Tune in
Pubblicazione 08 Marzo 2010

Githead

L'unione fa la forza: intervista ai Githead

C'è chi sa suonare ma non sa parlare e viceversa. I Githead, con tre decenni sulle spalle, riescono bene in entrambe le cose...
Githead
Edu Garcia 2010

Non basta un passato d’eccezione a garantire che il “qui e ora” di un’artista sia materia d’interesse. Ci deve essere la capacità di capirlo, il presente, per lasciarvi un’impronta. Così i Githead (Colin Newman, Robin Rimbaud / Scanner, Malka Spiegel, Max Franken, gli ultimi due Minimal Compact) che non perdono occasione di ribadire la loro identità di gruppo, sia con un patrimonio discografico esiguo ma immacolato che nel corso della chiacchierata che abbiamo intrattenuto con tre di loro. Alla luce della quale avverti come la formazione possegga robusta forza ideale e rara chiarezza d’intenti; qualità che ritrovi alla base dei loro dischi, riuscendo a “capirli” meglio. Anche lì, infatti, il risultato finale è superiore alla somma delle rispettive e distinte personalità.

Dunque, siamo qui per parlare dei Githead, perciò - e mi rivolgo soprattutto a Colin - cercherò di non nominare gli Wire… tuttavia, c’è un qualche collegamento tra loro e i Githead? Me lo chiedo perché musicalmente non vedo grandi punti in comune ed è bello, è una cosa che mostra artisti non cristallizzati nel proprio passato.

Colin Newman: Beh, dal mio punto di vista - al di là dell’ovvia presenza in ambedue le band - non credo vi sia granché in comune musicalmente o concettualmente. Adoro collaborare e non in modo casuale ma su un piano profondo. C’è qualcosa di affascinante nel modo in cui gli individui interagiscono e in come ciò determini buona parte del risultato. Sembra fin troppo semplice, ma all’origine della differenza che dici c’è il coinvolgimento di persone diverse…

Malka Spiegel: Penso che Colin apprezzi che i due gruppi siano al massimo delle capacità. I Githead sono un’autentica collaborazione, non sono la band di Colin più di quanto non siano la mia. Questo è certo.

Robin Rimbaud: Stilisticamente in comune abbiamo l’uso di una strumentazione tradizionale “caricata” da direzioni differenti. Curiosamente, in noi trovi poca dell’atmosfera che caratterizza le mie cose come Scanner. Nel nostro suono c’è un approccio più personale, anche meno maschile!

Come è venuta l’idea di mettere su il gruppo?

Colin: Io e mia moglie Malka gestiamo l’etichetta Swim sin dai primi ’90, ed essa è sempre stata basata sulla nostra capacità di lavorare tramite il nostro studio di registrazione, che porta lo stesso nome. Sebbene abbiamo pubblicato anche altri artisti, l’energia creativa gravita su quanto noi riusciamo a mettere sul tavolo. Nel 2004 decidemmo di tenere un "evento" per il decennale della label e prenotammo l’ICA - Istituto delle Arti Contemporanee - di Londra per una serata con dj, gruppi e altro. Malka ed io volevamo qualcosa di diverso in quella situazione, e - incredibile a dirsi, considerando che sono una chitarrista e lei suona il basso - ci rendemmo conto di non aver mai avuto una band insieme! Mentre cercavamo un batterista, ne parlai con Robin che conoscevo da anni e col quale avevamo cooperato per remix ed eventi. Disse che voleva a ogni costo esserci ma, non essendo parte della “scuderia”, l’unico modo era esibirsi con noi. Per farla breve, alla fine del gennaio 2004 si presentò al nostro studio, facemmo partire un loop di batteria e iniziammo: in pochi minuti avevamo pronto Reset, pezzo d’apertura del nostro e.p. di debutto. Capimmo istintivamente che si trattava di una faccenda non estemporanea, anche perché continuavamo a buttar giù cose con rapidità. Un mese dopo, i Githead avevano da parte una decina di brani all’epoca del tour giapponese con gli Wire, dunque eravamo già oltre la fase “progetto”. In aprile debuttammo all’ICA, e una volta uscito Headgit - che tra l’altro sarà riedito quest’anno come bonus del vinile di Landing - e tenuti alcuni concerti, capimmo che ci occorreva un vero batterista. Così arrivò nel marzo 2005 Max Franken, come Malka anche lui provenente dai Minimal Compact.

Githead sembrano il frutto di una vera collaborazione, non il solito “supergruppo" privo di senso. E’ perché - chi più, chi meno - avete un retroterra punk/post-punk, il quale comporta la rimozione dell’ego dal processo creativo?

Colin: Non abbiamo alcun interesse nel concetto di "supergruppo" se non nell’accezione ironica con la quale ne parlavamo tra di noi. La ragione che ci spinge a lavorare assieme sono le grandi cose che facciamo, e che altrimenti non saremmo in grado di fare.

Malka: Collaborare e creare musica con altre persone rappresenta l’unico sistema che conosco; l’unico per me stimolante a livello creativo, poiché offre sempre qualcosa di nuovo che non potrebbe nascere altrimenti.

