Ce lo stanno dicendo in tanti, da Cormac McCarthy a Roland Emmerich. L’apocalisse è dietro l’angolo e se state aspettando il 2012 per sincronizzarvi con la fine di tutte le cose, bisogna non farsi cogliere impreparati e avere la presenza di mettere sul piatto la soundtrack giusta. I Barn Owl sono la palestra perfetta per stirare i tendini delle ansie e delle paure più arcane. Il sound ideale per mettere in scena il teatrino trascendentale con l’umanità al posto delle marionette, li dove diventiamo tutti leggenda in mezzo al caos e il videogame post-Richard Matheson si rivela per il diletto metafisico che è sempre stato. I Barn Owl in tutto questo ci sguazzano come due teenager vergini in un sexy-shop di Amsterdam. “Da che ho memoria ho sempre avuto un serie ricorrente di sogni (incubi?) apocalittici che mi hanno fatto compagnia divenendo una parte molto intima di me”, mi dice Evan Caminiti, in un misto tra il serio e il faceto che fa bene al cuore. Al giorno d’oggi c’è una tale quantità di musica da “fine dei tempi” che nemmeno ci si fa più attenzione. Ci stiamo vaccinando giorno dopo giorno e arriveremo puntuali all’appuntamento con un’idea già ben chiara in testa di cosa sia la fine. Quando erano gli anni ’90, potevi star li a notare come NIN e derivati giocassero con l’estremo e lo portassero nel mondo svuotato e plastificato della musica popolare, perché altrimenti ti toccava scendere negli antri metal e venire a patti con la solita sequela di satanismi da fumetto, che non spostano più nemmeno un capello, al punto che il vecchio Eddie degli Iron Maiden ormai lo fanno in serie, come bambolotto della notte per i bimbi del nuovo millennio. I Barn Owl tutto questo lo sanno. Si muovono sul solco tracciato da Dylan Carson andando alla ricerca dell’om perfetto, quello che evocherà i quattro cavalieri e finalmente la faremo finita. Paragonati agli altri grandi doom-droners di questi anni, i Sunn O))), il duo di San Francisco ne esce fuori a testa più che alta. Porras e Caminiti si dedicano alla sceneggiatura laddove O’Malley e soci, con il passare del tempo, si sono concentrati sempre di più sulla scenografia.
Evan Caminiti è un ragazzotto della Bay Area dal fascino sui generis, cresciuto a pane e metal che si trova ad un certo punto a frequentare la classe di American Indian Science alla San Francisco State University insieme ad un altro sbandato e sbarbato geek di nome Jon Porras. Stesso profilo e visione d’insieme: sguardo perso, capello lungo, barba incolta, quattro stracci addosso messi su giusto per un primordiale senso del pudore, una comune passione per i Sabbath e il metal in generale. Due nerd in piena regola, che a vederli da lontano li si potrebbe scambiare persino per fratelli, un equivoco in cui spesso si cade come sentenzia lo stesso Evan: “Ci incontrammo in una classe mentre frequentavamo l’Università a San Francisco, subito dopo esserci trasferiti qui. Cominciammo a collaborare in maniera quasi istintiva perché le nostre idee semplicemente collimavano alla perfezione. Anche da un punto di vista estetico, con i capelli lunghi e tutto il resto ci trovammo in sintonia al punto che spesso la gente vedendoci insieme ci scambiava per fratelli”.
Il passo dalla pacca sulle spalle alla costituzione dei Barn Owl in entità musicale effettiva è breve. Ai tempi del college entrambi militavano in metal bands senza arte né parte, ma in qualche modo questo comune idioma delle origini ha codificato un certo umore nella musica dei due: “L’approccio metal all’inizio è stato importante per prendere confidenza con il lato tecnico della musica. Sai com’è, con tutto quell’attenzione che in genere si pone sulle scale e quant’altro. Poi abbiamo in qualche modo lasciato tutto alle spalle quando abbiamo preso confidenza con noi stessi e tra di noi si è creato come un linguaggio istintivo. Il fatto che adorassimo Black Sabbath e Earth è stata come una sorta di collante da cui si è generato tutto il resto”. E qui sta il punto. Come compone musica una band che ora come ora si colloca nel miglior solco del drone revival anni 2000?
