Drop Out
Pubblicazione 12 Giugno 2007

Wilco

Salvati dal Rock'n'roll

I più avanguardisti fra i conservatori, i più tradizionalisti tra gli innovatori. O, se preferite, la più grande rock band in attività.
Wilco
La musica è la mia salvatrice Sono stato mutilato dal rock and roll Sono stato addomesticato dal rock and roll Ho avuto il mio nome dal rock and roll
(da Sunken Treasure, 1996)

 

Quante volte sarà stato detto che “il rock è morto”? Vediamo: ai tempi del prog, ai tempi del punk, ai tempi della new wave, ai tempi del post rock, e probabilmente c’era già chi lo diceva quando Elvis partì militare. Eppure, ci sarà sempre qualcuno per cui il rock non è solo vivo e vegeto, ma è una cosa tremendamente seria. Jeff Tweedy è una di queste persone. Parafrasando Lou Reed, “his life was saved by rock and roll”. Uno la cui vita è dipesa dai dischi che ha ascoltato e dalle note che ha suonato. In ogni momento. Quando divorava incessantemente la copia del White Album che i fratelli maggiori gli avevano lasciato in dote, o andava a caccia di dischi dei Clash dopo aver letto l’ultima edizione di Rolling Stone. O quando, “bellissimo e sballato”, suonava cover dei Kiss negli innocenti anni di un’adolescenza fatta di sbronze e chitarre (come ci racconta in Heavy Metal Drummer); o ancora quando, insieme all’amato / odiato Jay Farrar, studiava diligentemente le canzoni di Carter Family e Neil Young per i concerti dei loro Uncle Tupelo. O quando in The Lonely 1 - da Being There - si metteva, da fan, nei panni della star sul palco, bellissima e inesorabilmente sola, in un pericoloso flashforward del suo futuro nei Wilco.

Che, se una dozzina d’anni fa potevano ambire al massimo ad essere una versione alt. rock degli Heartbreakers (per quanto suoni severo, ingeneroso e un po’ snob), oggi per mezzo mondo sono la più grande rock band in attività. Forse perché Jeff e i suoi, non si sa quanto consapevolmente - ma piace comunque pensarlo - , hanno riadattato per i nostri tempi alcuni miti fondanti del rock: la musica come cura; il rock come pura espressione; la band come organismo in continua crescita ed evoluzione; l’artista che lotta costantemente per andare oltre i suoi limiti. Forse perché del rock - e dei generi ad esso affini - continuano a mantenere forti e salde le radici, pur nelle loro peregrinazioni e progressioni stilistiche (una cosa che fa di loro i più avanguardisti fra i conservatori, o i più tradizionalisti tra gli innovatori). Forse perché incarnano quella che nell’immaginario indie è la band ideale, un modello etico nel canone dei vari Sonic Youth, R.E.M. e Radiohead (non a caso, la migliore rock band in attività per l’altra metà del mondo). O forse perché, semplicemente, parlano la stessa lingua di tutti quelli la cui vita è stata salvata dal rock and roll. Come Jeff Tweedy, appunto.

