Eccoci arrivati all’ultima puntata della nostra storia del cinema in 3-D; riassumendo le cose potremo notare, in fondo, una relativa continuità. Continuità che riguarda, prima di tutto, soggetti e generi privilegiati dal cinema in 3-D: fantasy, horror, animazione per un pubblico molto giovane. Anche gli effetti sono rimasti più o meno gli stessi o, al massimo, hanno subito qualche processo di restyling. Basta notare la profusione di lanci degli oggetti verso il pubblico o la loro disposizione sull’asse della profondità all’interno dell’inquadratura, presenti già nei primi film. Infine la commistione fra l’elemento commerciale curato dagli Studios e quello sperimentale/visionario di alcuni sconosciuti entusiasti della tecnica è rimasta invariata dagli anni 50 in poi. Parlare del passato e trovare elementi costanti è facile da questo punto di vista, perché le varie ondate della rinascita del 3-D coincidono esattamente ai vari momenti di crisi economica e di minaccia alla peculiarità della visione del film in sala: TV nei 50, VCR e home-video negli 80, Internet nel 2000. Il salto finale nella storia del 3-D è, però, più complesso da decifrare sia perché lo stiamo ancora vivendo sia perché sono in gioco più fattori che riguardano proprio il progresso tecnologico nell’ottica e nella componente digitale. Il digitale è, infatti, antagonista (chi fa più lo sforzo di recarsi nelle sale se può scaricare dalla rete?) ma anche nuovo alleato del cinema per grande schermo, soprattutto rispetto al 3-D: risolve problemi tecnici, affranca da molti vincoli e permette alla creatività di volare in territori sconfinati producendo risultati che si adattano perfettamente solo alle grandi dimensioni di uno schermo.
Si tratta, poi, di decidere se considerare il 3-D come l’ultima tappa dell’evoluzione che portò dal muto al sonoro, dal b/n al colore e concordare sulla possibilità che vada a sostituire tutto il cinema che abbiamo conosciuto fin d’ora. Le maggiori case di produzione, soprattutto per l’animazione, hanno già dichiarato che i prossimi film saranno tutti in 3-D e che, d’ora in avanti, verrà utilizzata solo questa tecnica. Ci sono registi che da qualche anno si dedicano completamente a questa nuova strada: Robert Zemeckis e James Cameron in primis. Nella loro scelta siamo quasi costretti ad intravedere un sottotesto: il cinema del futuro sta qui. Non penso siano molto sicuri di quello che dicono ma fanno finta di esserlo, seguendo quella famosa strategia in cui si danno in pasto rumors e si raccolgono ‘verità’. In realtà nessuno può essere sicuro di nulla; si tratta di scommesse e previsioni soggette a ritrattazioni e cambi repentini d’opinione. Forse questa grande incognita che incombe sul cinema d’intrattenimento rispetto al suo successo e alle sue possibili nuove strade ha a che fare con l’estrema fugacità del film, con la difficoltà che ha un film di essere ricordato, di entrare nella memoria e nella stratificazione dell’immaginario comune. Per questo si devono ‘inventare’ e costruire momenti di svolta; soprattutto, come accade per Avatar, si deve trasformare un film in media-event attraverso la collaborazione con altri media, lo si deve identificare con un look estroso che, come un cappotto o una bibita, possa fare tendenza ed essere all’avanguardia. In questa nostra metafora il 3-D appare proprio come le scarpe all’ultimo grido, lo stile stravagante di una giacca che tutti finiscono per amare (e, in realtà, è stato ripescato dal fondo del baule).
