Victoria, British Columbia, Canada orgogliosa provincia dell'impero, anno 1997: quattro giovani electrofili mettono in piedi un progetto dancefloor orientato a live jam e improvvisazione. Si chiamano The Modern Deep Left Quartet e sono Mathew Jonson (Roland SH-101 e altri synth, drum machine, missaggio), Danuel Tate (piano Rhodes, vocoder Roland SVC-350, synth vari), Tyger Dhula e Colin de la Plante (sample e missaggio). Registrano soltanto un EP, Babyfoot, lavoro ad alto tasso di sperimentazione che viaggia tra electro, minimal, tribal e ambient. Interessante, con chiari indizi degli sviluppi di là da venire, ma non del tutto a fuoco. Quando viene pubblicato (su Wagon Repair, label fondata da Jonson e Konrad Black), siamo ormai nel 2005, il quartetto si è già dissolto.
O meglio, si è già trasformato in qualcos'altro. De la Plante si è tirato fuori e ha messo base a Montreal. Gli altri si sono spostati a Vancouver e si sono ribattezzati Cobblestone Jazz: nome suggerito da un amico per indicare la capacità dei tre di dare risalto a diverse sfaccettature musicali. Si riparte. Cinque EP in quattro anni (2002-2006), ottima messa a punto dello stile, e poi il botto con l'esordio sulla lunga - lunghissima (doppio cd, uno in studio e uno dal vivo) - distanza, 23 Seconds (2007; !K7). Il disco li impone subito come una delle realtà electroniche più interessanti e di qualità della scena. Jonson intanto si è fatto un nome come solista, con collaborazioni prestigiose (Luciano, Hrdvsion, Carl Craig, Ricardo Villalobos) e remix importanti (Chemical Brothers, Moby, Nelly Furtado), ma soprattutto con una valanga di 12" votati a una deeptechno rotonda e immediatamente riconoscibile: la stessa che costituisce l'ossatura ritmica dei pezzi Cobblestone. E' lui il prominent man della formazione.
Passano gli anni e si aspetta il secondo album. A fine 2009 viene annunciato il titolo: The Modern Deep Left Quartet. Si drizzano le orecchie perché viene riesumato il nome del progetto where it all started e non è un caso: il disco segna infatti il ritorno in cabina del produttore e old time friend Colin de la Plante aka The Mole. Copertina di memorabile bruttezza (un radiografia acrilico su tela di un pulcino?), registrato in tre settimane a Berlino la scorsa estate (e si sente), anticipato da due EP su Wagon Repair, l'album viene pubblicato da !K7 su compact ma anche su doppio 12", quasi a ribadire la vocazione traxistica, per quanto eterodossa, del combo. Si tratta di un gioiellino in cui la poetica Cobblestone si fa ancora più asciutta e chiarisce nuove sfumature. Questa la cronistoria in breve dei Ciottoli. Andiamo adesso alla loro musica.
Qualche anno fa avremmo detto che la cosa che più ci interessava e ci piaceva dei Cobblestone è il suono che sono riusciti a creare, quel suono che è già un marchio di fabbrica riconoscibile tra mille. A ben vedere però, il vero highlight del gruppo canadese è la condizione di possibilità di quel suono: la sintesi musicale che ci sta dietro. Fare sintesi, cosa questa che rappresenta oggi la vera sfida linguistica di un mondo che ha nelle contaminazioni, negli incroci e nei ribaltamenti il proprio campo d'azione naturale. Pur nutrendosi di una vasta gamma di generi e riferimenti, i Cobblestone non hanno creato un Frankenstein, ma una creatura sulla cui pelle le suture, quando pure visibili, non appaiono mai come cicatrici. Salta subito all'orecchio la cura con cui è preparato l'impasto timbrico, che, fatte le dovute differenze, avvicina i nostri ad altri act tra i più interessanti della scena, da Bruno Pronsato a Ricardo Villalobos a Luciano a Sam Shackleton al "nostro" Andrea Sartori. Per comodità tassonomica li definiamo minimal e/o deep, ma forse vale davvero la pena di rispolverare quell'etichetta tanto vaga eppure tanto efficace che ha inteso sintetizzare - appunto - il continuum dell'elettronica extra-colta che comprende tutti i gradi della techno, dell'house e derivazioni: electronica. Eccola allora l'electronica dei Cobblestone: la dialettica pieno-vuoto e l'ottusità timbrica del dub, l'asciuttezza e il gioco di variazioni della minimal techno, la cremosità e la gommosità - a seconda della sfumatura messa in evidenza - della deep house. Il tutto giostrato con un gusto per l'interplay mutuato dal jazz suonato.