Roots

Radici. Uno dei modi per raccontare la storia dei Wilco può essere il calcolare quanto si siano avvicinati o allontanati da esse nel tempo. E alle radici profonde della musica degli States è infatti legato il primo progetto importante di Tweedy: è il 1987 quando nella nativa Belleville, Illinois, insieme all’autore e chitarrista (nonché compagno di scuola) Jay Farrar e al batterista Mike Heidorn, dà ufficialmente vita a una band che, nel volgere di quattro album, finisce per delineare paesaggi inediti per il rock alternativo a stelle e strisce. Gli Uncle Tupelo. Sembra che termini come alt. country o americana non sarebbero stati neanche ipotizzabili senza di loro. Se il loro stile è inizialmente nato dall’esigenza di suonare country music per il pubblico rurale di Belleville, non molto avvezzo al punk rock, è senz’altro vero che i tre sono tra i primi a rifarsi esplicitamente a folk e country più classici (dalla Carter Family in giù), e a contaminare quella stessa musica con la ruvida e visionaria irruenza di R.E.M., Minutemen e Replacements. Farrar, Tweedy e Heidorn pescano a piene mani dallo scrigno della tradizione, con ossequio filologico, sì, ma senza timore di sporcarla, suonando rispettosi dei canoni del genere (da un punto di vista lirico quanto di allestimento sonoro), e contemporaneamente riservando loro un trattamento degno del miglior rock indipendente. E’ quanto emerge dal debutto No Depression (Rockville, 1990), ad oggi considerato un classico del genere: un blend dai forti contrasti, che conferisce all’indie di marca Dinosaur Jr., allora imperante, un sapore dichiaratamente rustico. Da tali premesse, era necessario che scaturisse un linguaggio nuovo, cosa che effettivamente avviene attraverso Still Feel Gone (più rock e centrato, il migliore) e March 16 20, 1992 (acustico, prodotto da Peter Buck, fan della prima ora). Jeff sicuramente ama quella musica, ma non si sa ancora per quanto sia disposto a far parte di un sistema che lo vede, necessariamente, comprimario. I Tupelo - che, si sarà capito, sono meritori di contestualizzazione e trattazione a sé - durano finché Jay riesce a mantenere il controllo; nel momento in cui Tweedy porta dalla sua parte il fido John Stirratt (basso), Max Johnston (fiddle, banjo, dobro) e Ken Coomer (batteria) - ovvero la formazione che aveva realizzato Anodyne (1993) e aveva strappato un contratto alla Sire - , insieme al manager di lungo corso Tony Margherita, nascono di fatto i Wilco. Farrar, dal canto suo, sceglie di proseguire coerentemente con i suoi Son Volt, il cui viaggio è ancora in corso.

Radici, si diceva. Quelle del songwriting di Tweedy sono già chiare in pezzi degli Uncle Tupelo come Gun, The Long Cut, We’ve Been Had e No Sense In Lovin’: una vena più melodica, aperta e pop di quella dichiaratamente traditional di Farrar, servita da una voce nasale e graffiante al punto giusto, che trova nelle sue ascendenze Young / Dylan un cardine su cui svilupparsi. La ballad mid-tempo alla Tom Petty che apre il debutto dei Wilco è probabilmente la migliore espressione delle loro potenzialità al momento: I Must Be High in sé non è niente di trascendentale, ma spiega il vecchio sound dei Tupelo ad orizzonti più ampi, nutrendosi di melodia e del classic rock sempre tanto caro alle frequenze radiofoniche americane. Per il resto, A.M. (Reprise / Warner, 1995) getta le basi per il lavoro a venire con le sue belle svisate honky tonk alla Stones (la calligrafica Casino Queen), più un vasto assortimento di: jingle jangle (Box Full Of Letters), country languido (Pick Up The Change), soft rock (Shouldn’t Be Ashamed), Gram Parsons (I Thought I Held You, It’s Just That Simple, firmata da Stirratt), bluegrass (That’s Not The Issue), l’ovvio Neil Young sterzato su una highway (Passenger Side). A scuotere un po’ il rischio di uno shock radio friendly arriva verso fine programma il folk intimo di Dash 7 e, insomma, pare comunque possa esserci vita oltre l’alt. country; ma sono tutte idee da sviluppare meglio in futuro, magari con l’obiettivo ben puntato verso il bersaglio. C’è però un problema - il primo di tanti - riguardo la line up: Jeff non è poi questo grande chitarrista, tanto che le parti soliste del debutto sono state completate da Brian Hennemann dei Bottle Rockets. La soluzione è a portata di mano, nelle vesti di un valente polistrumentista e arrangiatore che ronzava intorno agli studios, al punto di finire nel booklet del cd tra i ringraziamenti speciali e, poco più tardi, sul palco a rimpolpare suono e arrangiamenti. Con i nuovi e numerosi stimoli di Jay Bennett in organico, è tempo di alzare immediatamente la posta in gioco.

