Faccina pallida e brufolosa, mascella prominente, capelli scuri, irti, sparati confusamente verso l’alto, smorfia da Sid Vicious poco convinto: guardando una foto di Dave Longstreth ai tempi degli esordi, si incontra un giovincello americano appena ventenne come ce ne sono tanti, cresciuti a suon di IPod ed mp3, uno studentello qualunque che può permettersi di atteggiarsi a pseudo-intellettuale solo perché è iscritto a Yale con i soldi di un papà più che benestante. Nulla del suo aspetto farebbe pensare, volendo giocare con le leggi della fisiognomica, che dietro quell’apparenza di adolescente disimpegnato si nasconda in realtà un musicista già maturo e completo, un genietto del post-tutto, uno che si trova a suo agio sia con Mahler che con i Black Flag, con complesse composizioni corali e grezze schitarrate neo-folk.
In realtà, Dave non mette subito in mostra le sue poliedriche qualità musicali, seguendo, anche se mai pedissequamente, la scia del filone neo-acustico di inizio millennio, Devendra Banhart in testa. Le scelte del primo album a suo nome, The Graceful Fallen Mango, sembrano, infatti, tutte orientate alla semplicità estrema dei mezzi: registrato nella sua camera da letto con un semplicissimo 4 piste e il computer del fratello, l’esordio discografico di Longstreth non stupisce per originalità, né per particolari idee. Una strizzata d’occhio ai Beach Boys e un’impostazione stilistica tipica della tanto in voga “canzone da cameretta”, tengono paralizzato, nelle strette maglie della semplicità e della casualità, l’estro compositivo vulcanico di questo ragazzo di New Haven che di lì a poco sarebbe esploso. Ma spulciando nei solchi di un disco dalle modeste pretese, ci si imbatte in scintille di genialità, schizzetti di forte affermazione di una personalità musicale ancora troppo timida per venire a galla: ballate sghembe alla Barrett (Follow Me Not If You Still Care, I Don’t Know), singolari interpretazioni del post-rock (Easily Resigned), il prog della title track, sono i momenti più interessanti di questo esordio, oltre a rappresentare il lato stilistico di Longstreth più vicino al suo futuro prossimo, firmato Dirty Projectors.
Dave lascia presto Yale, per dedicarsi alla musica a tempo pieno (anche se, a considerare il suo attuale stato di semi-sconosciuto, il suo essere ostinatamente underground, qualche lavoretto extra avrà dovuto pur farlo) e decide di trasferirsi a Brooklyn. È qui che nasce e prende vita il “progetto”: creare una formazione aperta, una band intercambiabile che potesse esprimersi attraverso generi molto diversi tra loro, dalla musica cameristica al pop. Un gruppo di esecutori che mettessero in pratica le sue invenzioni costantemente in fieri. The Glad Fact (Western Vinyl, 2003), però, sebbene sia uscito con il nuovo nome, è un album quasi interamente suonato e prodotto da Dave, che in questa occasione si fa aiutare dal collega di Portland Adam Forkner (Yume Bitsu, Surface Of Eceon, World). Anche in questa occasione, Dave appare prevalentemente concentrato sulla ricerca di originali soluzioni melodiche e rimane ben stretto ad un genere facilmente riconducibile a riferimenti precisi: il neo-folk di Banhart e soci (neo-acustica, acoustic lo-fi o chiamatelo come preferite, ma, vi prego, non pre-war folk!), il Barrett post-Pink Floyd e un pop sfacciatamente avant, quasi la negazione stessa del termine. La composizione strumentale appare più curata rispetto al precedente The Graceful Fallen Mango, ma sono ancora lontani gli arrangiamenti classicheggianti e il grande lavoro sui cori che caratterizzeranno il periodo più maturo di Dirty Projectors.
In questo “secondo” esordio, Longstreth somiglia a un Capitain Beefheart che gioca a fare Roy Harper. Si passa dalla tranquillità psych-folk di Ground Underfoot e Off Science Ill al funky zoppo e strascicato di Boredom Is A Product, giungendo fino alla follia pura della title track, uno strano incrocio di avant hip hop, psichedelia e i Contorsions. Se non fosse per l’eccessiva presenza di nenie per chitarra e voce, interessanti, per carità, ma alla lunga un po’ noiose, si potrebbe già gridare al miracolo.