Per capire da dove vengono poetica e suono Cobblestone bisogna forse spendere due parole sulla figura del burattinaio - neppure troppo occulto - del progetto: Mathew Jonson. "Theo" traffica con gli strumenti fin da bambino (piano classico e batteria jazz), con alle spalle un padre smanettone appassionato di circuiti ed elettronica: è questo il seme della dialettica magica che anima la formula del gruppo. La sua è una preparazione musicale da autodidatta, eppure capace di lambire sperimentazioni solitamente appannaggio di chi fa fusion o addirittura prog. La musica è una struttura organica da tirare su quasi fosse un grattacielo: progetti ingegneristici compresi. Ecco allora l'uso insistito dei poliritmi (parti differenti che seguono tempi differenti sovrapposte in modo coerente) e una concezione frattale dello sviluppo dei brani, sempre uguali a se stessi eppure sempre cangianti (i frattali sono figure geometriche non euclidee - a metà strada tra bidimensionale e tridimensionale - che spiegano su un piano teorico l'irregolarità ordinata delle forme naturali; loro caratteristica principale è l'autosimilarità e cioè la proprietà di mantenere, a qualsiasi scala di osservazione, la stessa forma e la stessa struttura). Il tutto può sembrare cervellotico, ma l'ascolto dei pezzi riesce a fugare quest’impressione: calcolo matematico e freddo rigore strutturale vengono immersi in un flusso sonoro dal feel caldo e live, si intravedono come sottopelle, cosicché in superficie resta soprattutto un’immediata godibilità.
E’ proprio la capacità di riduzione ad unum che ammiriamo nei Cobblestone, capacità che in questo secondo lavoro, certo meno decisivo del primo, appare forse ancora più affinata. Ne abbiamo parlato con Mathew.
Mathew Jonson: Io e Colin stiamo lavorando assieme continuativamente da quando abbiamo deciso di dividere lo stesso appartamento a Berlino. Tyger e Danuel cercano di passare tutto il loro tempo libero qui con noi e così lavorare assieme non è stato troppo difficile. Certo, pensando a cosa erano i Modern Deep Left Quartet, entrare con Colin in studio come Cobblestone Jazz è stato un po' come tornare alle origini, a dieci anni fa.
Sì, è stato davvero divertente lavorarci sopra. Ogni pezzo che abbiamo scritto per il disco è diversissimo da tutti i nostri lavori precedenti. Forse perché ci siamo spostati a Berlino, forse perché è tornato in formazione The Mole. Non ti saprei dire, però è venuto fuori così. E sono davvero contento del risultato finale. Mi piace molto di più del nostro primo album.
La nostra musica è pensata per gente con la mente aperta che vuole ballare su qualcosa che non sia per forza la solita roba del momento. Credo che possa funzionare davvero dappertutto se suonata nel giusto contesto. Purtroppo alcuni dj preferiscono andare sul sicuro e non rischiare e questo indebolisce molto le potenzialità dei club e la varietà di esperienze musicali che la gente vi può vivere dentro.
Continuiamo a mettere su traccia tutto quello che arriva live al bancone del mixer. Questo vuol dire che siamo costretti a fare più take dello stesso pezzo se qualcosa non va per il verso giusto o se qualcuno di noi non è contento di come ha suonato. Penso comunque che abbiamo lavorato un po' più in post-produzione - taglia qui, cambia questa parte - rispetto al primo album.
Grazie! In effetti abbiamo un archivio enorme, pieno di materiale. Registriamo tutto quello che facciamo e le session sono davvero tante, ma ci sono molto cose che non credo proprio valga la pena di pubblicare e altre che sono davvero troppo strane per avere un mercato. Direi che abbiamo pubblicato circa un 5% delle nostre registrazioni.
Sì, quel disco mi è piaciuto molto. E penso che man mano che l'elettronica cresce e va avanti quel tipo di approccio sarà sempre più rilevante. La gente sta imparando sempre più cose sulla tecnologia che consente di fare electronica live e si va stancando sempre più dei set fatti solo col laptop: la nuova generazione di quelli che frequentano i club e i festival, gente che non ha avuto esperienza diretta di gruppi come Orbital o Future Sound of London, sta cercando qualcosa che vada oltre il solito set a base di Mac e Ableton Live. Incorporare musicisti e una strumentazione extra-computer negli show è una via possibile. Siamo vicini a un grande cambiamento e credo che ce ne accorgeremo già dall'anno prossimo. La scorsa settimana eravamo nel suo studio e Richie Hawtin mi ha dato un assaggio del suo progetto Plastikman. Ecco, penso che lui sia davvero all'avanguardia in tal senso.
Sono fan da anni di tutti i nomi che hai citato. E sono anche un grande fan di Donato Dozzy [vero nome Donato Scaramuzzi, romano, file under deeptechno, tanti 12" ma ancora nessun album; ndr], probabilmente il mio dj e produttore italiano preferito.
Squarepusher, Vangelis, Herbie Hankock, Miles Davis, Thelonious Monk, N.W.A., Public Enemy, Prince, Del tha Funkee Homosapien, Keith Jarett, Manu Dibango, Quincy Jones, Sergei Rachmaninoff... Potrei andare avanti all'infinito, perché amo tantissime cose e tutte diverse tra loro.
No, non credo che ci sia alcun legame. E' solo una coincidenza.
Dilla (R.I.P.) è semplicemente s-t-r-a-o-r-d-i-n-a-r-i-o. L'ho scoperto anni fa grazie a Colin. Le sue produzioni... non trovo neppure le parole giuste per descriverle. Anche Flying Lotus mi piace molto.
Scheda: Cobblestone Jazz
2002-2009 SENTIREASCOLTARE music magazine. Registrazione Trib.BO N 7590 del 28/10/05
Editore Edoardo Bridda Direttore responsabile Antonello Comunale Coordinamento Gaspare Caliri
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