Wilco
2007

In viaggio

La prima, vera scommessa di Tweedy si chiama Being There (Reprise / Warner, 1996). La penna è così in forma da produrre la bellezza di diciannove canzoni; nessuna è sacrificabile, piuttosto finiscono tutte su un doppio album, nella migliore tradizione dei ’60 e ‘70. Exile On Main Street e il White Album non sono citazioni a caso, ché questo disco è, anzitutto, un dichiarato tributo al rock and roll – il rock and roll di Jeff, nello specifico. Che da un lato indossa senza inibizioni tutte le sue influenze, dall’altro alza decisamente il tiro del songwriting, abbandonandosi più spesso al flusso di coscienza. I riferimenti sono tanto sistematici che, di fatto, ce n’è uno per ogni canzone, dal country nashvilliano di Far Far Away al Merseybeat di I Got You, dal folk spaziale di Red Eyed And Blue ai Big Star di Say You Miss Me, dal Rubber Soul di Outtaside (Outtamind) allo Spector sound del suo rifacimento Outtamind (Outta Sight), dal bluegrass di Forget The Flowers alla Sun Records di Someday Soon, dal jazz club di (Was I) In Your Dreams alla Band di Kingpin … Ecco, se c’è un ensemble di musicisti a cui i Wilco – grazie ai polistrumentisti Johnston e Bennett, più una nutrita schiera di ospiti - vorranno sempre più somigliare è quello di Robbie Robertson e Levon Helm, oltre ovviamente agli Stones, tributati esplicitamente in Monday e nella conclusiva e scollacciata Dreamer In My Dreams. Sono però i brani d’apertura dei due dischi a fornire significativi squarci sul futuro, su quella che diventerà – e che qui è già - l’arte tormentata di Tweedy. Misunderstood e Sunken Treasure, manifesti sul vivere il rock and roll, e sull’alienazione (“you’re so misunderstood”), i dubbi (“you still love rock and roll?”) e la frustrazione (“I’d like to thank you all… for nothing”) che ne scaturiscono. Anche musicalmente le due canzoni appartengono a un’altra categoria, evocando un mood che riporta alle ballate del Neil Young di On The Beach, disturbate da vigorosi e incisivi inserti noise (cortesia di Jay Bennett) che raggiungono picchi di intensità non comune; flash che sembrano provenire dritti dai ’70 e dalle sue leggende rock maledette (l’altra younghiana di Tonight’s The Night, certo, ma anche quella di Peter Laughner – fondatore dei primi Pere Ubu, nonché redattore di Creem insieme a Lester Bangs -, che proprio a Misunderstood presta alcuni versi della sua Amphetamine). L’hotel yankee sembra già dietro l’angolo, ma al momento, la band di Chicago porta a casa un risultato importante e pesante, che contribuirà non poco a definirne crescita e carattere, oltre a fornire un buon numero di classici a beneficio di un’attività concertistica sempre più intensa.

