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Pubblicazione 01 Aprile 2010

Serena Maneesh

L'epica del rumore

Sospeso fra tradizione e innovazione, il collettivo shoegaze dimostra come si possa passare da gregari a campioni del genere in due sole mosse.
Serena Maneesh
2008

Prima o poi, quando arriverà il tempo di dare una rinfrescata agli annali del pop, sarà bene rivedere il capitolo dedicato allo shoegaze e ricalcolarne il valore alla luce dell'incidenza avuta sulle ultime generazioni di noisemakers.

Tacciata, almeno inizialmente, di rappresentare il trionfo della forma sulla sostanza, “la scena che celebrava se stessa” ha dimostrato una capacità di penetrazione nell’immaginario pop, che ha pochi rivali fra i generi sbocciati nell’ultimo ventennio. Gli anni Zero, poi, ne hanno visto una prepotente riscoperta, tanto che alla fonte dello shoegaze si sono abbeverati un po’ tutti: arguti sperimentatori, elettronici d’avanguardia, minimalisti pop, post rocker isolazionisti e, va da sé, nostalgici dell’epoca d’oro.

I Serena Maneesh, probabilmente, ascriverebbero se stessi a quest’ultima categoria. Fanatici del garage e della psichedelia espansa di marca Spacemen 3, non hanno mai fatto mistero di ispirarsi alle band che forgiarono il movimento, anche se fra le ballate mesmeriche di Slowdive e Cocteau Twins e il patchwork materico di Kevin Shields, i norvegesi sono i fautori di una terza via fatta di conturbanti contrasti.
Sin dalle prime interviste rilasciate dalla band, è apparso chiaro che i viaggi da cui nascono le loro canzoni sono l’opposto dell’immaginario idilliaco del dream pop. “Le mie canzoni nascono spesso da situazioni di dolore e sofferenza” afferma ancora oggi Emile NIkolaisen. È lui a fondare il primo nucleo del collettivo Serena Maneesh nel 1999.
Nei primi singoli si materializzano i suoi deliri tossici: i tappeti di distorsioni e il lavoro di destrutturazione delle melodie attuato in fase di missaggio, sono una dichiarazione d’amore per l’opera dei My Bloody Valentine.

Al tempo stesso, però, il loro sound contiene i principi attivi in grado di condurre a uno stile personalissimo, che puntualmente si materializza nel 2005, con l’uscita del loro primo album. S-M è un agglomerato di suoni dopati capace di inebriare o di gettare nel più profondo sgomento. I fiotti di elettricità garagistica, la fitta trama del rumore e l’atmosfera cupa che lo pervade, porta ciascun brano ad un passo dalla cacofonia e ne fa un caso a parte rispetto alle evanescenti band newgaze che si limitano a riproporre pallide versioni dei modelli originali.

Proprio quando il disco inizia a mietere consensi (grazie alla provvida sponsorizzazione di Pitchfork e Drowned In Sound) la band sparisce dalle scene e inizia a raccogliere le idee per mettere a frutto l’attenzione catalizzata. Se si esclude la raccolta del 2008 S-M Backwards che raccoglie il loro primissimo materiale, il gruppo torna a farsi vivo solo lo scorso anno, in virtù di due eventi significativi: la partecipazione all' ATP curato dal nume tutelare Kevin Shields e la firma del contratto con la 4AD. Su questo punto Nikolaisen è chiaro: "Se qualcuno mi avesse chiesto per quale etichetta avrei voluto firmare, non avrei avuto dubbi a rispondere 4AD". C'è da capirlo. Pur lontana dai fasti del passato, la label britannica (dimora di band come Lush, Cocteau Twins e Pale Saints), ha contribuito a forgiare quel sound psichedelico dei tardi 80s a cui i SM si ispirano. "Ora ci sentiamo più che mai parte di una lunga tradizione".
Le attese a questo punto sono alle stelle. I nostri potrebbero limitarsi a riproporre il canovaccio che ha fatto la fortuna dell’esordio, ma si capisce da subito che le ambizioni sono ben altre. Si parla, con calibrata strategia comunicativa, di una sorta “sinfonia del rumore”. Di certo c’è che la band decide di registrare il nuovo lavoro in una grotta. “Lo studio di registrazione mi innervosisce – sono sempre le parole del leader – al contrario amo il sottosuolo. Così abbiamo trovato questa grande caverna, una specie di rifugio della seconda guerra mondiale, dotata di un suono incredibile e ancora inesplorato”.

Con S-M 2: Abyss in B Minor, la cui pubblicazione è attesa per questi giorni, i Serena Maneesh si confermano autentici demiurghi del rumore. Il loro sound si è fatto così denso e stratificato che si può quasi toccare, le melodie, dolcissime, paiono incise su un nastro in procinto di liquefarsi. Se un brano come Melody For Jana porta ancora dalle parti di Loveless, Blow Yr Brains è uno “stream of consciousness” con wah wah a piede libero, in cui gli Stooges flirtano con i Royal Trux di Twin Infinitive. A segnare lo scarto rispetto ad act simili, però, è l’elemento ritmico: i pattern elettronici aggiungono sensazioni stranianti a una miscela, già di per sé, esplosiva. Così come, nella bossa impazzita di D.I.W.S.W.T.T.D., le percussioni irregolari sembrano il frutto di un Tito Puente afflitto dalla sindrome di Tourette.

La liquida e sognante Magdalena, il cui retro futurismo lounge richiama la soffice psichedelia degli Asobi Seksu, palesa la maturità raggiunta dal collettivo, lascia intravedere una capacità di scrittura priva di vincoli “di genere” e ci mostra una band proiettata verso luoghi di un fascino ancora incontaminato.

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