Sumach Valentine: trent'anni, pelle olivastra e tratti marcati che fanno pensare a origini orientali (India?), aspetto e modi da santo straccione (barba a cespuglio e dread spelacchiati, occhi nerissimi e penetranti), nato e cresciuto a San Diego, California. Sumach è Gonjasufi.
Il moniker ci suggerisce subito due coordinate interessanti: Gonja è il nome di un antico regno del Ghana, organizzato in caste e basato sul commercio degli schiavi e delle noci di cola; Sufi è il termine che indica la componente mistico-ascetica dell'Islam di cui sono espressione, ad esempio, le famose danze estatiche dei dervisci. Coordinate che si specchiano - senza sovrapporsi però punto per punto - nella vita di Sumach: uno che ha trovato la propria personale illuminazione sulla via di Damasco grazie allo yoga. Nel 2005 ha scoperto il metodo del guru - multimilionario - Bikram Choudhury, ne ha frequentato i corsi a Los Angeles, si è diplomato ed è diventato a sua volta istruttore, insegnando la disciplina prima nella città natale e poi, dal 2006, a Las Vegas (dove adesso vive): la Sodoma moderna impiantata nel deserto del Mojave, il cuore di plastica - e quindi quello più vero - dell'America.
Yoga saved my life, potrebbe dire Sumach, da allora uomo rinato e completamente immerso in una dimensione spirituale che è suo compito tradurre in musica: «Spero che il mio disco raggiunga quelle persone che si trovano con un piede già fuori dalla finestra e che guardano giù. Spero che le mie canzoni vengano fuori dalle casse dello stereo e che facciano rimettere quel piede dentro casa. Se c'è una cosa per la quale prego fortemente, è che la gente ritrovi se stessa nella musica, come è successo a me dopo anni di sofferenze in cui la mia fede è stata duramente messa alla prova. Dopo trent’anni ce l’ho fatta». Sembrano le parole di un santone o di un invasato e il tutto farebbe anche sorridere se non fosse che la musica di Gonja riesce davvero a smuovere qualcosa, intensa e bellissima.
Sumach ha cominciato ben prima della conversione e della conseguente metamorfosi in Gonjasufi, muovendosi in collettivi off-hop chiamati Masters Of The Universe (metà anni Novanta) e Kilowatts (primi Duemila): lo troviamo a rappare su una compilation underground - un cdr - già nel 1997. Tra piccole collaborazioni, anche in veste di produttore per altri, prende avvio la carriera solista a nome Sumach, con una tetralogia di cdr a bassissima circolazione (Dead Midget On Stilts / Crutches, 2002; Garlikillz, 2004; Flamingo Gimpp e Jungl Bulit, 2007) realizzati in quasi completa autonomia (si riconosco feat vocali di altri, probabilmente membri dei collettivi di cui sopra, ma nessuno è accreditato).
Sono produzioni scure e lo-fi, veramente underground, pezzi brevi (e dopo il primo cdr, praticamente tutti senza titolo) che macinano campioni poveri, sporchi, rumorosi, fortemente percussivi, una specie di polveroso glitch industriale (per le timbriche) e artigianale (per l'assemblaggio), vicino a certa Anticon del periodo d'oro e in grado di indicare la strada intrapresa con le ben più cesellate sfibrature formali che gli cuciranno addosso i vari Flying Lotus e Gaslamp Killer. C'è un fascino strano che avvolge i migliori (e pensiamo soprattutto al primo cdr) tra questi brandelli di musica, venati come sono da una disperazione implosa, da una malinconia paralizzata ed ebete: riconosciamo a un certo punto anche la batteria e la pulsazione cardiaca alla base di Teardrop dei Massive Attack. Sopra questi che sono allora dei dub disidratati e maltrattati Sumach rappa di conseguenza, uno slo-ragga che sembra quasi uno spoken e uno zoppicamento - una sorta di “wonky vocale” - alla maniera di Dudley Perkins. Nell’uso degli effetti applicati alla voce (delay, eco e “filtri telefonici” che lo accompagnano ancora oggi) e in certe aperture al cantato, possiamo già intuire la svolta che porterà il nostro a mutarsi in Gonjasufi, svolta segnata nettamente dall’incontro con lo yoga.
La parabola del Sumach carbonaro finisce grazie all’incontro con il collettivo losangelino Brainfeeder e con Gaslamp Killer (William Bensussen) in particolare. I due cominciano a collaborare. Sarà però Steven Ellison aka Flying Lotus a permettergli di farsi notare da un pubblico veramente più ampio, con un pezzo semplicemente magico messo in coda al suo Los Angeles: Testament, uno scuro trip-hop jazzato sul quale Sumach/Gonja canta come fosse Billie Holiday. E’ il biglietto da visita con cui l’uomo si presenta alla Warp, che lo mette sotto contratto. La passione per la musica si è adesso concretizzata in una carriera vera e propria, ma Sumach non rinuncia al suo posto presso il Bikram Red Rock (sezione lasvegasiana dello Yoga College of India), dividendosi tra questo e una famiglia a cui è completamente devoto (la bellissima moglie Chelli e tre bambini).