Il cinema, si diceva un tempo, sembra essere fragile come la pellicola su cui viaggia, soggetto a caducità e invecchiamento precoce; ora che tutto è in digitale e che un film viene scaricato, distribuito e scambiato nella rete, quel senso di fragilità è stato forse leggermente corretto. Ciò che fa venire in mente è, più che altro, l’idea di un contagio, di un virus che si clona in miliardi di varianti (serie, sequel, prequel, reboot ecc). Paradossalmente, poi, nonostante il veloce ricambio degli apparati e dei software, un film sembra anche essere più restio a dimostrare gli anni che ha e ad invecchiare velocemente, come succede ad un qualsiasi altro film girato su pellicola: lo direste che sono già passati dieci anni da The Matrix? Questo del tempo e della memoria è un tema da sempre connesso con il cinema e ha una particolare relazione con il 3-D. Mi è capitato di incorrere in un’interessante obiezione in proposito sollevata da Kristin Thompson (Duellanti, gennaio 2010). Lei sosteneva di non ricordare la tridimensionalità delle immagini in 3-D; il suo ricordo, l’immagine mentale che ha tratto da molti film 3-D, è, inesorabilmente, destinata alle due dimensioni. Forse questo ha a che fare con i limiti dello schermo, ovvero il suo perimetro, dal quale non si può prescindere, confine questo davvero inesorabile che comporta la scelta elettiva di una porzione di realtà, di una ‘veduta’. Le cose potrebbero cambiare se cominciassimo a pensare il 3-D non come un effetto che riempie lo spazio tra lo schermo e il pubblico, venendo fuori, ma come una profondità acquisita tra lo schermo e un visionario al di là. Cioè se abbandonassimo l’idea di un quadro che ispira volumetria e ogni tanto si spinge in fuori e accettassimo quella di una scatola ‘animata’. Comunque sia rimane il fatto che il 3-D sembra funzionare solo per alcuni film (o generi) e non per altri, che non avrebbero il minimo giovamento da questo meccanismo (un film, per citare uno attuale, come A Serious Man cosa se ne farebbe del 3-D?). Rimane, poi, il problema dell’effetto di realtà. Se colore e sonoro aggiungevano elementi al fine di riprodurre il reale, il 3-D fa la stessa cosa? Soprattutto è l’effetto di realtà quello che vuole ottenere? Se è così perché ricordiamo colori e voci, ma non la tridimensionalità di un’immagine? O forse siamo più propensi a ricordare la storia che un film ci racconta più che la sua dimensione visiva? Il 3-D aggiunge un elemento che è costitutivo della realtà o rimane relegato alla stregua di un ‘effetto’ e, come tale, è qualcosa di cui si fruisce sul momento e che non è funzionale al motore narrativo o al meccanismo della produzione del senso o, ancora, alla identificazione proiettiva (che, comunque, rimangono intatti che ci sia o non ci sia 3-D)?
Ritorniamo ora un po’ indietro: eravamo rimasti agli anni 80. Il decennio precedente è stato molto particolare per il cinema in 3-D, tenuto in vita quasi esclusivamente dalle produzioni indipendenti e pornografiche. Il successo di massa di Gola profonda aveva scatenato le iniziative. Nel 1972 uscì The Stewardesses che fece un discreto incasso anche perché in piena crisi il film venne acquisito dal circuito generale degli esercenti e non dai soli cinema a luce rossa. Fu distribuito dalla Stereo Vision International che si lanciò successivamente in una join venture con la Sierra Pacific Airlines e produsse altri due film della serie delle scatenate assistenti di volo. Altre compagnie indipendenti, fra cui la Sherpix che produsse Gola profonda, in quel periodo operarono tangenzialmente al circuito principale. In alcune di queste produzioni di skinflick o softcore si imbarcò, per esempio, la ben più famosa American International Picture (di Arkoff/Nicholson) che aveva già distribuito i film di Roger Corman, i beach-party movies e i film dei bikers degli anni 60. Ma probabilmente a causa della scarsa qualità di questi prodotti la AIP rifiutò di firmare i company credits. I film erano Prison Girls e A Man with a Maid che era di origine svedese e venne rieditato nel 1977 con un nuovo titolo, The Groove Room. È molto facile perdersi nei meandri produttivi di questi film dal momento che le riedizioni erano molte e i titoli spesso cambiavano; rischierei, quindi, di dare solo un elenco di film poco costruttivo. Chiunque voglia può andarseli a scovare nella rete: gli anni 70, in fondo, sono una miniera infinita di film di questo genere. Però qualcuno andrebbe nominato: per esempio uno dei cult di questo periodo fu Flesh for Frankenstein, conosciuto anche come Andy Warhol’s Frankenstein, del 1974, girato in Italia con una coproduzione italiana (Carlo Ponti), francese, tedesca e americana da Paul Morrissey (e Antonio Margheriti?), con Joe Dallesandro e, in una piccola parte, Dalila Di Lazzaro. Il pretesto era sempre il solito: carne e sangue.