Ma l’esultanza è solo posticipata di un anno. A seguito dell’uscita di Morning, Better, Last!, una raccolta di materiale inedito registrato tra il 2001 e il 2002, pubblicata per la States Rights e venduta solo su Internet, il giovane Dave decide che è arrivato il momento di fare le cose in grande e arruola la Orchestral Society For the Preservation Of the Orchestra (sic), (una formazione composta da un flauto, un oboe, un clarinetto, un corno, due violini, un violoncello e percussioni) per registrare il tanto orgogliosamente annunciato album per “voce, quartetto d’archi e quartetto di fiati” (anche se in questo caso, a voler essere precisi e pignoli, mancherebbe la viola a completare i quattro archi… vabbè, piccolezze…)
Dopo due album che lo avevano inquadrato in una corrente neo-folk tanto attiva quanto variegata, con Slave’s Graves And Ballads (Western Vinyl, 2004) il ventunenne del Connecticut si avvia già verso uno stile plasmato ad immagine e somiglianza della sua valanga di idee musicali, prendendosi sotto braccio il Robert Wyatt più ispirato e la migliore tradizione cantautorale americana, da Tim Buckley a Tom Waits. Chi si aspettava una riconferma di quell’approccio “casalingo” che aveva contraddistinto The Glad Fact sarà rimasto deluso almeno per metà visto che, se parte dell’album (prodotto della riscrittura e reinterpretazione di due precedenti EP) si conferma in pieno stile lo-fi, il resto parla un linguaggio orchestrale che per raffinatezza e freschezza degli arrangiamenti questa volta sì che fa gridare al miracolo. Le parti orchestrali, scritte e dirette dallo stesso Longstreth (che rimane l’unico e incontrastato protagonista del “progetto”) più che funzionare come semplice accompagnamento di una melodia-conduttrice (abuso tipicamente pop), sono usate con un’espressività più unica che rara negli ambienti “popular”: dalla leggerezza (On The Beach) ad una gestualità quasi operistica (Slaves’ Graves) l’orchestra si muove attraverso passaggi armonici che lascerebbero a bocca aperta anche George Martin. La distorsione acustica di (Throw On The) Hazard Lights piomba in una sorta di lo-fi orchestrale e viene riproposta a mo’ di ripresa per chiudere il primo capitolo di questo album.
È a questo punto che la one-man-band Dirty Projectors viene fuori nella sua versione più intimista e Longstreth rimane quasi totalmente solo con la chitarra a sussurrare le sue “homemade songs”. Prevale la dolcezza in Ladies, You Have Exiled Me e Obscure Wisdom, mentre l’atmosfera cupa di Since I Opened è perfetta per chiudere un album che non cala mai di intensità. Dave comincia a far parlare maggiormente di sé pur rimanendo nella sua nicchia di estimatori statunitensi, mentre qualcuno comincia ad affiancarlo ad altre interessantissime figure di spicco della scena avant-pop orchestrale come Sufjan Stevens, Rufus Wainwright e Andrew Bird. Incurante, almeno in apparenza, di questa attenzione crescente nei suoi confronti, Longstreth continua imperterrito il suo cammino verso la sperimentazione orchestrale e, non pago dei risultati stilistici (delle vendite si sa poco) raggiunti con Slave’s Graves And Ballads, prova a superarsi e, di conseguenza, a complicarsi la vita, annunciando una grande opera corale. La ricerca di una maggiore complessità formale lo spinge verso i territori del concept album, ma l’approdo è difficile e incerto.
