A dispetto dello stringatissimo repertorio, i Those Lone Vamps sono attivi da ben otto anni. Da quando cioè i friulani Vincent Omar Trevisan (elettroniche e percussioni) e Shawn Clocchiatti-Oakey (all'anagrafe Bruno Clocchiatti, voce, chitarra, tastiere e armonica), entrambi classe '76, ne avviarono la vicenda. Un terzo elemento, Luca Torresini (già Nina Sub Nive), partecipò alla fondazione ma gettò la spugna lungo la strada. Del resto, per Trevisan e Clocchiatti non era una novità esistere come nucleo di una band vista la precedente esperienza Lingo, combo acustico più per necessità che altro col centro di gravità invischiato negli umori ghotic/wave dei primi Dead Can Dance.
Coi TLV il discorso si fece più brusco, incanalato in un solco di opposizione sociale (la critica ai ritmi e agli spazi del vivere metropolitano), culturale (i valori proto-cristiani che punteggiano i testi - in inglese - come antidoto alla pervadente svalutazione esistenziale) ed estetica. Quest'ultima si concretizza nella bruciante concisione dei pezzi inseriti oltretutto in un flusso sonoro omogeneo, sorta di piece spiritual-blues-folk come potrebbe sostenerla un Waits invasato e poco incline al rispetto delle consuetudini ritmiche/strutturali. Il risultato di questo lavorio concretizza nell'esordio Sketches, autoprodotto nel 2004, dieci minuti vibranti e intrattabili che non manca di stuzzicare certe occhiute etichette underground, soprattutto quella Setola Di Maiale che li scrittura nel 2006.
Oggi è tempo di opera seconda, Standards, di cui allo spazio recensioni. Appare evidente un addensamento delle trame, una più meditata architettura delle atmosfere che permette di ritagliare parentesi strumentali sbrigliate, liberatori sussulti impro quale contrappunto alle inaudite tessiture melodiche che rimandano ai Nick Cave e ai Mark Lanegan più soffici. Stuzzicato in tal senso, il Clocchiatti risponde: "Lanegan e un mio pallino dai tempi degli Screaming Trees, e mi pare una delle migliori voci in circolazione. Riguardo al Cave solista ogni parola è superflua... A loro aggiungerei senz'altro Scott Walker: Tilt è più che un classico, secondo me". Vista la disponibilità dell'uomo, l'approfondimento è inevitabile, a partire da quella cosuccia del "cristianesimo delle origini" cui Bruno sostiene di rifarsi. "Molti mi hanno chiesto spiegazioni a riguardo. Penso che la spontaneità espressiva sia sicuramente attinente ai princìpi cristiani. La forma musicale, nel nostro caso, rappresenta più che altro un'urgenza dettata dai ritmi frenetici dei tempi correnti, vorrebbe essere una metafora della frenesia industrial/produttiva d'oggi". Così è, se ci pare.
Così come la sconcertante concisione dei pezzi, che fa sospettare una sorta di masochistica auto-frustrazione artistica. E' più una provocazione o una scelta estetica? "Penso che in realtà si tratti della forma più giusta e naturale, almeno in questo momento. Ripeto quanto esposto sopra: sia io che Omar viviamo a ritmi così intensi che ci sentiamo propensi a rappresentare la nostra (e di molti altri) realtà, senza abbandonarci a forme troppo estetizzanti". Provo a giocare la briscola sostenendo che in qualche modo mi hanno ricordato i dEUS dell'ep My Sister Is My Clock. "Non posseggo quell'E.P., ma apprezzo i dEUS, trovo che dal punto di vista strettamente musicale abbiano aperto delle strade notevoli. Piuttosto: sicuramente non si evince da quello che suoniamo, ma siamo profondamente legati al suono della prima 4AD, This Mortal Coil in primis. Io personalmente poi ai primi Roxy Music".
Altra caratteristica che corrobora il livello di osticità del prodotto è il ricorso alla tecnica della talking poetry. D'altro canto, Bruno ha pubblicato due raccolte di poesie (Metropolitan del 2002 e Déco del 2004, entrambi per L'Autore Libri Firenze), inevitabile che le due "propensioni" si sovrappongano. Invece, a sentir lui, manco per niente: "nonostante quanto pensino alcuni, non ho mai fatto parte del circuito della talking poetry. Ho sempre scisso la musica dalla poesia in modo netto. Certo, mi piacerebbe essere uno 'scrittore', o comunque scrivere in prosa. In tal senso i punti di contatto con la musica sono ancora minori". In effetti, le anticipazioni del nuovo progetto Black Taper Taiga - che vede Clocchiatti in trio con Stefano Giust (boss della Setola Di Maiale) e Matteo Perissutti (chitarrista, già Eye Moves Mountain) - lo confermano: mezz'ora di improv-post screziata di visionari riflussi blues, una roba aspra, cruda e a tratti solenne in cui la voce di Bruno è presenza folgorante ma laterale.
E' un'altra storia, di cui riferiremo. Così come di un nuovo progetto, Titus, all'insegna di - sostiene Clocchiatti - composizioni di "lunga o lunghissima durata, dalle basi acustiche lente ed estremamente sobrie". Il minimo che ci attendiamo è di rimanere, ancora una volta, spiazzati.
Scheda: Those Lone Vamps
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