Negli stessi anni anche le pubblicazioni periodiche si dedicarono al 3-D, spesso portando la mania pruriginosa fuori dalla nicchia del film porno. Il fumetto underground Deep 3D Comix del gruppo Krupp Comix Works, per esempio, includeva degli occhiali con lenti colorate rotonde e circondate da una miriade di bolle (to bubble in inglese significa anche essere pieni d’emozione, specialmente eccitati). Le pubblicità di questi prodotti alludevano a certe pratiche: It’s a malicious lie that 3D glasses cause kids to go blind. Reaserchers at Parson’s College (Parson è un sinonimo di sacerdote) found that less than 10% of children so observed went totally blind, and nearly half suffered absolutely no eye damage at all! Nel luglio del 1975 la rivista satirica National Lampoon che aveva una tiratura decisamente più ampia del fumetto underground, uscì fuori con un numero dal titolo ‘X-Rated 3D Entertainment’ con una delle copertine più trash della storia del 3D: Stevie Wonder che indossa un paio di occhiali blu e rossi! Decisamente poco elegante… Era accluso un paio di occhialini anche per l’acquirente che si poteva godere immagini e fumetti come Dirty Duck e Nuts, tutti rigorosamente stereo. Altre riviste come American Cinematographer, Australian Playboy e Club pubblicarono numeri simili. A cavallo fra 70 e 80 uno store a buon mercato come 7 Eleven distribuì una serie di vedute e comodi viewers pieghevoli che potevano essere riutilizzati in altre occasioni. Infine McDonald s’inventò un 3-D Happy Meal i cui occhiali per bimbi avevano la forma della classica M gialla del logo. Ma nessuna iniziativa per una produzione destinata alla massa fu presa durante questo decennio, almeno per quanto riguarda il cinema. La grande distribuzione venne coinvolta solo per alcune riedizioni di classici horror degli anni 50: House of Wax, Creature from the Black Lagoon, It Came from Outer Space.
La cosa interessante di questo periodo fu soprattutto la strategia di sfruttamento della produzione commerciale mainstream da parte di questi film indipendenti al fine di ottenere notorietà. In molti casi si trattava di vere e proprie parodie: nel caso della locandina di The Flesh and Blood Show venne disegnato un volto di donna modellato su quello di Farrah Fawcett che era allora all’apice della popolarità. Alcuni film classificati come X-rated venivano pubblicizzati come ‘stereovision 4D’: di fatto non si trattava tanto di tecnologie - se non dal punto di vista dei formati della pellicola che variavano – quanto di un riferimento alla componente erotica. La quarta dimensione era quella del ‘sensual involvement’. Attualmente il 4-D movie è un film tridimensionale che comprende anche l’uso di physical effects come pioggia, vento, luci stroboscopiche, vibrazioni ecc. che vengono usate, però, solo per i parchi a tema. Non sono da confondere con i motion simulator che, invece, sono specificatamente utilizzati per la simulazione di effetti e sensazioni prodotte dal movimento di un veicolo o di un aereo. Questi ultimi, applicati all’intrattenimento, hanno prodotto i simulator rides ispirati ai film più popolari come Back to the Future: the Ride o The Simpsons Ride.