“Una glitch opera sul leader degli Eagles, Don Henley, e sul conflitto tra Hernan Cortes e gli Aztechi del 1519-21”. Stavolta Dave Longstreth prova per grandi salti a dare la sua visione dell’America, racchiudendola tra due personaggi che non hanno niente in comune se non il fatto di appartenere entrambi alla vita degli Stati Uniti. Che cosa sia poi una glitch opera (!) non è dato saperlo, anche perché, a parte qualche elaborazione elettronica (Ponds And Puddless), la musica ha veramente poco a che vedere con quello che si definisce glitch. Per non parlare dei riferimenti all’opera… Dopo i buoni livelli compositivi raggiunti l’anno precedente, il principale Dirty Projector, richiamata a se l’Orchestral Society, si fa prendere da ambizioni “colte”, cadendo in un tranello molto insidioso per gli artisti popular. Per sua fortuna Longstreth non si mette a emulare nessuno (a parte alcuni momenti di scrittura operistica di impronta tardoromantica), ma la sua originalità non è coinvolgente. Laddove l’album precedente era organizzato in canzoni, accorpate in due parti in base a scelte strumentali, The Getty Address (Western Vinyl, 2005) si presenta come una lunga suite, con il coinvolgimento di un organico strumentale impressionante per varietà: un ottetto di violoncelli, fiati, percussioni di tutti i tipi e coro femminile, il tutto scritto ed elaborato (guarda un po’!) da Longstreth stesso, che ha lavorato le parti al computer e le ha ricostruite sovrapponendoci la sua voce. Una voce che naviga per tutti i cinquanta e passa minuti dell’album su uno stile a metà tra Robert Wyatt e Jeff Buckley. A parte qualche richiamo melodico qua e là, The Getty Address, non dà l’impressione di un progetto organico (quello che dovrebbe essere un’opera). Una musica che si sforza di essere evocativa, intellettuale, ma che risulta statica, “legnosa”, ingessata dietro una forma troppo pretenziosa. Non che sia un brutto lavoro, è senz’altro un operazione complessa, questa, con un risultato che ha bisogno di tempo per essere metabolizzato. Momenti come Time Birthed Spilled Blood, con le sue sovrapposizioni di parti, mettono in risalto una grande fantasia compositiva, che però si perde nella noiosa lentezza di I Will Truck o di Warholian Wigs. Ritmi lenti vicini al trip hop, ma spesso elaborati con percussioni dal sapore etnico come marimbas e campanacci (Jolly Jolly Jolly Ego). Un album a volte stucchevole, altre volte affascinante, un percorso musicale pieno di fermate, discontinuo, ma che se attraversato a piccoli tratti rivela meglio il suo fascino, tra il cervellotico e il sempliciotto. Forse il giovane Dave avrebbe dovuto aspettare qualche annetto di più per cimentarsi in un’avventura che non sembra essere stato in grado di gestire fino in fondo, alla quale non è bastato il suo approccio tra il colto e il naїf, che pure aveva dato linfa vitale ai due lavori precedenti. Un passo falso, un’esagerazione, ma fisiologica, comprensibile, potenziale preludio ad una ulteriore fase di crescita artistica. Da uno come Longstreth, che di idee ne ha da vendere, c’è da aspettarselo.
Rispettando ancora una volta la cadenza biennale delle sue uscite, Dave Longstreth, dopo la faticaccia di The Getty Address, si concede un anno sabbatico per guardarsi indietro e scoprire come è cambiata la sua musica dopo una manciata di dischi. È forse questa la motivazione più fondata della pubblicazione dell’EP New Attitude (Western Vinyl, 2006), un vero e proprio riassunto in mezz’ora di musica, della carriera di Dirty Projectors. Una sintesi precisa, che esplora con grande consapevolezza, le strade via via intraprese: dagli esordi elettroacustici (Fucked For Life; Two Sheep Asleep; Imagine It) alle composizioni orchestrali del periodo più recente (Likeness Of Uncles; Darkened Car). Che questo sguardo all’indietro sia anticipatore di un cambiamento, lo si intuisce non solo da queste “rivisitazioni”, più asciutte e free-form, ma anche dalle due perle che completano un lavoro breve ma ricco di spunti: il funk preso in prestito da Billy Preston di Two Young Sheeps e il sound sfacciatamente pop anni ’80 di Katy At The Mall Pts. 1 & 2, lasciano intravvedere già nuovi territori inesplorati, pronti a sostituirsi nell’immaginario caleidoscopico di Longstreth.
Un altro interessante momento di questo viaggio a ritroso nel tempo attraverso i “salti” stilistici, è rappresentato da una chicca, che ha preceduto di poco l’uscita di Rise Above: le Daytrotter Sessions, pubblicate solo sull’omonimo sito internet (www.daytrotter.com), un sito che pubblica session inedite di propria produzione e che può vantare già un catalogo di tutto rispetto, che comprende nomi come Grizzly Bear, Vietnam, Casiotone, Of Montreal, Bonnie ‘Prince’ Billy, My Brightest Diamond, Ponys, Low. Una sorta di John Peel in piccolo, che prova ad “accalappiare” i musicisti di passaggio in Illinois per fargli registrare qualche session inedita. Così è stato per Dirty Projectors che, in viaggio per il tour di The Getty Address hanno fatto un salto al Futurappletree Studio One di Rock Island, per registrare quattro brani, tre dei quali tratti da New Attitude e un inedito che risale al periodo di Slave’s Graves And Ballads, A Labor More Restful. Brani che, in presa diretta e con diversi arrangiamenti, assumono tutt’altro aspetto, più propriamente rock, rispetto alle elaborazioni in studio.