Robin: Io non potrei essere più lontano da un background ‘post-punk’: vengo da cose molto più sperimentali, dall’unione di arti visive e sonore con la letteratura. I Githead sono assolutamente una faccenda di cooperazione, che immagino derivi anche dal fatto che siamo amici da tanto, quasi una famiglia.

Qual è, più nel dettaglio, l’apporto di ognuno?

Colin: Oltre suonare la chitarra e cantare, ho la responsabilità di “mettere insieme” e mixare le canzoni. Provo a tirarne fuori il meglio, prima di mettermi in cerca di cose da aggiungere.

Malka: Canto, suono il basso e ho un orecchio piuttosto critico su come le cose dovrebbero iniziare e poi evolversi. Porto un giudizio intuitivo che aiuta a mantenere l’immediatezza.

Robin: Trovandomi con gli altri, cerco di suonare in una maniera meno tradizionale, andando “contro” Colin e Malka. Provo anche a saggiare ed estendere le idee al di là dell’ambito tradizionale giocando con le strutture e le possibilità, scolpendo un nuovo terreno per il nostro futuro oltre i parametri della registrazione e degli spettacoli dal vivo. Ci metto un’energia diversa.

C’è chi afferma che la vostra musica sia “fredda”. Non sono d’accordo, trovo anzi che arrivi in modo naturale e fluido. Spesso pare una specie di post-funk bianco urbano. Magari la freddezza è nell’orecchio di chi ascolta?

Colin: Non saprei: per me è più minimale che fredda; a dire il vero, tecnicamente, è piuttosto calda perché il basso ha un ruolo rilevante. Nessuno di noi è granché appassionato di musiche esageratamente teatrali, in effetti.

Malka: E’ pressoché impossibile capire come un’altro percepisca ciò che suoni. Per noi non è facile e neppure molto interessante imporgli un nome o una definizione: lo facciamo e basta.

Robin: Stranamente, il mio lavoro come Scanner è assai “cinematico”, a volte molto teatrale in termini di tensioni, energie e dinamica. Noi abbiamo un colore più blu acciaio; gelato, ma con un qualcosa di caloroso.

Githead
Frank Lievaart 2010

In ogni caso, i dischi vi mostrano in gran forma…

Colin: Suppongo si tratti di una combinazione tra il desiderio di fare qualcosa di buono/interessante e lo sviluppo dei mezzi a disposizione. Al momento di creare, qualsiasi concetto diviene del tutto irrilevante. Essere creativi significa immergersi completamente nel presente. Il concetto, l’affinare, il contesto, secondo me, arrivano dopo.

Malka: Sono assolutamente d’accordo!

Robin: Il processo migliora con l’età: la chiarezza viene con l’esperienza.

E’ un approccio che adottate normalmente oppure c’è anche un’altra metodologia?

Colin: La musica è un canale di comunicazione emotivo, di conseguenza spesso la nozione stessa di "approccio" non le appartiene. Comunque, per essere spontaneo e creativo devi credere in te stesso. Ci sono nostri fan di lunga data che definiscono le nostre cose come “sicure di sé.”

Malka: Le parole non possono spiegare questo processo. E' del tutto intuitivo.

Robin: Non è scienza e pertanto non può essere trattato come tale. Ogni individuo porta qualcosa: la propria storia ed esperienza, le conoscenze e le speranze. I brani sono una specie di Polaroid sonora che riflette l’attimo.

Quali differenze ci sono tra Art Pop e Landing?

Colin: Ritengo Art Pop un disco in un certo senso più formale, forse più basato sulle canzoni. Landing è più profondo e organico, più potente. E’ il primo disco dove capisci come siamo sul palco.

Malka: C’è una maggiore libertà nel modo in cui abbiamo affrontato Landing; è un “album" laddove Art Pop si proponeva più come raccolta di canzoni. Le sonorità di Landing, inoltre, sono più corpose.

Robin: Ovviamente esistono dei collegamenti, ma in generale Landing mostra maturità di visione, parla con un linguaggio più armonico di quanto non facessimo prima.

Nei Githead si avverte il post-punk e il suo "genitore" krautrock: ciò nonostante il risultato è personale, forse perché non c’è la voglia di stupire o di arrivare da qualche parte ala svelta che è tipica dei gruppi wave di “quarta generazione”.

Colin: Non sono il tipo che cerca di infilarsi in una categoria precisa. La gente va dicendo che abbiamo un feeling “kraut” sin dal primo e.p. Headgit, per quanto non sia intenzionale. Ancora non sono ben sicuro di cosa sia il "post-punk", se non musica fatta nei tardi ’70 e primi ’80, che ha ispirato un po’ di gente a cavallo del millennio. Può sembrare stupido, però suoniamo quel che ci va affinché sia fresco per noi, perciò credo lo sia anche per altri. Non sono evasivo, anzi credo che chi decida cosa suonare prima di prendere in mano gli strumenti sia destinato fin dall’inizio a far schifo!