Nel caso del film APE, invece, la locandina diceva: ‘Not to be confused with King Kong’ che doveva servire come una specie di teaser. La presenza di uno squalo nelle grinfie del bestione, poi, irritò la Universal perché appariva a molti come una sorta di tie-in promozionale senza che, in realtà, questo film avesse nulla a che fare con il film Lo squalo (Jaws). La produzione di APE era quasi interamente sudcoreana e, in effetti, furono molte le occasioni in cui piccole compagnie indipendenti italiane, tedesche, cinesi e giapponesi (il caso di Domo Arigato, terzo film 3-D di Arch Oboler) stabilirono cooperazioni e accordi internazionali. Le tecniche 3-D si prestavano nella resa spettacolare dei film sulle arti marziali e quindi il cinema di Hong Kong visse un momento di crescita. Solo tre di questi film, però, raggiunsero un discreto successo fuori da Hong Kong: 13 Nuns (conosciuto anche come Revenge of the Shogun Women o Revenge of the 13), Dinasty e, infine, Magnificent Guardsman (o Magnificent Bodyguard) con la superstar cinese Jackie Chan.
Negli Stati Uniti uno dei contesti di applicazione maggiori del prodotto in 3-D erano i parchi a tema. Uno dei film più impressionanti fu proprio pensato per il parco acquatico di Marineland in Florida, ora soppiantato dal vicino Disney World a Orlando. Il film di 23 minuti si intitolava Sea Dream. Ma il 3-D rimaneva ancora una tecnica presa molto poco sul serio, alla stregua di un passatempo da ragazzini, sottoprodotto di generi di consumo, buono per serate al drive-in. Per capire come veniva percepito dalla gente potete vedere il trailer di Real Life, un film della Paramount, girato, però, in versione piatta. Il film era una parodia di un programma tv di successo della PBS che documentava la vita quotidiana di una famiglia della middle-class americana. Albert Brooks, comico di origine ebraica, girò questo film nel 1979. Il trailer, che prende in giro i film in 3D, lo potete vedere qui: http://www.youtube.com/watch?v=HvZTqRKX0GA.
Parlando di collaborazioni e partnership tra produzioni indipendenti forse non tutti sanno che la seconda grande fase del 3-D, quella degli anni 80, poggia proprio su di uno spaghetti western di Ferdinando Baldi che in Italia non venne distribuito: Comin’ at ya! L’artefice di questo film del 1981 fu Tony Anthony (Roger Pettito) che per l’occasione mise insieme un cast di origini spagnole (Victoria Abril), italiane e tedesche; la location era Almeria (la stessa di Un pugno di dollari di Sergio Leone) e la postproduzione e il soundtrack vennero fatti a Roma; una parte del risultato la potete vedere qui http://www.youtube.com/watch?v=PNnbR6mbBOE. Nonostante i problemi causati dalla scarsità degli occhiali forniti agli esercenti il film fece incassi sbalorditivi in confronto al denaro speso e il gruppo produttivo Lupo-Anthony-Quintano riuscì a realizzare anche una scopiazzatura in 3D di Indiana Jones, Treasure of the Four Crowns, con alla regia sempre Ferdinando Baldi.
La penultima ondata di rilancio del 3-D iniziò da questa base semi-italiana proprio nei due anni successivi con film come Friday the 13th – Part III, Jaws 3-D e Amityville 3-D. Guarda caso sono tutti terzi episodi di film che hanno ottenuto grandissimo successo; stessa cosa accade oggi con i terzi episodi in 3-D di Toy Story o di Ice Age. La serialità (o prototipicità) cominciò ad essere davvero incalzante a Hollywood proprio negli anni 80 e fu scoperta la sua potenzialità di money-making. Non era, quindi, strano che il valore aggiunto del 3-D potesse funzionare da ulteriore appeal per migliorare il meccanismo di fidelizzazione rappresentato dal sequel: il secondo film lo si vede per il primo, il terzo per il 3-D.
Friday the 13th – Part III in Italia uscì con il titolo di Weekend di terrore; riscosse molto successo soprattutto in patria dove uscì contemporaneamente in 800 sale il 13 agosto 1982. La Paramount prese accordi con la Sirius II Corporation per creare molte unità di proiezione che furono affittate dagli esercenti; inoltre questa compagnia produsse anche le lenti che permisero di creare i titoli di testa. Rispetto allo sviluppo della tecnica e agli standard usuali di quell’epoca, i titoli di testa passarono alla storia. Per avere un’idea della loro capacità di ‘proiettarsi’ nello spazio degli spettatori potete vedere qui http://www.youtube.com/watch?v=XVb4TxO500k. Il successo arrivò nonostante la censura avesse proibito ad una gran fetta del suo potenziale pubblico di entrare in sala. Il film, infatti, era ‘X-rated’ perché in una sequenza Jason taglia la testa di una vittima e scaglia l’occhio verso il pubblico.