Da qui, è una reazione a catena: mentre a metà 1997 cominciano già i lavori per il suo successore, il buon esito di Being There (300.000 copie vendute) porta i Wilco in uno strano posto. Li contatta Billy Bragg, che ha bisogno di una mano per realizzare un curioso quanto incredibile progetto di filologia musicale: mettere in musica le parole inedite di Woody Guthrie, un onore che non era toccato nemmeno a Dylan, l’erede designato (la leggenda vuole che Bob, presentatosi alla porta del maestro, fosse mandato via da una babysitter – lo racconta lui stesso nei suoi Chronicles). Il combat folkster inglese sottopone così a Tweedy & co. alcune poesie affidategli dalla figlia di Woody, Nora, risalenti al periodo fra il 1939 e 1967, con l’intento di elaborarle in uno stile personale. Registrato fra Dublino e Chicago con la partecipazione, tra gli altri, di Natalie Merchant dei 10000 Maniacs, Mermaid Avenue (Elektra, 1998) è un risultato che sorprende tutti per freschezza e robustezza delle composizioni. Se a Bragg tocca il versante più traditional, ai Wilco si presenta l’occasione di misurarsi ancora una volta con un linguaggio, il folk-rock, che sanno padroneggiare e asservire ai propri scopi come pochi altri. E allora, fra la classica California Stars e il groove di Hoodoo Voodoo, si verifica un inevitabile cortocircuito che porta a Dylan & The Band (senti I Guess I Planted), o capita che un testo particolarmente toccante (One By One) venga sequestrato a tempo indeterminato da Tweedy per una delle sue ballad più personali. L’album è un trionfo (sarà tra i più venduti della carriera di Bragg, e frutterà ai Wilco la prima nomination a un Grammy), tanto da incoraggiare la pubblicazione due anni più tardi di un secondo volume - Mermaid Avenue II (Elektra, 2000) - forse un filo inferiore ma ugualmente riuscito, con i Nostri che provano nuove sonorità in Airline To Heaven e Secrets Of The Sea e Billy trova un nuovo inno alla sua causa in All You Fascists. Aldilà del valore specifico, di per sé elevato - il gettare uno sguardo inedito su Guthrie e proiettare il suo universo nella contemporaneità, oltre Dylan e la leggenda - , l’intera operazione per i Nostri è un centro inatteso, quasi fortuito e accidentale (pare che sia stato Bennett a insistere, di fronte alle riluttanze iniziali di Tweedy), nondimeno un altro passo non da poco nel costruirsi credibilità.

Wilco

Vuoi per reazione, vuoi per naturale evoluzione, Summerteeth (Reprise / Warner, 1999) va in una direzione differente. Intanto, la band aveva dovuto fare a meno di Max Johnston, avvalendosi del temporaneo supporto di Bob Egan per gli intensi tour post-Being There; ciò si risolve in un nuovo equilibrio, che vede Bennett condividere la direzione artistica con Tweedy. Il primo ha in mente di espandere suono e arrangiamenti, appoggiandosi largamente sulle sue tastiere piuttosto che su chitarre e strumenti tradizionali dell’alt. country; il secondo, pur provato dallo stile di vita on the road, si concentra su una scrittura basata sul forte contrasto fra melodie solari e testi personali, incredibilmente cupi, talvolta violenti (“I dreamt about killing you again last night, and it felt alright to me”, recita impassibile in Via Chicago). Ecco dunque quindici canzoni di pop-rock psichedelico e multistrato, alla maniera dei Beatles del ’67 e relativi Beach Boys, con una strizzatina d’occhio a Motown, Phil Spector e space-rock. Un profluvio di pianoforti, organi, synth, mellotron, clavicembali, percussioni, cori ed effetti sonori da studio, in un’esplorazione cinematica che si allontana marcatamente dalle radici folk per approdare in ultimo luogo a una formula personale di indie pop-rock; quello che, alla fine del millennio, un po’ tutti aspettavano. Il soul pop a passo di kraut di A Shot In The Arm - una hit planetaria, se solo vivessimo in un mondo più giusto – è già un traguardo in sé, cui sullo stesso versante fanno eco le varie I’m Always In Love, Can’t Stand It, ELT, Nothingsevergonnachangeinmyway(again), Candy Floss; ad equilibrare l’esuberanza di Bennett c’è sempre il lato oscuro di Tweedy e le sue indolenze Lennon / Dylan: She’s A Jar,Via Chicago, My Darling (orchestrata alla All Things Must Pass), How To Fight Loneliness, mentre a fine programma affiora qualche residuo folky da Being There (la title track, In A Future Age). Ad essere sinceri Summerteeth soffre un po’ la lunga distanza, ma sarà comunque un successo: Pitchfork lo gratifica con un bel 9.4 e Greg Kot (critico del Chicago Tribune, nonché biografo ufficiale della band) lo paragona addirittura a Pet Sounds.

