La musica pop vive di corsi e ricorsi ed è un fatto a tal punto noto da passare quasi inosservato. A maggior ragione oggi che tutto pare accatastarsi fino a confondere le prospettive e rendere l’identificazione di uno o più filoni un problema. Sovrapponendosi, però, i ritorni mutano in qualcosa d’altro: non sempre apprezzabile o tenuto entro i recinti del gusto, ma il punto non è questo. E dunque, dopo l’elettronica a sogni aperti e le canzonette in bassa fedeltà, le cantautrici folk neoclassiche e il grande suono da collettivo, emerge una mescolanza da senno di poi che somma gli umori del glam, seppur al netto di lustrini e primedonne; citazioni operistiche che sfociano in un cattivo gusto consapevole; ampiezza di vedute e celebrazione mistica.
Ogni cosa assieme spassionatamente, come può chiarire il melodramma venato anni Sessanta dei nostri Baustelle o quello combinatorio - gli Sparks e le rock operas giusto dietro l’angolo: non a caso - su cui si fondano i Fiery Furnaces. Senza tralasciare la recente metamorfosi dei MGMT, usciti dal bozzolo “Karaoke Flaming Lips” dell’imbarazzante esordio impastando popedelia kitsch e citazionismo spinto, nel frattempo prendendo per quel che sono - baggianate usa e getta - le pose da Falco versione Amadeus degli Irrepressibles, la fluorescenza da Glamour (“non perderti tutti i trucchi dell’estate”) cui si ispira Bat For Lashes e la ninfetta Marina And The Diamonds. Meglio pensare a un Lightspeed Champion che, indie-folker di colore, si professa amante del Libro Della Giungla (poco da ridere: consigliamo di ripescare il fenomenale Stay Awake, tributo a Walt Disney risalente al 1988, dove Tom Waits, Sun Ra e Replacements e altri maestri gettavano colore su una tela di fenomenali rielaborazioni semantiche) e afferrare che una voglia di platea è nell’aria.
Percorsi a volte attenti più alla confezione, magari, che trovano una parafrasi approfondita attraverso la prospettiva di David Byrne. Il quale, dopo aver riabbracciato la trasversalità pop con Brian Eno (a sua volta cresciuto col gospel e maturato in canzoni di geniale, avanguardistica asimmetria), si imbarcava lo scorso anno in un tour con l’aspetto da musical per gente colta e chic, pubblicando oggi un concept album di presupposti e ispirazione conformi. Una capriola d’autore, l’ennesima.
Un gesto che, dopo una gravidanza lunghissima e la pubblicazione ulteriormente posticipata di un paio di mesi, spiana la strada a Here Lies Love, il progetto di David Byrne che racconta la figura di Imelda Marcos, moglie del dittatore filippino deposto a metà anni ’80. Partita come “ciclo di canzoni” pensato e scritto da Byrne e arrangiato con Norman Cook a.k.a. Fatboy Slim, fu rodata una prima volta in Australia un lustro fa e due anni dopo a New York con reazioni piuttosto scettiche. La registrazione veniva nel frattempo condotta in studio in modo affatto lineare, sia per gli impegni di entrambi che per la ritrosia di Cook a lavorare tramite file sonori via internet. Comunque felice il rapporto tra i due, benedetto da molto punti di contatto e su tutti il senso per la “fisicità” del suono e la forma canzone (da musicisti e non dj), saldato alla passione per la black music. Ecco come la vede Norman, sfoggiando una cordiale concretezza: "David mi sorprese con una telefonata a casa: tre giorni dopo ero a New York e David mi veniva incontro in bici con in mano delle birre. Andammo sul lungomare di TriBeCa a bere qualche lattina in un sacchetto di carta e conoscerci meglio. Al momento in cui ci cacciarono dal molo per aver bevuto in pubblico, avevamo le basi su cui lavorare".