Jaws 3-D uscì nelle sale l’anno dopo, a luglio del 1983, distribuito dalla Universal. Nello stesso anno la 20th C. Fox era uscita con il terzo episodio di Star Wars (Il ritorno dello Jedi) che a maggio aveva fatto numerosi incassi ma non era in 3-D. Jaws 3-D passò attraverso numerosi problemi di realizzazione che si fecero sentire nella scarsa qualità delle scene tridimensionali, in particolare in quella dell’attacco dello squalo nel tunnel sottomarino. Durante la postproduzione la corrispondenza tra riprese realizzate da due diverse unità non fu possibile per cui si rigirarono alcune scene con materiale in miniatura e attrezzatura video. Il risultato fu, poi, trasferito su pellicola ma disallineamenti e confusione fra sfondo e primo piano non contribuirono alla qualità; inoltre alcune scene riprese ‘dal vivo’ e scartate dal primo Jaws vennero convertite per il 3-D. Il film, comunque, stava andando benissimo ma stranamente rimase nelle sale solo due delle quattro settimane concordate. Il film successivo, sempre in 3-D, che sostituì Jaws fu Metalstorm: la tempesta d’acciaio, un film mediocre che scimmiottava Star Wars, sempre distribuito da Universal ma realizzato da una produzione indipendente. C’erano molte aspettative su questo film dal momento che lo stesso autore aveva, precedentemente, scritto Parasite (in Italia Mutanti) con Demi Moore che in USA aveva avuto successo. Ma Metalstorm, nonostante tutto il rumore, i trailer, la pubblicità che se ne fece, andò molto male e la Universal perse denaro; il 3-D cominciò a perdere colpi di nuovo.
Il terzo ed ultimo film di grandi incassi di questo periodo fu Amityville 3-D, uscito a novembre 1983. Questa serie era tratta dall’omonimo romanzo del 1977 di Jay Hanson, presentato come un fatto paranormale veramente accaduto. Il primo film del 1979 - di cui nel 2005 è stato fatto un remake - è di Stuart Rosenberg, regista della New Hollywood abbastanza interessante; questo terzo sequel in 3-D, invece, è diretto da Richard Fleischer (Viaggio allucinante, Tora! Tora! Tora!, 2022: i sopravvissuti) e prodotto da Dino de Laurentiis. Il film non era stato presentato come sequel dei due precedenti e il suo personaggio principale era modellato su un certo Stephen Kaplan, investigatore del paranormale, realmente esistito, che cercò di dimostrare che la storia della famiglia Lutz da cui Hanson trasse il romanzo non era altro che un inganno! C’erano numerose inquadrature in-your-eyes nel tipico linguaggio 3-D ma niente di troppo esaltante.
In seguito, a parte le riedizioni dei classici dei 50 e i pochi casi - come Starchaser: The Legend of Orin che è onestamente noiosissimo - nessun altro film veramente interessante venne girato negli anni 80. Ma c’è una piccola eccezione, guarda caso per un parco a tema. Si tratta di Captain EO, uno dei più costosi film realizzati in 3-D, almeno in quel periodo. Michael Jackson è protagonista di questa favola scritta da George Lucas insieme a Francis Ford Coppola e Lemorande. Il film è del 1985 ed era stato realizzato esclusivamente per EPCOT, uno dei 4 parchi a tema del Walt Disney World Resort a Orlando, ispirato all’utopica città del futuro pianificata dallo stesso Disney. Pare inoltre che la morte di Jackson abbia spinto a rimettere in circolazione questo film a partire dal febbraio 2010 proprio a Tomorrowland, EPCOT, appunto. Strano che non sia ancora diventato un caposaldo del trash: http://www.youtube.com/watch?v=H9KZ-WKKpxk.