Troppa grazia, forse, ma è comunque un bel salto, soprattutto considerando l’incedere frenetico degli eventi. Nell’arco di soli quattro anni, dal 1996 al 2000, i Wilco hanno di fatto compiuto un viaggio a ritroso, in una sorta di percorso di formazione attraverso l’esplorazione delle loro radici: rock (Being There), folk (Mermaid Avenue), pop (Summerteeth). Con il nuovo millennio, è giunto finalmente il momento di ingranare la quarta e andare avanti. Più di tutti, se possibile.

Avanti

Quando Yankee Hotel Foxtrot arriva nei negozi, il 23 aprile 2002, i Wilco non sono più la stessa band che, circa un anno e mezzo prima, si era barricata nel suo nuovo studio di Chicago, The Loft. Nel frattempo Ken Coomer è stato sostituito dietro i tamburi da Glenn Kotche,si è aggiunto il poliedrico Leroy Bach e, soprattutto, alla fine delle registrazioni Jay Bennett è stato cordialmente accompagnato alla porta. L’amicizia che Tweedy ha intanto stretto con Jim O’Rourke ha finito per condizionare buona parte di queste scelte, insieme al carattere dell’album stesso, dichiaratamente sperimentale (Bad Timing dell’ex Gastr Del Sol pare abbia avuto un’influenza decisiva). L’etichetta su cui si appoggiano non è più la Reprise, ma la Nonesuch; un incidente che, oltre a causare un significativo ritardo nell’uscita del disco, è un caso senza precedenti nella storia della discografia recente: entrambe le label appartengono alla stessa compagnia, la Warner. Il pubblico che adesso è pronto a celebrarne la consacrazione è un nuovo pubblico, aperto, legato ai nuovi modi di vivere la musica (l’album viene messo in streaming sul sito della band, con enorme successo), e ben disposto a seguire la loro nuova direzione. Insomma, è stato lo stesso Yankee Hotel Foxtrot a cambiare profondamente i Wilco, trasformandoli nella band che avevano voluto sempre essere: una band che ha qualcosa di - molto - importante da dire, e soprattutto lo fa secondo i suoi tempi e i suoi modi. Facile intuire quanto tormentato sia stato questo processo, basta guardare I Am Trying To Break Your Heart (2002), il bel film in b/n di Sam Jones che documenta da vicino le fasi della lavorazione. Ma, aldilà di tutto, quello che contribuisce maggiormente ad alimentare ed insieme a rendere credibile l’aura mitologica sorta intorno alla band di Chicago a partire da queste vicende, è la caparbietà che hanno mostrato sin dall’inizio nel perseguire il loro obiettivo. Che era di creare il loro capolavoro, la loro opera più ambiziosa: da qui l’altissimo investimento di energie e di aspettative, che hanno finito per distruggere i vecchi legami - la vecchia identità - in favore di nuovi, più solidi e importanti.

Se il quarto album dei Wilco è un trionfo in piena regola, una strage di critica e di pubblico in barba a tutte le previsioni (in primis quelle dei dirigenti Reprise che, ascoltato il master, avevano preferito scaricare la band), non può essere che per la qualità della scrittura di Tweedy (che produce alcune delle sue migliori liriche); per il suono profondo e multidimensionale di ogni singolo episodio (ricercato in ogni dettaglio, e in questo va reso onore a Bennett); per il modo in cui la vena sperimentale esalta il carattere dei brani stessi, in un equilibrio miracoloso fra toni crepuscolari e improvvisi raggi di sole, malinconie folk e melodie pop, flussi di noise&drones e arrangiamenti classici. Ciò rende praticamente ogni brano memorabile e per questo, aldilà delle possibili ascendenze, l’album non può che suonare solo e soltanto come i Wilco. Il lavoro in fase di mixing di O’Rourke - subentrato a Jay Bennett su espressa insistenza di Tweedy, sulla scia dell’entusiasmo per l’allora neonato side-project Loose Fur, insieme a Kotche – contribuisce infine a smussare gli angoli, ad esaltare le melodie, a conferire lucentezza (e non, contraddicendo la credenza popolare, ad enfatizzare il lato sperimentale, cosa che invece voleva Bennett); come ha affermato di recente Kim Gordon, “Jimbo” è il Jack Nitzche dei nostri tempi, e quella su Yankee Hotel Foxtrot è una delle sue migliori performance in questo campo. Tirando le somme, la magnum opus dei Wilco perpetua uno dei più celebrati miti del rock, quello secondo il quale i traguardi più significativi si tagliano soltanto superando i propri limiti, allargando al massimo le proprie possibilità, osando ciò che non era stato ancora osato. Un risultato che premia la band e la colloca in una posizione di virtuale semi-onnipotenza, similmente a quanto successo ai Radiohead nel post Kid A.

