Turn on
Pubblicazione 01 Aprile 2010

Santo Barbaro

Setacciare la verità

Il gruppo bolognese cerca una rifondazione delle parole all'insegna della purezza e della densità con un disco e un libro in dialogo tra loro.
Santo Barbaro

L'idea di Mare Morto è sorta in modo estemporaneo e imprevisto. Abbiamo fatto qualche prova e nessun concerto, poi ci siamo chiusi in studio. Volevamo ridestare la centralità della parola, del testo. Ma non per giungere allo stomaco di un pubblico vasto e sconosciuto, piuttosto per scavare nella nostra coscienza e mettere in discussione la nostra percezione delle cose. Come scrivere sulla superficie liscia di uno specchio per accusare e additare quel volto ignoto che ci appare di riflesso”.

I Santo Barbaro praticano il difficile mestiere di chi sta tra parola e verità. Dalla prima vogliono distillare significati che alimentino la seconda. Un disco, Mare Morto, uscito nel 2008 e oggi ristampato insieme ad una raccolta di racconti (Un giorno passo e ti libero) dalla benemerita Ribéss Records, ovvero i due poli rappresentativi di una poetica dove la densità – lirica in primis, e dunque di songwriting – è uno dei tratti più distintivi: “I racconti rappresentano l'altra faccia di uno stesso ragionamento, sono squarci attraverso i quali si cerca di giungere ad una dimensione infantile della rivoluzione. Ma sono anche chiavi di lettura, una via per dare colore alle pagine in bianco e nero dell'album”.

Un bianco e nero dalle tonalità livide, che inserendosi fra riferimenti previsti ma rimasticati a dovere (Black Heart Procession, Radiohead, Nick Cave, C.S.I., Giancarlo Onorato), cerca forme di comunicazione purificate e perciò (ri)fondative. Prima di tutto nel trattare temi purtroppo banalizzati dal brusio appiattito del presente: “Il punto è setacciare la verità attraverso l'immagine che abbiamo di noi stessi, la nostra realtà, la propaganda che ci avvolge come un fumo denso”. Quali ad esempio la guerra: “La guerra invade il nostro presente ma i nostri occhi ne rifiutano l'esistenza. Parlare di guerra è come parlare di dio, di una astrazione, di qualcosa a cui ci si è abituati e che non si mette in discussione in senso intimo e profondo. Ma gli occhi di chi ha vissuto la guerra – e per cui quel termine non è come per noi un semplice slogan orwelliano che si confonde spesso con la parola pace – affondano nella nostra intimità e la squarciano. Ridanno corpo e voce all'orrore che nutriamo quotidianamente. Tutto questo, in ultima analisi, ci riporta alla verità, e alla menzogna”. E ad un lavoro che non chiamiamo poesia solo perché nell'essere Canzone trova il proprio altissimo senso. Ma che della poesia ha tutto il fine e la forza.

copertina pdf #91