C’è una curiosa convergenza di fattori che, per ogni decennio in cui il 3-D si affaccia sulla scena commerciale del cinema, spinge verso una fisiologica caduta dell’interesse. La curva del successo e della moda è inesorabile e, se ci facciamo caso, ha sempre a che fare con un capostipite particolarmente remunerativo e di grande successo di pubblico. Negli anni 50, gli anni migliori sono stati il 1952 e il 1953, stessa cosa si può dire per gli anni 80 (1982, 1983), quasi come se le linee dirigenziali degli Studios decidessero, all’affacciarsi di una nuova decade, di richiamare fuori dal cilindro qualche novità, avidi come sono di questo bene che si rivela sempre preziosissimo nell’intrattenimento. A ben guardare – altra cosa che si ripresenta e che ho già accennato – almeno un film che, per destino e per capacità collettive, è riuscito (doveva riuscire) a fare da spartiacque e ‘prototipo’ per una nuova ondata c’è sempre stato: Bwana Devil di Oboler nel 1952, Comin’ at ya! o Friday the 13th nel 1982/83 (in Italia Lo squalo). Segue, poi, una fase della durata di due anni, più o meno, che poi fisiologicamente decade quasi a suggerire che l’apice del successo può essere raggiunto una sola volta e che tutto quello che accade dopo è il solo effetto a strascico di un momento. Poi - sarà per il carattere episodico della moda e del comportamento del pubblico, sarà per la natura del cinema così soggetto al fenomeno del tempo e della caducità - tutto si spegne nel giro di pochi anni; almeno così è stato fino al 900 perché, forse, una certa inversione di tendenza si è verificata proprio in questi primi dieci anni del 2000. Da questa nostra storia abbiamo potuto notare che, il 3-D - almeno per il 900 - è stato sinonimo di cinema sperimentale, di serie B, a volte sconfinando nel trash, a volte nel più completo e autonomo orgoglio d’avanguardia. Se ha incontrato le masse lo ha fatto solo per pochi film che hanno coinvolto personalità più forti o nei casi in cui la possibilità economica era talmente ampia da assicurare un successo.
Questo meccanismo è cominciato a cambiare durante gli anni 90; solo che non ce ne siamo accorti perché tutto veniva preparato all’interno dell’ambito ristretto delle produzioni destinate ai parchi a tema. Ed è infatti da qui che proviene l’ultima fase del 3D: stiamo parlando dell’IMAX. L’IMAX è un formato della pellicola più grande di quello usuale (70 mm) e richiede standard particolari di proiezione e uno schermo adeguato che, in genere, si aggira sui 22 x 16 metri. Questo tipo di standard è stato presentato per la prima volta nel 1970 per un Expo sulla tecnologia a Osaka, in Giappone. I costi di manutenzione e della logistica nelle attrezzature e nello sviluppo erano altissimi, quindi, inizialmente, i film presentati in questi circuiti erano diversi da quelli di puro intrattenimento. In genere si trattava di film documentaristici, molto più corti, adatti all’ambito nel quale l’IMAX si stava installando: istituti o centri scientifici. Più tardi, negli anni 90, cominciò anche il coinvolgimento dell’industria dell’entertainment ma i film girati continuavano ad essere destinati ai parchi a tema o ai musei, unici posti dove era possibile trovare dei teatri IMAX. Durante tutti gli anni 90 non ci sono stati film in 3D per il circuito tradizionale mentre molti sono stati girati per questo circuito (uno dei primi film di fiction IMAX in 3D fu Wings of Courage di Jean-Jacques Annaud del 1995, lungo 40 minuti e costato 20 milioni