In teoria, adesso dovrebbe essere tutto più facile. Macché: nonostante Yankee abbia elargito ai suoi autori tutte le gratificazioni possibili (se si esclude una grana legale per l’uso non autorizzato di un campione radiofonico - la voce che recita il titolo dei disco, tratta dal Conet Project), il 2003 non è un bell’anno per Jeff Tweedy. E’ anzi un periodo piuttosto buio, che culmina in una disintossicazione dagli antidolorifici assunti per combattere le emicranie croniche che lo assillano dall’infanzia, e che, insieme agli attacchi di panico, erano divenute un enorme ostacolo alla sempre più estensiva attività live. La band però è un treno in corsa, non scivola dallo stato di grazia in cui si trova, accumula impulsi e (sana) tensione, per poi chiudersi in studio a lavorare insieme a O’Rourke, stavolta coinvolto sin dalle prime fasi di registrazione in qualità di membro aggiunto.

Questo rende A Ghost Is Born (Nonesuch / Warner, 2004) una sorta di gemello oscuro del suo predecessore, in possibile risposta a un altro dei miti del rock: quello secondo il quale le opere più tormentate sono le migliori. Rispetto a Yankee, però, c’è qualcosa in più: nell’urgenza lancinante dei break elettrici di At Least That’s What You Said, nei suoi crescendo, nella torrenziale (e immancabilmente younghiana) coda liberatoria, c’è tutto un mondo, una grammatica rock che si scompone e ricompone, per farsi pura espressione. Le canzoni si lasciano andare, sciolgono le redini alle emozioni, scorrono fluide in uno streaming che coinvolge momenti e linguaggi diversi, come nel motorik incessante di Spiders (Kidsmoke), le sue nervose interferenze elettriche, le sue improvvise aperture melodiche. Una meravigliosa schizofrenia, in cui da un lato si radicalizzano le velleità sperimentali (le interferenze di Handshake Drugs e Wishful Thinking, il drone infinito di Less Than You Think), dall’altro si accentua la classicità di scrittura ed esecuzione, con un Tweedy sempre più vicino ai vari Lennon, Young, Dylan, Parsons, Chilton, e il gruppo a seguirne con estro e inventiva l’inesauribile vena (i raggi di speranza di Hummingbird, lo spleen indolente di Hell Is Chrome, le beffe rock di Theologians, le lucenti tessiture di Muzzle Of Bees, le schegge punky di I’m a Wheel, le carezze malinconiche di Company In My Back, gli scherzi country di Late Greats), in un territorio tra folk, pop e rock che è solo loro. Nel suo quasi impossibile equilibrio fra maturata esperienza e naturale espressività, A Ghost Is Born è il disco più sincero, reale e riuscito dei Wilco, il capolavoro rock di un’era in cui i due termini - “capolavoro” e “rock” – non si incontrano più tanto facilmente.

Tornare a casa

Buona parte del successo dell’album (un altro plebiscito di critica e pubblico, che frutterà ai Wilco il primo posizionamento in top ten e il primo Grammy) è dovuto a un affiatamento sempre maggiore all’interno della band, resa ancora più stabile dall’innesto del piano di Michael Jorgensten. E se poco prima della release di A Ghost Is Born il prezioso Leroy Bach si è perso lungo il cammino, al momento di ripartire in tour subentrano il polistrumentista Pat Sansone e il guitarist extraordinaireNels Cline, due acquisti che fanno del gruppo di Tweedy una micidiale macchina da concerti.

