Hyperdub. Quartier generale di Londra. L'etichetta culto per il mondo dubstep/wonky e per tutte le declinazioni del suono now londinese d'avanguardia nerdy commemora la longevità quinquennale con una compilation che fa storia. Tra i più di 30 titoli spuntano due tracks - Please e Sahara Michael - di un'illustre sconosciuta: Ikonika. In compagnia di nomi sacri del calibro di Zomby, Burial, Kode9, Rustie, Martyn, Flying Lotus, The Bug e King Midas Sound s'incunea una ragazza giovanissima, coloured e con la fissa per le tastierine. Grazie a una serie di break al fulmicotone fa capire al mondo che in mezzo alla sporca dozzina lei gioca duro, e a modo suo.
In un 2010 stanco dei mix da dilettanti che scimmiottano la classe di Bibio o di Zomby, rivalutarsi attraverso lo strumentale è già degno di nota, eppure l'approccio della westlondoner prende una direzione diversa dai maschietti pasticcomani che le girano attorno (vedi alla voce Toddla T). Con un'estetica a metà tra l'umanista e l’hauntologico, Sara Abdel-Hamid sta lontana dalla techno, cerca nelle vecchie macchine il cuore, scava nella memoria con occhio sbarrato e, usando le sue parole, «fa esprimere alle macchine le loro emozioni, come WALL-E», mescola cioé melodia e ritmo in un equilibrio tra sogno e disimpegno, quasi come volesse fare della messthetica aggiornata ai tempi del dubstep. La Young Marble Giant dell'elettronica made in Londra.
Uno scarto inatteso per una scena autocelebrativa che fino ad oggi ha indossato sempre e solo i calzoni. La storia di Sara inizia a scuola. L’attuale ventiquattrenne inizia a conoscere la musica tramite la batteria a soli 11 anni. Il suo amore per l’hip-hop e il crossover la fanno entrare prima nel giro hardcore, poi nelle sonorità hip-hop con il moniker KillKip. Ma dal 2005 c’è la folgorazione. Una traccia classica di Skream (Midnight Request Line) le fa alzare le orecchie e pensare di imbarcarsi nell’avventura.
Inizia a frequentare il sito di scambio di tracce dubstepforum e nel 2007 manda in giro i primi demo di Please. Steve Goodman (aka Kode9) la nota, dice lei, forse per quel nome apparso in un documentario quando frequentava la film school. La traccia è una bomba imprevedibile che raccoglie idee e suoni da fonti apparentemente slegate: la ritmica spezzettata del free jazz, i synth anni '90 dei videogame, il minimalismo bleep techno e in mezzo a tutto questo caos un amore per la melodia che riporta la cantabilità su un pianeta dominato in gran parte dal beat. Nelle mani del boss di casa Hyperdub il pezzo viene tagliuzzato e limato per la stampa vinilica. «E' strano e sorprendente avere la richiesta di poter rimaneggiare il pezzo da parte di una persona di cui sei fan», ci dichiara via mail.
Il singolo esce a febbraio 2007 e viene replicato nel 2008 con la track Millie. Per il full length bisognerà attendere altri due anni, fino ad oggi dunque: un intervallo nel quale Sara, paziente e scrupolosa, licenzia soltanto altre due tracce, sempre su Hyperdub, Sahara Michael e Fish (novembre 2009). Ora che l'attesa è finita le chiediamo qual è il core dell'album. «Quello che volevo raggiungere col disco è contrasto ed emozioni elettroniche», ci risponde secca. Come a dire che il calderone si basa su melodia e su nostalgia nerdy per gli anni ‘90. I bleep a 16 bit (la cosiddetta quarta generazione di consolle, tipo Sega Mega Drive e Super Nintendo per intenderci) e la melodia di sottofondo, tutto filtrato con la trasversalità del wonky e della nostalgia dell’hauntology.
La melodia di Sara si fonde con il ritmo e porta una ventata di novità alla scena, ormai stanca di celebrare esclusivamente la stagione del rave. Contact, Love, Want, Hate - come dice bene il giornalista britannico Adam Harper - è un disco per la Hyperdub generation, non per i reduci dei party Metalheadz. Il suo merito è quello di variare continuamente le coordinate e situarsi nella direzione tracciata da Joker, Hudson Mohawke e Starkey: un nuovo modo di vedere oltre la corte fumosa del dubstep. Non si rinnegano le origini, ma si applicano trasversalmente le conclusioni massimaliste ereditate dalla storia decennale degli Animal Collective e dalle ultime produzioni di Bibio.
E’ Londra che si mostra in tutta la sua positività: dopo aver esplorato l’assenza di luce e gli abissi magmatici del grime con il campione Burial, Ikonika riporta il gioco in primo piano: nell’intro Ikonklast (Insert Coin) e nella penultima traccia Look (Final Boss Stage) i riferimenti sono dichiarati esplicitamente già nei titoli. Le sequenze campionate provengono da quelle session pomeridiane da cameretta che richiamano adolescenza nerdy e manine paffute. Non solo: Idiot e R.e.s.o.l sussurrano melodie apparentemente infantili costruite con i synth mescolate a scale orientaleggianti e bassi da pompa magna Hyperdub, Yoshimitsu si avvicina alle meraviglie ambient di Scuba, a quello stupore che oltre al suono proponeva meditazione e trance, They Are All Losing The War ci spara direttamente in sala giochi, nella progressività al fulmicotone della due posti di Out-Run, Psoriasis ha il vago sentore del baile funk sudamericano e ascoltando Video Delays scappa pure un’involontaria lacrimuccia minimal.
L’innovazione non sta solo nella mescolanza fra generi, ma nel processo stesso di costruzione del nuovo. Per chi cerca un tag che definisca sinteticamente la musica di questa generazione di smanettoni sarà uno shock non trovare definizioni unilaterali, dato che ad ogni ascolto si aggiungono elementi eterogenei, particolari che assumono sfaccettature diverse. Caleidoscopio di bleep, di ricordi e di proposte, la “nuova onda” del dubstep parte da West London. La Giovanna D’Arco della rivoluzione istantanea è una ventiquattrenne schiva e concentrata sul suo lavoro. Con un EP in uscita su Planet Mu la prossima estate e con una pletora di remix e collaborazioni, Sara non ha un minuto di sosta. Il debutto ufficiale colpisce ad ogni iterazione di ascolto. Ikonika è la nuova voce dello sprawl londinese.
Scheda: Ikonika
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