di $). Nelle sale tradizionali, invece, i 90 sono stati, più che altro, gli anni della CGI, utilizzata soprattutto per gli effetti speciali. Discorsi sulla virtualità e sul rapporto tra digitale/analogico, irrealtà/realtà, nuove tecnologie, si sono moltiplicati fra studiosi e intellettuali mentre la tecnologia procedeva inesorabilmente sull’onda del gusto per l’effetto speciale più mirabolante. Visto in quest’ottica, l’approdo al 3-D nel 2000 non è altro che la logica conclusione di progressi tecnologici raggiunti dal digitale nel decennio precedente e dall’incontro tra prodotti e tecniche un tempo destinati a circuiti separati. Nel 2003 James Cameron crea per il circuito IMAX un documentario, Ghosts of the Abyss sui resti del Titanic, con una digital camera da lui realizzata, la Fusion Camera System, per realizzare film in 3-D. Con lo stesso sistema nel 2005 realizza anche Aliens of the Deep. Lo potete vedere qui: http://www.youtube.com/watch?v=PsS5IzcNnL8. Cameron, con questi due documentari, si comporta come se si preparasse a sondare le tecnologie da lui stesso ideate e implementate con l’obiettivo di registrarne il grado di preparazione, in vista dei nuovi progetti (Avatar, che era nel cassetto da un po’ e il futuro Battle Angel, tratto dal primo volume della serie manga, Battle Angel Alita, creata da Yukito Kishiro). Intanto comincia a delinearsi la possibilità di portare il 3-D fuori dal contesto IMAX. Infatti con la stessa digital camera (Fusion Camera System) Robert Rodriguez gira nel 2003 il terzo episodio di Spy Kids, Missione 3D-Game Over, la serie infarcita di star ma per un pubblico molto giovane, questa volta con Sylvester Stallone e cameo di George Clooney. Il 3-D comincia ad uscire dal limbo della produzione IMAX ed invadere il territorio tradizionale (pare anche che alcuni effetti 3D siano stati mantenuti nella versione DVD e che siano stati venduti con la dotazione di un set di quattro occhialini). In patria non riscuote successo come i primi due, in Italia passa piuttosto inosservato così nel 2005 Robert Rodriguez ci riprova e dopo aver diretto l’apprezzato Sin City realizza sempre con la famigerata camera digitale Le avventure di Sharkboy e Lavagirl in 3D: http://www.youtube.com/watch?v=8nU62Y6C4zo. I critici, Rodriguez, proprio non riescono a inquadrarlo a causa di risultati incostanti che spiazzano; ma Sharkboy e Lavagirl in effetti non si può vedere: è noioso e sembra che tutta la profusione di tecnologia sia scomparsa in un risultato mediocre e definito anacronistico a causa del formato anaglifico presente anche nella versione home video dotata dei famigerati occhialini blu e rossi.
In realtà non penso che sia totalmente esatto questo nostro modo di pensare al 3-D come una peculiarità del cinema su grande schermo. Ci sono molti fattori che fanno pensare che, se le cose andranno per il verso giusto in termini economici, un giorno avremo anche canali televisivi interamente dedicati a spettacoli in 3D (http://www.imax.com/corporate/pressReleases/) o dispositivi 3-D per l’home video.
Esiste anche una storia della televisione in 3D ma sarebbe troppo lungo anche solo accennarla. Chi vuole può partire dai tentativi fatti dalla 3D Video Corporation. Alcune iniziative furono prese dalla ABC per una puntata di Mork and Mindy in 3-D (‘Gotta Run’ è il titolo) di cui poi non si fece nulla, venne però girato uno spot della Coca Cola per la NBC durante il Super Bowl e il Rose Bowl Parade venne trasmesso in 3D sulla Fox.