E’ questa formazione a sei - quella attualmente in attività - che realizza il primo album dal vivo dei Wilco, Kicking Television (Nonesuch / Warner, 2005), testimonianza di due homecoming shows a Chicago del maggio del 2005. Un lavoro che centra l’obiettivo di far fede alla reputazione che i Nostri si sono costruiti in oltre dieci anni, spesi sui palchi di tutto il mondo in un neverending tour di dylaniana memoria, che fa dell’ascolto una benedizione per ogni fan che si rispetti e per chiunque si avvicini all’universo di Tweedy e i suoi. Qui troviamo infatti un gruppo al massimo del suo potenziale espressivo - le svisate alla sei corde del fenomenale Cline (sentite come si insinua tra le crepe di Company In My Back, o esalta i passaggi di Handshake Drugs, o infioretta Ashes Of American Flags con un solo di prima classe), i colpi precisi e inventivi di Glenn Kotche (memorabili i break in Via Chicago), i solidi groove e le fedeli backing vocals dell’inossidabile Stirratt, le intessiture reciproche di Jorgensten e Sansone - , alle prese con il suo repertorio migliore - in prevalenza da Yankee e Ghost, con preziose concessioni a Mermaid Avenue e Summerteeth, più una Misunderstood stellare -, in una celebrazione caparbiamente voluta e cercata.

Un guardarsi indietro fisiologico e necessario - perpetrato da Tweedy in solitaria nel suo DVD live Sunken Treasure (Nonesuch / Warner, 2006) -, che però vive della consapevolezza del qui e dell’ora. Sky Blue Sky (Nonesuch / Warner, maggio 2007 - recensito su SA # 31) è l’album del definitivo ritorno a casa; manco a dirlo, un altro mito caro al rock, come insegna Mr. Zimmerman. Mai come oggi la musica dei Wilco punta dritto al cuore dell’America, a Memphis, al Big Pink della Band, a Blood On The Tracks, in un folk rock lievemente dimesso, ma capace tuttavia di scossoni sotterranei e profondi. Esaurita naturalmente la propulsione in avanti e tutte le tensioni ad essa legate, resta solo spazio per cantare la serenità del presente, ed esprimerla in un linguaggio il più familiare possibile (la classicità soul di Hate It Here, le nostalgie seventies di You Are My Face). Quella che suona è una band estremamente rilassata e sicura, affiatata e ispirata (Impossible Germany, sinergia ideale fra il songwriting di Tweedy e l’interplay del gruppo), che trova perfino il momento di gigioneggiare con le acquisite capacità tecniche (gli stacchi buffoneschi di Shake It Off, i mille cambi d’umore di Walken, la pavementiana Side Of The Seeds), senza rinunciare alle urgenze espressive di un intimismo ancora sentito e accorato (Sky Blue Sky, Please Be Patient With Me, What Light). La superficie resta calma, solo appena increspata da una lieve inquietudine (la finale On And On And On). “Forse il sole oggi splenderà, le nuvole spariranno”, canta Jeff in Either Way. Già, forse. Con l’implicito azzardo che, con la chiusura del cerchio, sopraggiunga anche la stasi della maniera. E’ un rischio che – ne siamo quasi certi - i Wilco correranno coscientemente, per viverlo fino in fondo. E poi, chissà, scongiurarlo.

