I Cosiddetti Contemporanei
Pubblicazione 01 Marzo 2010

Gimme Some Inches #3

Digitale vs analogico, questo mese, ma anche analogic into digital. Ovvero come il vinile sopravvive all\'era del 2.0 utilizzando i mezzi del web. Inoltre feticci in cassetta e vinili da sballo.
Vulturum
2009

Vecchi medium incontrano nuove tecnologie. Questo potrebbe essere il motto degli anni ’00 per ciò che riguarda la convergenza dell’amore per il vecchio vinile (e cd, perché no) e dell’uso sempre più scafato delle potenzialità del web 2.0.

A cosa facciamo riferimento? Alle net-label ad esempio, che furono il primo, importante traghetto verso la smaterializzazione del supporto musicale. Ma soprattutto alle modalità usate sempre più spesso da artisti del sottobosco grossomodo “weird” (definizione di comodo) per diffondere la propria musica senza perdere di vista l’amore revivalistico per il vinile. Non parliamo solo dell’ormai classico download-coupon che sempre più spesso accompagna il vinile/feticcio. Della serie, comprare sì, ma non toccare, parliamo piuttosto d'etichette che pubblicano vinili 7” in formato esclusivamente digitale. Come la Beko, sottotitolo: Digital Records Label, motto ufficiale: A new single every monday. Fatevi un giro sul sito e vedrete che in bella mostra – con copertine che, seppur non bellissime, hanno una loro percepibile identità – sfileranno campioni più o meno conosciuti dell’underground americano. Come Sore Eros o Hanging Coffins. I primi, palindromi come pochi, mettono in scena un bozzetto di lo-fi pop lunare (Yellow Dress) e una ubriaca e claudicante coral song (Fooled Me) passata nella centrifuga del no-fi; i secondi invece offrono tre pezzi di noise psych-weird che rimandano ai Velvet imputriditi da rimasugli post-industriali tanto quanto a qualche combo sixties-folk cessofonico e maleodorante.

Nessuna novità visto che Bradford Cox aka Atlas Sound pubblica da tempo 7” virtuali e che anche campioncini dell’underground meno abbietto e più elegante come Dirty Projectors si decidono a passare per l’immaterialità del free dwld. Stavolta il pezzo di vinile c’è, ma in edizione limitata e a seguire la diffusione via web: Ascending Melody prevede due outtakes da Bitte Orca perché they just didn't fit with the vibe of the album. La title track e Emblem Of The World sono buoni esempi del pot-pourri avanguardistico, teatrale e variopinto di Dave Longstreth & co. oltre che un’ottima saldatura tra le istanze di cui sopra. Prima di passare al tangibile, rientriamo in Italia. Milano precisamente, dove nasce Verme, conglomerato di allstar dell’indie italico (dentro ci trovate Tommaso di Dummo, Jacopo di Fine Before You Came, Violetta di Agatha e Giacomo di Hot Gossip) che in giorno in cui nevicava parecchio, con indosso solo scarpe di tela, hanno registrato Un Verme Resta Solo Un Verme: Montagna, Città, Piombo e Ossimoro grondano emotività di quella seria da tutti i pori e agiscono da portale verso l’età d’oro dell’emo. Stoici.

Dopo tanta smaterializzazione, è il caso di mettere le mani su qualcosa di materico. E cosa meglio di un feticcio sotto forma di split-tape? Coprodotta da HysM e Lemming vede fronteggiarsi il duo tarantino Bogong In Action (basso e chitarra dei Microwave With Marge) e i napoletani Ne Travaillez Jamais. I primi deragliano furibondi e sgrammaticati su un post-punk rumorosissimo e sull’orlo del white noise mentre i secondi vanno di suite psych-ambient-tribale ipnotica e disturbante; insieme dimostrano la bontà del fertile sottobosco italiano. Saltando a nord-est arriviamo a Treviso e più precisamente a casa Second Sleep. La noise label, dopo un periodo di inattività, torna alla grande con una manciata di tape che più lerce non si può. Tra di esse (Culver, Dead Body Love, Völva) spiccano il nuovo lavoro di Women In The Woods (aka WW), con due lunghe tracce più rituali e meditative rispetto ai precedenti assalti sonori, e Conquerors, concept sulla Prima Guerra Mondiale che gioca sulla contrapposizione tra strati minimali e fragorosi assalti all’arma bianca. Come a dire, la provincia non è meno rumorosa della grande città.

Ora spenta la piastra, accendiamo il giradischi di SA, dove in heavy rotation ci sono due vinili piccoli e uno grande. Rispettivamente l’esordio a 45 giri dei toscani Last To Knows con un buon concentrato di garage-soul Reigning Sound oriented, ancora acerbo ma che lascia il sentore del possibile, ottimo sviluppo futuro. L’altro è lo split tra Dots e Virus, entrambi dalla nebbiosa bassa padana. I primi li conosciamo per un singolo su Ken Rock che ora confermano: punk rock rapido, frenetico, tanto melodico quanto demenziale. Al debutto invece i veronesi Virus, con 3 pezzi dal sound inaudito. Barbaro noise-punk in stile Hospitals che è una ventata d'aria fresca per il panorama italiano. Infine i Vulturum, il cui esordio a 12” Vineta è puro spettacolo sin dalla copertina. Slancio sludge in apertura e svisate post-metal apocalittico sui generis per questo trio a doppia batteria, già vecchia conoscenza di SA ai tempi dei Go Down Moses. Potenti e compatti, hanno nelle due batterie il propulsore ritmico di un suono che parte dalle derive più catastrofiche dei Neurosis (Mantide) per arrivare a pantani alla EyeHateGod struggenti, emozionali e puliti (We Own The Stars). Visto il portato eclettico e mai statico dei quattro lunghi pezzi di Vineta c’è da augurarsi che sfruttino appieno il potenziale strumentale.

Terminiamo con una segnalazione d’oltreoceano. Dopo le consuete cassettine e compilation, arriva al debutto su vinile corto Death Domain, progetto con sede a Baltimora di Adam Stroupe, già nei Sudden Infant Death Syndrome. Debutto doppio in realtà, dati i due 7 pollici usciti in contemporanea su Dark Entries e Army Of Bad Luck. Entrambi raccontano di un suono freddo, robotico, electro-punk come vuole la tradizione che lega Normal, primi Cabaret Voltaire e Screamers. Le suggestioni da science nerd aggiungono un tocco smaccatamente eighties che fa quadrare il cerchio alla perfezione.

copertina pdf #91