Almeno stando ad alcune sue dichiarazioni in un’intervista di qualche anno fa, gli interessi musicali di Dave erano tutti concentrati, dopo il pretenzioso sforzo di The Getty Address, sulla figura di Krzysztof Penderecki, l’autore della celebre Trenodia per le vittime di Hiroshima, compositore tra i più interessanti dell’avanguardia post-bellica. Ma probabilmente, l’irrequieto musicista originario di New Haven, Connecticut, deve aver cambiato idea all’ultimo momento, poiché il suo ultimo album è quanto di più lontano si possa immaginare da quella che comunemente viene definita “classica” contemporanea. Eppure la logica avrebbe voluto che, dopo gli esperimenti cameristici di Slave’s Graves And Ballads e il progetto corale dell’album successivo, ci si sarebbe potuti aspettare qualcosa di simile.
E invece, miracolo del genio musicale che, se vuole, può essere illogico (nel senso di andare contro le regole della logica) con Rise Above (Dead Oceans, 11 settembre 2007, recensione sul #35), Longstreth si presenta alla prova (forse) definitiva della sua maturazione artistica con un sound che, grazie ad un organico strumentale ridotto all’osso (chitarra in evidenza, basso e batteria, con coro femminile) strizza l’occhio in maniera del tutto personale e schizofrenica alla “negritudine”: rythm’n’blues, funky e soul in stile Motown. Ma, al cospetto di una personalità così estrosa e musicalmente onnivora, questi riferimenti vanno presi con le molle, tanto sono amalgamati e metabolizzati (e, di conseguenza, nascosti) attraverso strutture e stili che ne rappresentano l’esatto contrario. Tra questi, una certa vena prog, che pervade tutto l’album e conferisce forse il marchio più peculiarmente distintivo a questa ennesima piccola-grande svolta; così come le sferzate noise e i passaggi dal sapore post-rock (Depression, Spray Paint), ai quali è dato il compito di rompere improvvisamente un’atmosfera generale che si può definire piuttosto pacata (in questo senso spicca la beffarda tenerezza di Thirsty And Miserable e di Gimme Gimme Gimme), anche se i toni sono quasi sempre sopra le righe. Volendo tirare le somme, come si fa in genere per gli artisti arrivati ad un certo grado di maturità, risulta abbastanza difficile trovare stili, aggettivi e riferimenti che in poche parole riescano a descrivere esaurientemente la musica di Dirty Projectors senza rischiare di stilare elenchi interminabili di compositori, band, generi, nel tentativo di afferrare le numerose relazioni e gli intrecci culturali che animano la creatività di Longstreth.
Una discreta formazione classica, mescolata ad una curiosità inesauribile e ad un’attitudine musicale nella quale convivono i geni del rock e dell’avanguardia, completano una personalità multiforme, che affonda le sue radici nella Canterbury wyattiana, nel sinfonismo di Gustav Mahler, negli esperimenti di Harry Partch, nello stile vocale di Jeff Buckley e nell’attitudine folk di suo padre Tim. Dave Longstreth stesso, dall’alto della sua eccentricità, ha provato a definire la sua musica con gli appellativi più strampalati (glitch folk, wabi sabi, dun-songs) fallendo sistematicamente. Forse perché neanche il mentore dei Dirty Projectors si è reso conto della grandezza del suo lavoro. Un progetto musicale talmente aperto da far convivere Xiu Xiu con orchestrazioni in stile tardo-romantico, l’ukulele e il quartetto d’archi, l’irriverenza di Captain Beefheart e quella di Stravinskij.
Certo è che un artista di questo spessore meriterebbe maggiore visibilità e riconoscimento. Ma si sa, la notorietà non va quasi mai di pari passo con i meriti artistici e il nome Dirty Projectors, nonostante le prove e le conferme di essere una delle migliori realtà musicali dell’avant pop del nuovo millennio, rimane relegato alla penombra dell’underground. Di suo, Dave Longstreth ci mette un atteggiamento restìo alle voraci necessità del mercato: poche interviste, un sito Internet che si limita alle informazioni di base (concerti e discografia), una piccola label alle spalle e, per ora, una presenza sul territorio che riesce con molta fatica ad oltrepassare l’oceano. Pensandoci bene, però, in fondo in fondo la sua è anche la condizione ottimale di chi fa musica per il puro fine espressivo, senza scendere a compromessi di nessun tipo. Probabilmente, ragionando egoisticamente da ascoltatori, conviene sperare che la situazione non cambi e che il musicista di New Haven possa continuare a pensarla così, anche a discapito di migliori guadagni economici: meglio fare ottimi dischi che aspirare a mettere la propria faccia a disposizione di MTV.
Scheda: Dirty Projectors
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