“Devi imparare a morire, se vuoi voler essere vivo” (da War On War, 2002)

Provando a spezzarti il cuore: una guida agli extra

Se gli album principali non vi bastano e volete tutto - ma proprio tutto - , può essere utile qualche indicazione aggiuntiva. In primis, per un maggiore approfondimento storico-biografico, c’è da procurarsi il libro di Greg Kot Learning How To Die (2004, non ancora tradotto in italiano, reperibile su Amazon.com); uno sguardo a fondo sulla vita di Tweedy, le difficili dinamiche interne alla band, i lunghi tour, gli eventi cruciali culminati nella realizzazione di Yankee Hotel Foxtrot. A questo proposito, come già indicato sopra, il film di Sam Jones I Am Trying to Break Your Heart è una visione fondamentale, tanto nell’illustrare i progressi nella lavorazione del disco, quanto nel fornire un ritratto intimo e crudo del gruppo dall’interno. Un’ideale via di mezzo fra Let It Be (gli scazzi fra Tweedy e Jay Bennett ricordano quelli storici fra McCartney e Harrison) e Meeting People Is Easy dei Radiohead (vedi l'uso del bianco e nero, l'alternanza interviste / live); l’edizione in DVD beneficia di un bonus con scene tagliate e brani extra. Restando in tema, il documentario del 1999 Man In The Sand racconta in maniera analoga il progetto Mermaid Avenue, ruotando però maggiormente attorno alle figure di Billy Bragg e di Nora, la figlia di Guthrie.

In attesa di un DVD live della band (vista la cancellazione per problemi tecnici di quello tratto da Kicking Television), il già citato Sunken Treasure rende già un ottimo servizio, raccontando cinque date del tour di Jeff Tweedy nel febbraio 2006. E’ il miglior modo per gustarsi ogni sfaccettatura della personalità del leader dei Wilco, ora divertente e cordiale, ora feroce e sarcastico, ora intimo e riflessivo; le esibizioni, che in alcuni casi vedono la partecipazione di Nels Cline e Glenn Kotche, attingono anche dal repertorio di Uncle Tupelo e Loose Fur. In merito a quest’ultimo progetto, che – ricordiamo - vede in azione Tweedy insieme a Jim O’ Rourke e lo stesso Kotche, segnaliamo i due album finora pubblicati da Drag City, l’omonimo Loose Fur (2003) e il recente Born Again In The U.S.A. (2006); sperimentale e dilatato il primo, più rock e classico il secondo. Anche se è indubbiamente il più famoso, avendo beneficiato della scia di hype seguita a Yankee Hotel Foxtrot, Loose Fur non è l’unico side project di Tweedy. Già nel 1996, sotto lo pseudonimo di Scott Summit, aveva partecipato a Down By The Old Mainstream,il primo album dei Golden Smog, supergruppo informale composto da membri di Jayhawks e Soul Asylum; una gradevole collezione di canzoni oscillanti fra alt. country e classic rock, bissata nel 1998 con Weird Tales (Jeff ha partecipato in misura minore anche a Another Fine Day del 2006). Dello stesso tenore è la collaborazione a Down With Wilco (appunto), album del 2003 dei Minus 5 di Scott McCaughey che vede i Nostri in fase di co-scrittura ed esecuzione di alcuni brani; un bell’esercizio di pop-folk con forti fragranze Beatles e Big Star.

Per concludere, alla categoria fans only, troviamo i due bonus EP di Yankee Hotel Foxtrot e A Ghost Is Born, entrambi scaricabili dal sito della band una volta inserito il cd nel computer (in alcuni paesi sono stati rilascianti anche come supporti fisici). Il primo, conosciuto come More Like The Moon, include fra le altre cose un’alternate take di Kamera e un primo tentativo su Handshake Drugs, mentre il secondo, accanto ad alcune rese live di brani di A Ghost, regala le inedite Panthers e Kicking Television (possibilmente il brano più sporco realizzato dai Wilco). Solo per irriducibili il Wilco Book del 2004, oggetto da collezionismo fra i più ambiti, con artwork realizzato dalla band, interviste, saggi, poesie e un cd di inediti risalenti al periodo fra Yankee e Ghost. Da segnalare infine il recentissimo documentario di Christoph Green e Brendan Canty dei Fugazi (già autori di Sunken Treasure), Shake It Off, pubblicato come DVD bonus nella edizione deluxe di Sky Blue Sky, che racconta la gestazione e realizzazione del disco tramite ricche interviste e diversi clip della band in studio.

Scheda: Wilco

copertina pdf #91