Praticamente, aveva già tutto in mente, melodie e testi. E’ uno cui piace fare le cose giuste nel modo sbagliato, ottenendo ciò che vuole con l’opzione più complicata. E’ come me: un ragazzo bianco ossessionato dal funk. Insomma il duo doveva chiudersi in studio a Brighton per ragionare su strutture, abiti sonori e le interpretazioni dei brani. Perché oltre a essere un doppio cd (con annesso libro e DVD: forse una robusta presa di posizione “d’altri tempi” verso l’attuale fruizione frammentaria e superficiale), il lavoro affida a una pletora di cantanti ospiti i ruoli e la narrazione, donando carne ai fondamentali esperimenti con le found voices che furono. Accantonato in via momentanea l’allestimento teatrale (nondimeno sembra che Byrne si stia attrezzando: all’idea qualche brivido giunge; non esattamente di piacere) permane il “famigerato” formato del concept, pesante croce e rara delizia per rocker complessati e intellettuali o supposti tali: "La cosa che ha scatenato il tutto risale a un bel po’ di tempo fa: lessi un libro intitolato “L’Imperatore” dello scrittore polacco Ryszard Kapuscinski. Raccontava di come si stesse in Etiopia verso la fine del regno di Haile Selassie. Tratteggiava un affascinante quadro della vita di corte, nel pieno della follia del potere. Vi ho scorto alcune bellissime immagini teatrali, ma la cosa si era fermata lì. Poi vidi qualcosa su Imelda che frequentava regolarmente lo Studio 54 e aveva fatto costruire una discoteca nella sua casa di New York".
Così crediamo vada inteso il risultato finale: come un passo che - allorché la musica è ormai smaterializzata - richiede un approccio diverso per come va ascoltato e letto; una maniera alla quale il pubblico giovane non è abituato e verso la quale, di conseguenza, seguiterà a mostrarsi indifferente. In tutto ciò c’è una familiare temerarietà, una voglia di rimettersi costantemente in gioco e in discussione che anima Byrne sin dagli inizi. Che lo ha portato a incrociare sulla propria strada i collaboratori più disparati, ad allestire geografie sonore sulla carta improbabili e invece azzeccate. Una Testa Pensante prototipo dell’intellettuale rock moderno (da Michael Stipe a Damon Albarn passando per Thom Yorke, tanti coloro che hanno raccolto l’esempio), lontanissimo dalla Rivoluzione Contro Il Sistema o la deboscia di eccessi e decadenza; che vive serenamente la propria condizione di moderno uomo rinascimentale.
Senza limiti né freni alla creatività e libero di spaziare su ogni possibile fronte, nervosa wave e neo-tribalismo, fotografia o scavo della psiche umana. In considerazione dell’opera byrniana in toto, realizzi allora che da More Songs About Building And Food ogni suo disco è di fatto un concept, o comunque maneggia un filo conduttore a prescindere dall’esito e dal momento. Comprendi come proporre tanta carne al fuoco (portatasi via fatica e tempo come mai prima per l’artista americano, incluse ricerche sul campo e viaggi in bicicletta su e giù per le Filippine) in un contesto sonoro peculiare sia, per prima e somma cosa, una sfida; uno di quei rischi che sono sempre meno a prendersi e dunque da lodare, a maggior ragione sapendo che, economicamente, Byrne ci ha messo tutto del suo. Anche solo per questo guadagna l’applauso sincero.
Non è però impresa agevole attraversare le due ore di musica di Here Lies Love: la prima metà arranca e la penna si rivela involuta, piatta, nonostante una storia che intriga e stupisce senza romanzare, perché - come ha dimostrato Byrne nel film True Stories - la realtà supera sempre in bizzarria qualsiasi fiction. Un racconto che, a un certo punto, trascolora in un’indagine sul criminale potenziale che giace in noi, sul potere che (politico o rockstar non fa differenza, come indicava con poca finezza Roger Waters in The Wall) a un certo momento si trasforma in potentissima droga. Da qui l’affidarsi per metà programma a ritmi dance: il rush adrenalinico della pista da ballo e l’euforia dell’onnipotenza si correlano a vicenda, persuadendo che la passione di Imelda per la disco non fosse un caso. Così come non lo era l’ossessione per bellezza e stile, farcitura estetizzante (i palazzi faraonici che fece costruire mentre il popolo moriva di fame; le leggendarie 3.000 paia di costose scarpe rinvenute nel palazzo reale) per colmare un’esistenza inizialmente di una povertà dickensiana.