Robin: Abbiamo tutti un lungo passato musicale che entra in gioco nella costruzione e nello sviluppo di nuovi lavori. "Krautrock" è una formula per un periodo di produzione sonora che ci ha formato per molti anni; che qui appaia soltanto in superficie, è sorprendente.

Quanto conta il fatto che non abbiate nulla da “dimostrare”, che possiate suonare senza curarvi dell’opinione di stampa e pubblico?

Colin: Beh, tutti vogliamo essere amati [sorride, N.d.A.]. Penso che artisti in circolazione da parecchio abbiano tante cose da provare, specialmente in un’industria così legata all’invecchiamento. Essere in giro da più o meno tempo non ha nulla a che vedere con la validità della tua musica. Esistono sono gruppi vecchi e noiosi e gruppi giovani e noiosi [altro sorriso, N.d.A.]

Malka: Per me è tuta una questione di intuito, di ciò che percepisci come giusto. Non significa che non ascoltiamo i nostri contemporanei, però in sostanza fai musica perché vuoi che la tua “voce” si senta.

Robin: Possiamo solo “dimostrare” che questo è quanto facciamo, nient’altro. Abbiamo sempre suonato senza curarci dell’opinione altrui.

Pensavo all’ampia differenza tra voi e - per non fare che un nome - gli Arctic Monkeys: quanto a energia esecutiva e scrittura, non c'è paragone.

Colin: Difficile dirlo… I Bet You Look Good On The Dancefloor è stata un classico istantaneo, ma non ho seguito quel che hanno fatto dopo. Il problema è che se fai l’album di debutto che si è venduto più alla svelta di sempre, poi non puoi far altro che competere. Dalla nostra abbiamo il vantaggio di non dover rimanere a quei livelli di successo.

Malka: Loro ricevono attenzione perché sono giovani e pieni d’energia, e all’inizio è stato eccitante. Non sono sicura della loro originalità, ma nella loro categoria sono tra i migliori.

Robin: I paragoni sono inutili: gli Artic Monkeys offrono una voce particolare al pubblico, come Lady Gaga, Notwist o Fleet Foxes. Alcuni artisti soffrono l’adorazione della stampa, mentre altri soffocano sotto la loro stessa instabilità. Githead vanno avanti perché devono, è un riflesso giocoso di tutti noi.

C’è qualche altro gruppo odierno che trovate particolarmente interessante?

Colin: Senz’altro la migliore band che ho visto l’anno scorso sono stati gli Holy Fuck. Mi piacciono molto anche i canadesi Sub-Lingual. E penso che nessuno possa sottrarsi al fascino degli XX, i quali tra l’altro erano compagni di scuola di nostro figlio.

Robin e Colin
Githead
Malka Spigel 2010
Robin e Colin

Robin: Resto costantemente impressionato da come ci si possa ancora esaltare per nuova musica; il mio entusiasmo non è mai svanito, e la scorsa annata ho apprezzato Health, Holy Fuck, Flying Lotus e innumerevoli altri.

Non c’è traccia di nostalgia in voi: quel conforto falso e sottile è sostituito da una robusta presa sul reale. Come se il mondo moderno non avesse ancora superato i paesaggi grigi dei tardi '70/primi '80. Forse che l’artista reagisce adattandosi?

Colin: A dirla tutta, il passato è un luogo familiare reso "straniero"dal fatto che nessuno può visitarlo. Un sacco di gente che non ha vissuto l’epoca di cui parli ne ha "nostalgia", tuttavia può essere affascinante per un ventenne essere ossessionato da un periodo che non ha vissuto. La gente di mezz’età che si crogiola nel passato fa solo tristezza! In ogni caso, anche i “vecchi tempi” erano di rado belli come si crede: la Londra dei Settanta era un posto orrendo, in cui non si faceva nulla per contrastare atteggiamenti razzisti, omofobici e sessisti.

Malka: Utilizzare la nostalgia come mezzo creativo ha più attinenza col marketing che con una visione artistica. Ciò che produci dovrebbe risultare da quello cui sei stato esposto. Non calcolo la creazione.

Robin: Nella vita l’adattamento è la chiave della sopravvivenza. Possiamo soltanto vivere il presente, quindi l’energia non può essere impiegata sullo ieri o il domani, per lo meno in termini contemplativi o passatisti. Meglio farsi del male con la melanconia.

Quindi è ancora possibile che ARTE e POP stiano bene assieme? Può la sperimentazione trovare posto in un “songwriting” forte e persuasivo?

Colin: Hmm, mi piacerebbe pensarlo. Ma propenderei per un “no”!

Malka: Non vedo come uno possa negare l’altro. Non sono granché interessata a fare qualcosa di volutamente brutto e che sarà frainteso. Anche nelle arti visive esistono elementi che non temono la bellezza o una comunicazione più diretta.

Robin: Facciamo quel che possiamo. Semplice. E’ sia arte che pop: l’arte non è un oggetto, è un processo e come tale resta aperto all’interpretazione. Sperimentare è importante per l’io, ma si deve tenere accuratamente il risultato sotto controllo. Amiamo l’arte. E amiamo il pop.

Scheda: Githead

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