L'ultima volta eravamo al Locomotiv Club di Bologna. Ai tempi si parlava di This Coming Gladness e per farlo, oltre alla Foster, c'erano sul palco a mescolare folk arcaico e inflessioni elettriche Alex Neilson e Victor Herrero. Un set efficace, dedicato a un pubblico estremamente “selezionato” e attento. Lo stesso che ritroviamo al Bronson – si e no sessanta persone sedute sulle comode poltroncine messe a disposizione dall'organizzazione – in religioso silenzio per tutta la durata del concerto.
Anche perché questa volta non c'è nessuno ad accompagnare Josephine – come prevede il copione del recente Graphic As A Star -, a parte un pianoforte verticale nero, uno sgabello e la solita chitarra classica: elementi che stabiliscono con largo anticipo i confini di un set che si rivelerà più una questione di sensazioni che un live dall'approccio convenzionale. Con una Foster solitaria e intransigente, lentissima e trasparente, impegnata a impacchettare le naturali fioriture di una voce eterea su qualche accordo abbozzato. L'effetto è curioso, dalle parti di un intimismo domestico che evita i contatti esterni con la variabile “pubblico pagante” preferendo un'autoghettizzazione volontaria. In un luogo fuori dall'ufficialità dell'evento in cui non ci si cura delle imperfezioni e ci si affida esclusivamente a una vocalità estemporanea, catartica, ingovernabile, distante. L'espressione assorta dipinta sul viso dell'artista americana la dice lunga sullo scarto quasi incolmabile che c'è tra chi suona e chi ascolta, tanto che fatichiamo non poco ad andare oltre la semplice ammirazione per il canto virtuoso. Coadiuvati da un impianto strumentale ridotto all'osso che fa un pò rimpiangere l'obliquità strumentale del passato recente.
Scheda: Josephine Foster