La ragazza cresceva in un garage, tirata su dopo la morte della madre dalla giovane cameriera Estrella Cumpas, poco più grande di lei. Sul loro rapporto verte buona parte dei brani con quel sottile calarsi nel personaggio incominciato da Psycho Killer e che osserva la Marcos diventare reginetta di bellezza, sedurre il dittatore e assurgere a First Lady di un regime dove, nel 1972, impone la pena di morte: "La faccenda delle scarpe è stata un vero problema, soprattutto lo spingersi oltre. Le scarpe, in ogni caso, non furono scoperte fino al 1986, mentre l’esercito americano portava via i Marcos in aereo nel pieno della rivolta popolare, ed è lì che termina la storia che intendevo raccontare. Dalla nascita, Imelda aveva un peso psicologico sulle spalle: ho iniziato a ragionare sul fatto che, se etichetti le persone come mostri senza spingerti più a fondo, non capirai mai ciò che li muove a compiere le loro malefatte. Devi calartici e vedere dove conduce. Come la maggior parte dei politici, lei era spinta da una lotta tra angeli e demoni psicologici: talvolta vinceva un lato, altre volte toccava a quell’altro. Mi interessava comunque la sua estrema risolutezza, il fatto che fosse scaltra e tosta. La questione era che dovessi celebrare qualcuno che ne fosse degno, oppure una figura totalmente opposta? Faccenda complicata, perché è difficile scrivere dei buoni."
E neppure dei cattivi, se è per questo, benché all’album non difettino grandezza di mezzi (orchestra e beats, suoni “del mondo” e panoramiche pop-rock, epica e leggerezza) e celebrità: Tori Amos, Steve Earle, Martha Wainwright, Cindy Lauper sono la punta di un iceberg dove il “concetto” non prevarica l’esposizione. Il vizio che affligge la più parte dei ridondanti concept records - la distanza tra contenuto e forma - si mantiene entro limiti accettabili e c’era da contarci. Quel che lascia perplessi è semmai la scrittura, che fatica a reggere la distanza scorrendo senza gravi scivoloni ma - tra mestiere consumato, motivi anonimi, pop risaputo - neppure colpi d’ala rilevanti. Tranne quando Fatboy Slim guadagna il proscenio nel secondo dei due cd, in massima parte latore di ibridi big-beat ripassati pop, funk venato di squarci melodici, soul contemporaneo affatto banale che tocca apici in American Troglodyte (il Nostro che affonda i pallidi discepoli odierni) e una sensuale Please Don’t illuminata da Santigold. Insomma: considerato per quello che a conti fatti non è, cioè “un nuovo disco di David Byrne”, Here Lies Love (epitaffio che la Marcos, tornata nel frattempo in madrepatria a fare opere di bene amata da un’ampia fetta della popolazione, vorrà sulla sua tomba…) paga il confronto con i caleidoscopi acuti Grown Backwards (che peraltro includeva la dance sperimentale di Lazy, con gli X-Press 2) e Look Into The Eyeball. Se, viceversa, ragioni sui presupposti di partenza, ne emerge un progetto sfaccettato che all’altezza di Music For Knee Plays o The Catherine Wheel avremmo definito multimediale e al pari di quelli disorienta e sfugge.
Come la protagonista e il tema “ultimo” che incarna, ovverosia il prevalere dell’ego su ogni altro aspetto dell’esistenza e la conseguente origine di una malvagità obliqua che giace in agguato dentro ognuno di noi. Perplessi, rieccoci su questo folle pianeta come l’io narrante di Once In A Lifetime: spaesati, la testa attraversata da un poco rassicurante “che ci faccio qui?”
Scheda: David Byrne, Fatboy Slim