Non potevamo tirarci indietro, noi di Re-Boot. Una sera di metà febbraio abbiamo diviso il divano, ingoiato l'antidepressivo consigliatoci dal dottor Castoldi e abbiamo fatto un sogno. Tutti e tre assieme. Lo stesso o quasi. Abbiamo sognato Sanremo. Ebbene sì, il festivalone. Ma mica il solito che ormai non gli frega nulla neanche ai cani. Abbiamo sognato quello che invece ce ne fregherebbe se a certa gente gl'importasse ancora d'ascoltare. Pardon, di sentire/ascoltare. Roba pur sempre popular, ci mancherebbe. E fresca, che questa rubrica la bazzicano solo i runners. Col guizzo del neurone ad insaporire la portata, che a rimbecillirci ci penseremo più avanti, quando saremo rimbecilliti. Il bello è che poi, al risveglio, quel sogno ce lo siamo raccontato. E - voilà - il pezzo per la rubrica era già pronto. Oserei dire, adeguato per l'occasione. Quindi, ecco i nostri tre personalissimi podi, i tre pezzi che hanno trionfato nel Festival di Sanremo della nostra onirica dimensione parallela.
Stefano: al terzo posto si piazza un pensoso Giovanni Truppi con Soffiando, dal suo album di debutto C'è un me dentro di me (Cinico Disincanto, 6.9/10). Ha convinto per la leggerezza con cui riesce a trasmettere la malinconia, barlumi De Gregori e Tenco immersi in un'aura jazz-rock, a tratti sembra l'anello di congiunzione tra Baccini e Jeff Buckley, di sicuro può contare su una certa spregiudicatezza e l'entusiasmo di chi comunque si diverte. Negli States ha suonato con Geoff Farina e Dana Colley, qualcosa vorrà pur dire. Al secondo posto si piazza Evy Arnesano, che i soliti bene informati davano per vincente. Sarà per il bell'aspetto civettuolo, sarà per quei modi di fare bossa-swing-pop che mandano in cortocircuito i guru lounge Umiliani & Piccioni, Sergio Caputo, l'ingenua ludicità dei sixties e certa svenevolezza anni ottanta (abbiamo finalmente trovato la nostra Lio?), fatto sta che la swingante Sulla riva di un fiume, anche in questo caso tratta dall'esordio Tipa ideale (Heavy Light, 6.8/10), viene già canticchiata in tutte le docce del Belpaese. Quindi, acclamato da quei parrucconi della giuria di qualità, ecco il vincitore Tenedle con la trepida Le mosche sul dolce, estrapolata dal suo terzo album Alter (UDU Records, 7.5/10). Niente da dire, l'impasto tra cantautorato ed electro-rock è di quelli che avvincono, un ibrido ideale tra Paolo Benvegnù, La Crus e Depeche Mode. Il ragazzo non è di primo pelo - è in giro dagli anni ottanta - ma come si dice non è mai troppo tardi. Che il suo momento sia: adesso.
Luca: contro il trionfo dei bimbiminchia e della spazzatura patriottarda sogno un terzetto che lasci spazio e agio, spaccando in due l'afa reazionaria di un podio festivaliero che è purtroppo, e per davvero, il tornasole di questa Terra dei Cancri. I Quarta Deriva cercano quadrature beat in adiacenza Paolo Benvegnù con Metodi, ballad in tensione tratta dal loro ep d'esordio (autoproduzione, 6.6/10) e Luca Baldini dietro il banco che proprio dell'ex Scisma è valida spalla. "E' come se muovessi il mio pedone in effe quattro senza dire scacco matto", ovvero scovare istanze personali ancora da sviluppare secondo sfumature minime che già sono ossigeno per piccoli ipersensibilisti in crescita. Ad un passo dalla vittoria Naif Herin transita in riviera con il suo songwriting pop ritagliato hip-hop, futurismo puro alle orecchie paleozoiche della sala stampa sanremese. Su Io sono il mare, da E' tempo di raccolto (TdE ProductionZ, 6.8/10), Elisa e Bjork in immersione panteistica d'archi ondeggianti e beat ventrale. Lei è onirica e uterina al contempo, Marc Ribot ospite sul disco se n'è accorto. Gradino più alto a Micol Martinez con Donna di fiori, traccia in chiusura dell'esordio Copenhagen (Discipline, 7.2/10). Appresa l'influenza del produttore Cesare Basile e di una Cristina Donà ancora non del tutto a patti con il pop raffinato delle ultime sortite, la milanese tratteggia in punta di chitarra una ballad d'amore femminile di sangue PJ Harvey, che penetra dolorosamente distendendosi su un falsopiano ad hoc e grazie a liriche potenti. Da conservare intatta e promuovere.
Fabrizio: entra la Clerici con le pompose rotondità nascoste da una t-shirt che recita “S.P.U.P.P.A”. Ci risiamo, penso io. I No Seduction sono riusciti a far promuovere il loro ultimo EP (autoproduzione, 7.3/10) anche dalla madrina di Sanremo. Che a dirla tutta non sembra proprio una “madrina” con quei riccioli scombinati e l'espressione un po' confusa. Segno evidente di una cura ricostituente a base di club culture drogata, electro in remix su chitarre elettriche fulminanti, sarcasmo globalizzato in salsa post-punk/wave da navigati cultori. Non c'è storia e a nulla valgono le recriminazioni di un Emanuele Filiberto convinto di un complotto contro le sue regali chiappe: il gradino più alto del podio è loro e con pieno merito. Va bene, ma come la mettiamo con la melodia? A quella pensa Mattia Zani (con Enrico Limoncini) in arte Dulcamara ne Il buio (Hevenel, 7.1/10), un disco di hip hop che non fa hip hop ma una canzone d'autore/spoken word sospesa tra Vinicio Capossela e i Sottotono. Archi, ottoni, chitarre acustiche, rime serrate e aperture jazz per un disco che ricovera il Cristicchi “serio” in una casa di riposo in attesa di ispirazione. Terzo gradino per la Dioniso Folk Band con I testardi fiori della speranza (Aiutati che Dio ti aiuta, 6.6/10). Un po' impacciati sul palco, ma come direbbe Nino NuJeansENaMaglietta D'Angelo “di folk e world music c'è sempre bisogno” e i Nostri non se la cavano affatto male tra Irlanda (La Ballata dei buoni propositi), Sud America (Il mondo alla fine del mondo), Medio Oriente (Il mercante della sganasseta) e Fabrizio De Andrè. Promossi. Resta fuori il Premio della critica: a chi se non ai Mariposa per l'easy listening pensionabile del singolo Sanremo?
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