Il domani è dietro le spalle, è più raccolto che ricerca, è un flusso di riflussi che tentano di coniugarsi al futuro e a volte ci riescono. Che dire, siamo un popolo che fatica a chiudere i conti col passato, troppe parentesi lasciate aperte, dimenticate, disperse. Qualcuna magari avremmo potuto evitarcela con la convinzione messa in gioco dagli Zidima nel loro Cobardes (7.2/10). Ad esempio, la sentenza sulla scuola Diaz, che qui diventa un tesissimo atto d'accusa noise tra Marlene Kuntz e Massimo Volume spronati hardcore (“possa il carnefice / strapparvi il cuore e poi mostrarmelo / perché il mio niente ora difende solamente / ciò che meritate: l'odio”). Di rabbia ne hanno un sacco, questi quattro milanesi: rabbia vitale e inferocita come il personaggio nella Giara di Pirandello che fa da moniker, e di compattezza nervosa e lirica pronta a sbottare. Sono inevitabilmente anni novanta, ma ci mettono passione e verità come pochi. Bravi davvero. A proposito di bravura, ma a sproposito di rabbia: parlare bene oggi di un disco di indietronica, sbilanciata glitch e aspersa di astrazioni folk, può sembrare un esercizio di mera e cocciuta ucrònia. Nel caso di The Winter Season (7.0/10) del padovano Marcello Spolverato AKA Errnois, ce lo concediamo volentieri, perché è un disco che si fa carico eccome dei modelli noti - da Autechre a Dntel passando per Mùm e Boards Of Canada - ma tiene al centro un'idea estetica propria, impressionista e puntigliosa, zeppa di trovate mai fini a se stesse. Un quasi capolavoro uscito con quei 7-8 anni di ritardo.
Senso di differita anche per i Lisagenetica da Cuneo, che hanno il non trascurabile pregio di rappresentare un'insolita via di mezzo tra rock anni Novanta in chiave noise e una verve cantautorale che ricorda Ivan Graziani. Melodia e rumore, costruita su un citazionismo Afterhours periodo Non è per sempre (Irreversibile) e pop acustico leggero (Strega), Radiohead prima maniera (Croce) e vaghi richiami dEUS (La tua creatura). Nonostante un approccio tutto sommato convenzionale, i brani di Ex vuoto (Latlantide, 6.9/10) funzionano alla grande, evitando con stile le classiche ingenuità da prima prova discografica sulla lunga distanza. Non ingenuità ma calcolo fin dal moniker vagamente poliziottesco per i FilmDaFuga, il cui Calippo Generation (6.8/10) promette fin dal titolo strali al curaro invero un po' spuntati. Friulani, giovanissimi, imbastiscono un funk-pop assai gustoso e perfetto per prepararsi al caldo. Deglitterano Prince, si ricordano di George Clinton, ma soprattutto innestano chitarre, synth e fiati su un'attitudine che è di base melodica assai italiana e spleen piuttosto spensierato (In bici). Vista anche la provenienza, che siano gli eredi dei Carnifull Trio? Staremo a vedere, in particolare l'evoluzione della voce oggi un po' acerba.
Quanto a discendenza, deve più di qualcosa al cantautorato rock di Cristina Donà la proposta dei La Materia Strana, trio fiorentino al debutto con l'ep Raptus (6.6/10). Però non fai fatica a scorgere barbagli di qualcos'altro, da un lato frenesie soniche che forse pescano qualcosa tra gli archetipi della gloriosa wave toscana, dall'altro malìe melodiche che guardano al canzonettismo "alto" dei sessanta e settanta, conditi con sovrapposizioni vocali e acuti quasi Matia Bazar. Solo un gustoso antipasto, immagino. Pasto completo invece per i Captain Mantell, a base di frequentazioni elettro-rock ostaggio di synth anni Ottanta tipo quello con cui trafficano formazioni quali Wora Wora Washington. Tra citazioni Daft Punk (A Little Shit) e new wave lancinante (As The Night Decides), post-punk meccanizzato (My Radar) e certi Depeche Mode in salsa Primal Scream (Turn Your Head Around), la band veneta confeziona questo Rest In Space (Irma, 6.9/10) - secondo disco ufficiale - tarato sulle lunghezze di una coolness da dancefloor. Con un occhio al punk e uno a un mercato estero pronto a fagocitare produzioni sul genere.
A questo punto però ci chiediamo: cosa ci fa Ivano Fossati in un giardinetto glitch? Tale è l'effetto della traccia d'apertura di E intanto fuori piove EP (6.7/10), seconda prova del duo romano Bon.not. Poi le coordinate si spampanano, la barra del cantautorale piega verso lidi diversi, come la narcosi quasi CSI di Tra i denti o il De Gregori contagiato Offlaga Disco Pax di Dal fango, mentre ne L'indifferenza scorgi echi - addirittura - Radiohead. Tutto ciò ferme restando le grinze sintetiche che un po' straniano e un po' unificano la proposta, cui manca forse un po' di mordente tra le parti, ma intanto è già capace di considerevoli suggestioni. Che sono il pane ed il companatico dei Démodé, il cui mood da orchestrina fuori tempo massimo malcela uno spirito miscelatore che tutto ingoia e rigetta a mo' di strumentale succulento. In Démodé EP (7.0/10) prendono jazz, colta contemporanea, klezmer e tango, tutto a spizzichi, e lo accordano ad un'anima che viene fuori cinematica con perfetti rallentamenti drammatici (Il Teatro dei gatti) se proprio non si pone l'obiettivo di accompagnare, ma per rapirci con violino tagliente alla gola (Tango). Difficile definire le possibilità di espansione di una proposta del genere, però attenzione: questi sanno suonare e, seppur su traiettorie del tutto diverse, i Calibro 35 potrebbero aver insegnato qualcosa. Il cerchio si chiude con i Le Mal D'archive, almeno a giudicare da una formula un po' confusionaria che vorrebbe mettere sullo stesso piano cantautorato e sperimentazione elettronica minimalista. Premesso che il gruppo avrebbe bisogno di un produttore serio e forse anche di una chiarezza progettuale maggiore, resta il fatto che quanto si ascolta nel demo La Chanson De Mai (6.2/10) non dispiace affatto, per una sensibilità che riesce a unire, senza forzare la mano, la musicalità del francese e certe atmosfere ombrose d'oltralpe. A rileggerci il mese prossimo.