A dire il vero se il 3-D si fermasse a questi due prodotti non faremmo fatica a pensare di poterne fare volentieri a meno; ma, fortunatamente, negli anni successivi sono usciti risultati più apprezzabili: La leggenda di Beowulf del 2007 ha forse segnato un altro capitolo dal punto di vista delle produzioni in 3-D. Robert Zemeckis, poi, molto astutamente, si appoggia alla tradizione culturale accademica scegliendo con Beowulf un antico poema epico – a dir la verità considerato soporifero e complesso - che nei paesi anglosassoni viene studiato nelle facoltà umanistiche; il risultato finale è una girandola pop piena di citazioni e umorismo sboccato. Al di là del contenuto, che qui non stiamo considerando, il film è spesso ricordato per l’utilizzo di una tecnica di manipolazione digitale dell’immagine che Zemeckis aveva già utilizzato per Polar Express. Si tratta della performance capture che permette di registrare le espressioni del volto e i movimenti dell’attore, per formare un pattern digitale utile a creare un personaggio o più personaggi animati, sia in 2-D che in 3-D. Se volete una versione della motion capture direttamente da Homer Simpson potete vedere qui: http://wtso.net/movie/351-1209_HOMR.html Pare che Zemeckis sia completamente fiducioso delle possibilità di questo sistema: permette, infatti, al regista di affrancare la sua creatività dalla gabbia dell’unicità dell’attore in carne ed ossa, da un lato rispetto alle sue caratteristiche specifiche e la sua fisionomia, dall’altro dai limiti dovuti alla variabilità delle singole performance. È particolare il caso di Beowulf, per esempio, dove l’attore Ray Winstone interpreta sia Beowulf che il drago. Il drago ha, quindi, le fattezze di un drago ma la sua fisicità è quella di un attore, una sorta di ‘clonazione mutante’ come è stata definita. Non tutti gradiscono, però, il risultato visivo. Questo tipo di texture della parte visiva, secondo qualcuno, rende gli attori inespressivi e, in modo inquietante, simili a statue di cera sul punto di sciogliersi. In alcuni casi, invece, la riconoscibilità dell’attore al di sotto delle sue ‘spoglie digitali’ può fungere da attrattiva; un gioco che funziona ampiamente perché in pieno accordo con l’estetica e il look dell’immagine a cui attualmente siamo abituati. La performance capture - peraltro proibitiva per produzioni a basso costo perché implica software e hardware complessi con programmatori molto competenti e qualificati - è stata utilizzata di nuovo da Zemeckis per l’ultimo suo film tratto da un racconto di Dickens, A Christmas Carol, ma anche da Tim Burton per Alice in Wonderland, che dovrebbe uscire a breve. Se questo discorso esula, in parte, da quello centrale sul 3-D, sarebbe stato sbagliato non menzionarlo dal momento che si tratta di una tecnica che viene, evidentemente, esaltata e ravvivata dall’uso dell’immagine tridimensionale.
Ultimamente sono davvero aumentate le possibilità di scelta sul 3-D: c’è stato l’horror di San Valentino di sangue, il cinema d’avventura con quel film-giostra che è Viaggio al centro della terra; ci sono stati, soprattutto, apprezzabili prodotti per i più piccoli come Up (Pixar), Mostri contro Alieni (DreamWorks), il delizioso Piovono polpette (Sony Pictures Animation) e il clamoroso successo del terzo episodio di Ice Age, L’alba dei dinosauri (Blue Sky Studios); tutti hanno segnato un anno, il 2009, tra i più prolifici per l’animazione tanto da spingere anche un gruppo spagnolo con sede a Madrid, Ilion Animation Studios, nel business dell’animazione in 3D con Planet 51, ispirato alla fantascienza anni 50. Nell’ambito del 3-D ci sono nuovi arrivi anche da Germania, Francia, Australia, Gran Bretagna, perfino Sud Africa e India, oltre che dall’Italia, con un noir diretto da Avallone, tratto da Henry James.
Ciascuno giudicherà rispetto alle proprie preferenze e gusti personali ma se dovessi eleggere il migliore direi senz’altro Coraline di Henry Selick. La cosa incredibile di questo film è la sua realizzazione: è il primo film d’animazione stop-motion in 3-D. Il film è tratto dall’omonima fiaba noir di Neil Gaiman in cui si racconta della scoperta fatta da una bambina di un mondo parallelo dove tutti hanno bottoni al posto degli occhi. In realtà il film non contiene molti dei classici effettoni 3-D ma sicuramente ne contiene il potere fantasmagorico d’immersione. Quello che si addice di più a questa tecnica: permettere allo spettatore di entrare in un mondo, viverlo in prima persona, rompere la separazione tra l’oggetto e il punto di vista. Se il 3-D non si limiterà a fare questo ma riuscirà anche a raccontare storie e dotarle di senso forse qualcosa di veramente nuovo verrà.
Scheda: James Cameron
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