Sentiamo Riva Starr, al secolo Stefano Miele, fresco di un disco house che non si dimentica come If Life Gives You Lemons, Make Lemonade, blasonato da noi e coronato dalle top ten house di mezzo mondo. Al cellulare da Londra, il dj partenopeo è in studio e, dopo una session che viene prima di ogni parola, iniziamo un’appassionante chiacchierata facendogli la classica domanda sulle origini.
“All’inizio – come quasi tutti i dj - ci sono state le feste tra amici e poi quelle nei club di Napoli. Ho iniziato a girare in Italia e sono finito a produrre e incidere delle canzoni pop-troniche. Sono uscite in un paio di album per Virgin/Edel in Italia (Pista Connection e Flux) dopodiché la verità è venuta a galla: non aveva senso fare il DJ e incidere dischi che non potevo mettere nelle serate”.
Nasce così il progetto Madox che lo porta in giro per il mondo: Australia, Cina, Giappone e spesso al Fabric a Londra. Questo fino alla fine dei ‘90. Dopo una serie di problemi tecnico legali e dopo che la scena break inglese era venuta un po’ a corto di idee, il ragazzo si butta nell’house. Nello stesso momento cominciano a uscire cose interessanti, tipo le produzioni di Jesse Rose e Claude Von Stroke.
Fleshato li contatta su myspace e manda loro alcune tracce che verranno pubblicate nelle rispettive etichette (Made To Play e Dirtybird). Da lì in poi è Riva. Inizia a pubblicare mix, tracce, collaborazioni. Lo nota pure Fatboy Slim che è tutt’ora “un punto di riferimento” e all’epoca pubblica uno dei tre remix per Armand Van Helden. Gli altri due saranno il miglior biglietto da visita per Stefano che apre “megaserate in giro per l’Inghilterra” per il maestro house e si esalta. Si riempie le tasche senza dimenticare la ricerca del proprio verbo: in If Life Gives You Lemons, Make Lemonade troviamo influenze diverse rispetto al percorso sin qui analizzato.
La presenza di Nôze e di un sentire folk, incarnato nelle sonorità balcaniche rappresentano la carta distintiva di un progetto legato a idee tradizionali che già abbiamo incontrato nelle recenti produzioni di Luciano o nelle fantasmagorie di Ricardo Villalobos. “Mi piace l’afrobeat, la musica balcanica, gypsy, kletzmer, la sudamericana, la conga, la batucada. La musica world la trovo vera, groovy, si presta molto alle contaminazioni elettroniche”.
Miele ci racconta di un progetto su un’etichetta autoprodotta, la Mò Glocal. Un esperimento da vero archeologo del suono con tanto di studio mobile impiegato nella registrazione di cantori e musicisti della scena tradizionale del Sud. “La pizzica, la tammurriata sono generi molto seguiti nel sud Italia. Ho composto 11 tracce che mescolavano gli originali con l’elettronica. In Glocalizm Vol. 1, Samples Traditionals & Folk! c’è pure una collaborazione con Caparezza dove facevamo una tammurriata elettronica (la traccia è Musicanarkica). Ho fatto anche una versione remix con Mad Professor, e altri artisti stranieri che si cimentarono nel remixare le mie rivisitazioni”.
E tutto torna a Napoli: il meltin-pot e il crocevia di culture, musica e artisti. Il ritmo e la magia. Fare house è come usare “il cappello del mago. Puoi farci quello che vuoi, metterci le mani senza sapere cosa ne uscirà. Mescoli elementi, dipende da te, dalla sensibilità, dalla sintesi. E’ il bello dell’house. Si possono fare le cose in modo vero, senza cercare il successo a tutti i costi”. Tra i DJ italiani preferiti infine c’è Santos (con cui ha collaborato nel progetto Trouble Soup su Mantra): “Adesso sta lavorando con Timo Maas. Lui è uno dei DJ e produttori più bravi al momento. Ha fatto una delle top tracce del 2009: [anche secondo l’autorevole sito Resident Advisor] Hold Home sull’etichetta di Mathias Tanzmann [la Moon Harbour Records]”.
A giugno probabilmente lo vedremo in due serate al Divinae Follie di Bisceglie e forse a Napoli. Ad aprile lancerà a Miami la Snatch!, la label house di sua proprietà. Il primo disco in vinile è già pronto, ma il titolo è top secret.
Scheda: Riva Starr