (On a Boat), in uscita proprio in questi giorni. 

Veronica Falls
2009

Ci sono, o meglio c’erano, anche i Teen Sheiks, fantastica band sotto la stretta osservazione delle etichette dell’area californiana. Purtroppo quella che sembrava essere la più promettente delle realtà di Brighton, ispirata dai Wipers di Greg Sage, nonché autrice di schegge di crepitante punk wave, ha posto fine alla sua corsa al termine del 2009, dopo nemmeno un anno di attività. Un peccato, certo, a testimonianza, però, di come la scena sia in continua evoluzione. Le band si sostengono vicendevolmente, condividono palchi, studi e musicisti, come nel caso di quella che potremmo definire la band più attesa nel preciso momento in cui mi trovo a scrivere queste righe.
 

Lo-fi hipsters: Veronica Falls

Dei Veronica Falls si dice che il loro MySpace fosse on line appena da un ora, quando ricevettero la mail in cui Mike Sniper chiedeva loro di incidere un pezzo su Captured Tracks. Ok, direte voi, ormai è chiaro che mister Blank Dogs considera la scena britannica come il discount con il miglior rapporto qualità/prezzo. Nel caso del combo in questione però la sua scelta è avvalorata dall’attenzione che la band sta suscitando al di là dei confini della discografia indipendente. La leggenda vuole che si siano conosciuti ad un concerto dei Comet Gain e che, in quanto membri di bands piuttosto hyped come Your Twenties, Royal We e Sexy Kids, si possano considerare una sorta di supergruppo dei recessi underground. Una cosa sembra certa: in questo momento sono loro l’oggetto del desiderio. I ricostituiti Pastels se li sono portati in giro come band di supporto nel loro recente tour e l’impressione è che si cerchi di farne la versione britannica dei Pains Of Being Pure At Heart.

Con loro inizia il processo di riappropriazione del pop britannico degli 80s da parte delle lo-fi band d’Albione. Loro si dichiarano fans del romanticismo di Chills e House Of Love, delle liriche malate di Rocky Erickson, tribalismo di Mo Tucker e della new wave in bianco e nero targata Postcard: “Band come Orange Juice, Josef K e Aztec Camera avevano una visione originale e multidimensionale del suono – sono le loro parole – I primi, in particolare, hanno fornito alle band del C86 la loro ragion d’essere, suggerendo l’importanza di preservare anche in età adultà l’innocenza dell’adolescenza”. Parole che di per sé suonano come un manifesto dell’ala più pop’n’dreamy della nuova scena. Ascoltando il primo singolo I Found My Love In The Graveyard, perla jangle pop carica di brezze shoegaze, sembra di essere tornati in dietro di un quarto di secolo: la naiveté, la grana melodica, perfino il candido timbro di Roxanne Clifford ricordano quello di band come Primitives e Darling Buds.

Con ogni probabilità saranno loro, più degli spigolosi Male Bonding, a fungere da cerniera fra la nebulosa delle micro label e l’agonizzante industria discografica, già pronta a normalizzare l’onda anarchica del lo-fi.
E poi? Sicuramente indietro non si torna. È facile prevedere che un loro possibile successo possa spingere un numero crescente di artisti a intraprendere un simile percorso, innescando un meccanismo virtuoso che farà del DIY, e in generale della creatività veicolata dal basso, il fenomeno principale con cui imparare a confrontarsi a partire da ora.

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