Le anticipazioni di A Sufi And A Killer, annunciato per fine 2009 e poi rinviato a inizio 2010 per meglio calibrare la promozione, ne fanno intuire il valore e fanno drizzare le orecchie ai cultori dell’alt-hop: Ancestors, prodotta da Lotus, su 2010 From Warp Records; i due sette pollici in edizione limitata Candylane/Holidays, prodotto da Jon Ancheta aka Mainframe (con in allegato un “libretto di preghiere” che sono poi i testi dell’album), e Kowboyz&Indians/My Only Friend (quest'ultima non inclusa nell'album), prodotto da quel Gaslamp responsabile di tutte le restanti tracce del disco.
A questo punto occorre fare una precisazione, doverosa soprattutto perché illumina il senso del debutto di Gonja per la label inglese: almeno metà dei pezzi della tracklist di A Sufi And A Killer gira da anni sulla rete in varia forma, tra bootleg mp3, Myspace e still-video su Youtube. Kobwebz la troviamo già come sottofondo al famoso video in cui Gaslamp si toglie la lana e si rasa a cranio (è il look del suo EP I Spit On Your Grave) e addirittura in una compilation “fisica”, un doppio vinile chiamato ArtDontSleep Presents... From L.A. With Love, dove Gaslamp e Gonja sono messi accanto a Lotus, Madlib, Georgia Anne Muldrow, Daedelus, Exile, Nobody. Siamo nel maggio 2007. Continuando la ricognizione, una Candylane ancora intitolata Candycanelane (così come Holidays era Holidaze) gira già dal novembre 2006, sulla compilation iTunes-only The Clock Is Tickin’. Insomma, è chiaro come A Sufi And A Killer non sia un disco della Warp, ma semplicemente un disco stampato dalla Warp: la label non ha messo lingua sul prodotto, lo ha semplicemente acquisito e messo sotto la sua ala, intuendone il valore. Il disco di Gonja va visto piuttosto come il frutto di un lavoro stratificato in anni di produzioni off-album, il sudatissimo best of di questo suo primo periodo nella cerchia dei Brainfeeders.
Ma che musica è Gonjasufi? Steve Beckett, il capoccia della Warp, taglia la testa al toro e alle tante possibili etichette fatte di generi inframmezzati da trattini: «Sono entusiasta di Gonjasufi. È un ragazzo che viene dal deserto di Las Vegas. Si esprime attraverso un hip hop profondo, spirituale e complesso». Ecco, un hip hop d’oggi che si serve di tante suggestioni diverse (rock, funk, elettronica, etnica) per fare soul (traduzione in musica dei propri slanci) e per fare blues (traduzione in musica delle proprie miserie) e il cui effetto è prima di tutto e soprattutto psichedelico, coerentemente con l’idea sufiana e gonjasufiana del perdersi e del ritrovarsi dentro e grazie alla musica. Verrebbe da descriverle tutte le 19 tracce, per la colorata rassegna di spunti che presentano: la danza indiana mascherata da tribù pellerossa della intro (Bharatanatyam), il carosello underground lollipop di She Gone, quella sorta di Somebody To Love abbaiata garage che è SuzieQ, il Bowie ripassato lo-fi di Stardustin’, l’oriente a tinte forti di Kowboyz&Indians, l’Isaac Hayes di Change, gli albatri hendrixiani di Duet, lo spleen slo-discofunky di Candylane, i Primus di Southbound Pachyderm misti a una batteria slintiana di Advice, il mexican country di Klowds, il medioriente b-movie di DedNd, il farfisa doorsiano in salsa westernata di I’ve Given, il King Midas sound di Made.
Così facendo però ci si perde nel gioco compilativo e si perde di vista il vero valore della musica di Sufi, la sua capacità di fare sintesi a partire da un immaginario composito fatto di centri yoga, guru indiani, Obama, Bruce Lee, Bob Marley, Kool Herc, J Dilla e Radiohead. La sua capacità di mettere subito in primo piano la propria impronta: la sua splendida voce. E se è ancora hip hop (HH Duemila), certamente Gonja non è più rap, ma un cantato dal sapore quasi rituale e mantrico, abbandonato a se stesso e alle sue preghiere, alle sue invocazioni agli antenati, a confessioni autobiografiche naïf e criptiche, avvolte dalla polvere del deserto e dai fumi della marijuana.
Facce della stessa medaglia, pecora e leone, Gonjasufi (l’uomo pacificato, salvato dalla filosofia e dalla religione, «il declamatore di preghiere, la mia testimonianza di fede») e Sumach («il mio lato più assassino, quello che gira ancora per le strade con la pistola fuori dalla fondina»), il nostro è riuscito in qualche modo a farle convivere, assorbendo la seconda dentro la prima, dando nuovo senso a quella disperazione implosa di cui dicevamo: è una sensazione sempre palpabile, come una cicatrice stampata nella sua voce, ma messa adesso come in controluce, come da un primo raggio di sole che filtra da sopra le macerie.
Scheda: Gonjasufi