È un mondo caliente
A volte viene da benedirlo, l’arrivo sul mercato del digitale. Ricordate? Al crepuscolo degli Ottanta i CD presero il posto del vinile tra le vaschette dei negozi e sui nostri scaffali . Parve allora una rivoluzione definitiva, e conseguenze devastanti ne ebbe (come ne sta avendo, di gran lunga meno positive, l’era dell’mp3) Per tagliar corta una faccenda complessa e che porterebbe fuori dal seminato: la “sindrome da ristampa frenetica” innescata per risollevare un mercato in crisi ha permesso la riscoperta di gioielli dimenticati, ha ridefinito panorami storici dalle evidenti ricadute sui ricorsi stilistici della musica.
Generi e fenomeni sono stati messi in discussione e altri, senza il fatidico dischetto argentato, sarebbero stati implausibili o assai di fferenti. Lì, nell’intricato sottobosco d i etichette specializzate - qualcosa tra il lavoro dell’archeologo e quello del bibliotecario - tantissimi sarebbero i nomi benemeriti su cui indagare, pari agli sciacalli e i disonesti. Nello specifico, puntiamo i riflettori sulla spagnola Vampisoul, che da una decina d’anni circa s i dedica con amore, passione e sfrenata disposizione a l divertimento alla riscoperta delle frange meno note della “black music”, ma non solo. Etichetta esemplare, per come ama la vita davvero e senza compromessi. Serve una prova? Prendete il logo: la vampira che più arrapante non si può è ricavata da un modello in carne e ossa, quella Lina Romay moglie e “ispiratrice” di Jess Franco, regista spagnolo di horror erotico attivo nei Settanta. Un cerchio che si chiude, anzi due: la colonna sonora jazz lounge del suo Vampyros Lesbos fu pubblicata nella seconda metà degli anni ’90 con discreto successo. Insomma, in quel di Madrid hanno capito tutto dopo aver realizzato il valore di generi relegati a mere stranezze dalla critica schiava dell’anglofilia e del tradizionalism rock. Ecco gli eroi del soul cui riconferire valore affiancarsi allo sfrenato “latin bogaloo” e all’interpretazione/contaminazione di funk e soul in chiave sudamericana: blocchi di partenza per una festosa, colorata sarabanda cui partecipano pop orchestrale, la solarità percussiva, “twee pop” ante litteram antica militanza pre hip-hop. Qualcuno deve pur farlo, questo lavoro, e non è affatto sporco: c’è la certezza che chi questi dischi li pubblica, si diverta altrettanto o più dell’ascoltatore.
In tanti, troppi si riempiono la bocca con quella parolina magica, svalutata dall’abuso: “stile”. Vero è che ognuno ha il proprio (alcuni quello che si meritano…), ma se al vocabolo associate la cura per il dettaglio e un approccio all’esistenza che si raggruppano attorno alla musica, allora Vampisoul è materiale per i vostri denti. Del resto, come insegnavano i Mods, ogni scelta estetica rappresenta un mezzo di comunicazione sociale, fondamentale per i gruppi di aggregazione giovanile e il loro reciproco riconoscersi. In questo, la label ispanica mostra somiglianze con la Talkin’ Loud, sebbene l’attitudine alla pura riscoperta abbia mantenuto il catalogo lontano da modernizzazioni artificiose e sterili fotocopie dello ieri. Viceversa simile l’interazione tra antico e moderno: ci volgiamo indietro e - con la coscienza d’essere nel terzo millennio - si riporta alla luce un meritevole passato, propagandandone la scintillante gioia di vivere in modo adeguato. Con agilità e la giusta dose di ironia, cioè, senza tralasciare i singoli dettagli e setacciando con rasserenante malinconia i “bei tempi in cui”. Lo certifica l’interesse dell’etichetta verso il formato del trentatre giri in vinile su cui viene sovente edito il catalogo, optando per tirature limitate e materiale vergine da 180 grammi. Fisime freudiane da collezionista terminale? Tutt’altro: il gesto è da interpretarsi alla stregua di una preziosa valutazione dell’oggetto artistico in sé, la cui natura seriale si salda al contenuto in una miscela rara in tempi di svilente downloading. Eh sì, perché potete anche scaricarveli, i dischi Vampisoul, ma ben presto cederete all’acquisto vinti dal fascino delle note di copertina, delle grafiche capaci d’evocare intere epoche, del sentire unificante che abbraccia ogni uscita. Quell’equilibrio tra antico e moderno di cui sopra emerge in modo preponderante, allorché scavo e propagazione del verbo vanno di pari passo: intensa è difatti l’attività dei dj della label nell’ambito dei più ricettivi club d’Europa. Come dire: adoriamo la musica “di una volta” ma teniamo le orecchie puntate sull’attualità. Il bisogno di gente con quest’attitudine lo si percepisce, assieme alla necessità di label in possesso di una distinta identità che emerga dal mare dell’omologazione odierna. Vampirizziamo l’anima, insomma, e meno male, perché il valore di certe sonorità non va dimenticato, si deve tramandare. Nel suo vasto raggio d’azione, lo sforzo porta infatti gli spagnoli a consegnare qualcosa che abbia un sempre un senso, privo della fastidiosa sindrome del tappabuchi; nella peggiore delle ipotesi, vi trovate in mano gradevoli curiosità o sfizi storici, rare eccezioni in un inventario dalla media elevata e prossimo a raggiungere le tre cifre. Che altro aggiungere, allora se non esortarvi a mettere in casa quanto più catalogo potete? A prescindere dal “nostro” meglio riportato qui sotto - da intendersi quale mera guida a un primo approccio - godrete all’infinito, o poco meno. Que viva Vampisoul!
Raccolta che assembla singoli pubblicati da etichette poco note ma dedite a bollenti funk e massiccio soul come King, Federal e Deluxe. Uno scrigno ricolmo di gemme, per l’esemplificazione del quale valgano estremi come la stradaiola Chopper 70 di Wayne Cochran e una squillante cover di Fever di Marie Queenie Lyons.
Favolosa cronaca del deflagrante suono “bogaloo” di Spanish Harlem, con singoli pescati tra le label simbolo di genere ed epoca (dal 1966 al 69 circa: Fania, Tico, Cotique, Alegre). Festa immensa e non poteva essere altrimenti, con intrattenitori del calibro di Joe Cuba, Eddie Palmieri, Tito Puente.
Altro compendio dei generi maneggiati dalla Vampisoul, ideale punto di partenza che conquista e stupisce nonostante peschi tra materiale edito. Da metter su a un party, per far in modo che non venga mai levato dal lettore. Vince a mani basse Wille Henderson con la carnalità sbruffona esibita in Break Your Back.
Da piegarsi le ginocchia e imporre gli straordinari ai doloranti arti inferiori. Artisti peruviani influenzati dalla musica cubana, popolare in tutto il Sudamerica dagli anni Trenta ed esplosa definitivamente nei Fifties come autentico fenomeno socioculturale. Due ore e mezza di mambo, merengue e bolero.
Dal 1967 al 1970 anche la SSS raccolse sotto la sua egida un rhythm & blues in transito verso lo smargiasso funk dei primordi. L’Adams implacabile di I Don’t Worry Myself e una Bettye Lavette giovane ma già grande nella fumigante Do Your Duty i nomi più noti della compagnia, spesso sorprendente il resto.
Un perfetto riassunto stilistico per la label madrilena: funk a bagno nella latinità, soul cantato in spagnolo, rumbe a braccetto dell’errebì e chi più ne ha ne metta. Tanto lontano da “kitsch” e “camp” quanto il polo dall’equatore, faccenda qualitativamente assai seria e al pari impareggiabile.
A essere testimone in causa è il sottotitolo di questa raccolta: 37 Groovy Spanish Soul & Funk Stompers 1966-1976 riempie un CD fino al limite con organetti succosi, ritmiche elastiche e chitarre sferzanti. Manca solo l’ulteriore sostantivo “garage”, come la Woovy Groovy a firma Los Buenos s’incarica di chiarire.
Ugola dal falsetto che più acuto non poteva essere, Adams resta nome misconosciuto quasi per antonomasia. Scomparso nel 1998, era in realtà ottimo ed entusiasta assemblatore di negritudine e stilemi country. Da riscoprire, rimediando così alla sfortuna che lo bersagliò in vita.
Titolo che parla da solo, spiegando esaurientemente cosa dovete attendervi. Aggiungete ben più d’un tocco soul (esemplari le riprese della mayfieldiana Gipsy Woman e del tema di Shaft) e gustate il piatto in cui spadroneggiano piccanti spezie. Solo naturale gettarsi poi sul restante catalogo disponibile.
Portento d’un Bobo, che fa raffinato sfoggio di “anima latina”. Ironico e ilare, si tratti di maritare la salsa e il mambo con il soul o di sovrapporre lascive sezioni di fiati sopra tappeti percussivi ipnotici, l’impatto orchestrale ci conquista in ogni frangente. Chissà come si dice “easy listening” in spagnolo?
Sebbene quasi superato da due ristampe recenti dei tre dischi che pubblicò, questo rivelatorio CD della prima tra le Bad Girl resta da consigliare. Introdusse il marito Miles a Jimi Hendrix, e soprattutto si diede a un funk magmatico intinto dentro il rock, hard come un orgasmo fin troppo atteso.
Erma Franklin - Super Soul Sister
Altro titolo che non mente: indovinate un po’ di chi è sorella - maggiore, per di più, e scomparsa nel 2002 - Erma (il cognome aiuterà…). Sì, esatto, e sappiate che pur distante dall’immane Aretha, possedeva corde vocali versatili, bastanti a illuminare un repertorio non sempre originalissimo.
The Last Poets - The Last Poets
Padri riconosciuti dell’hip-hop militante, gli Ultimi Poeti furono in tal modo i primi. A dimostrazione che ogni tanto il Vangelo ne azzecca una, tra nient’altro che rime e percussioni mai protesta fu così scarna, profonda ed efficace, nonostante la scarsa attinenza col resto delle uscite Vampisoul.
Claudine Longet - Cuddle Up With
Più nota per aver sparato al marito, famoso sciatore, Claudine fu ninfa “twee” nel solco di Nancy Sinatra. Scontando l’assenza di un Lee Hazlewood, si misura con John Lennon, Leonard Cohen, Brian Wilson e una Cry My A River jazzy. Tra caminetto, Vecchia Romagna e gli High Llamas.
Mongo Santamaria - Mucho Mongo. Best Of Vaya Recordings (1973-80) L’unico, autentico, inimitabile Re del Bongo. Qui il cubano trapiantato a New York ritorna alle radici afro-cubane dopo gli anni della contaminazione jazz. La sfida è resistere all’indiavolata e trascinante ritmica che induce uno stato di trance. Non vi riuscirà, sappiatelo.
Aldemaro Romero Y Mona Bell - La Onda Nueva En Mexico Aldemaro è popolare nei ’50 con un mix di jazz, bossa e folklore venezuelano. Incide con la cilena Mona Bell un disco di musica tradizionale messicana virata lounge, poi si fanno fotografare da rivoluzionari in copertina. Boicottato dalle offese autorità, l’album diventerà un culto. Perfetto, no?
Scheda: Betty Davis, Joe Bataan
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