Non tutto nasce dall’improvvisazione come ci spiega Evan “Hmmm, beh, è abbastanza difficile da spiegare. Un certo tipo di suono comincia a ronzarmi in testa come fosse un’idea che nasce dal nulla, ma altre volte posso strimpellare la chitarra per ore, mettendo insieme pezzo su pezzo gradualmente. Spesso comincio a suonare cercando di andare dietro al tipo di suono che potrebbe evocare una certa immagine o un determinato umore. Quando capita cosi vado avanti per ore e ore incessantemente. Poi certo, quando componiamo una piece dei Barn Owl abbiamo un buon livello di improvvisazione da cui tracciamo le linee principali”. Jon la spiega in maniera più asciutta, del resto lui è il recluso della situazione laddove Evan gioca un po’ la parte dell’uomo deputato alle pubbliche relazioni: “Non c’è una regola precisa. Alcune idee nascono così buone che tutto viene creato in maniera quasi automatica, altre volte ci giriamo talmente tanto attorno che riusciamo a quadrare solo dopo molto tempo. Penso che la cosa principale nel nostro modo di produrre musica stia nel fatto che due menti diverse si coalizzano, o per meglio dire, entrano in connessione per raggiungere un unico obiettivo. Questa è la chiave dei Barn Owl”.
L’alchimia tra i due è fondamentale, come del resto avviene in tutte le formazioni a forte grado di democrazia tra le parti, per cui ad un certo punto uno influenza l’altro e viceversa, in un costante processo di scambio e ricerca. “Ci siamo sempre influenzati a vicenda, scambiandoci musica, idee e opinioni. La cosa divertente è vedere come siamo poi passati attraverso diverse fasi. Ricordo un periodo in cui ero molto dentro al vecchio blues e ascoltavo e riascoltavo incessantemente gli album di Mississippi John Hurt, mentre poi l’anno seguente mi sono interessato molto al black metal andando alla ricerca del materiale più strano che potessi trovare. E in tutto questo pellegrinaggio cultural-musicale, abbiamo sempre continuato a suonare e a desiderare sempre lo stesso sound, sempre alla stessa maniera, entrambi”. Ma a questo punto com’è il suono dei Barn Owl?
I due esordiscono nel 2007 sull’etichetta di cdr Foxglove, dalla quale poi Brad Rose erigerà la Digitalis Industries. Disco di debutto, senza titolo, limitato a 100 copie, zero liner notes. Tutto secondo i dettami non scritti della weird culture anni 2000. A farla da padrone è la tradizione americana, nella fattispecie del vecchio blues scarnificato e elettrificato dei 12 minuti di The Buffalo Queen: fingerpicking febbrile ma non iper-tecnico, distorsione intesa come fondale desolato, finale epico dove si arriva a lambire la solistica metal, per poi virare tutto in un drone apocalittico.
Tutto quello che c’è da sapere sulle diverse gradazioni che la musica dei Barn Owl può assumere, sta già tutto qui. Il resto del disco infatti gioca di rimandi. C’è il blues delle origini che salta fuori dalle note di Red River Raag, il doom western di Snow Swamp, il raga psichedelico su fingerpicking e ululati alla luna di The Twirling Tusks Of The Mouth Of God. La faccenda è già sufficientemente chiara, se ne accorgono in pochi, ovviamente, ma non finisce l’anno che i due mandano in stampa Bridge To The Clouds, prima per conto proprio poi per i tipi della Not Not Fun. A tutti gli effetti il secondo album, un vero e proprio sequel dell’omonimo. Un altro parto post blues, dove il mito americano viene riletto in un misto tra devozione e rivolta. Diamond Cloud è una ballata country a tutti gli effetti, ma calata in una tenebra lo-fi che la scarnifica fino ai limiti, così come molto lo-fi è lo psych-blues di Absent Afternoon che avrebbe fatto la gioia di Matt Valentine. Molto più alieno per la musica dei due, il drone ambient di Golden Forest su cui la chitarra si innesta come corredo senza prendere il sopravvento.
La svolta della maturità arriva quindi nel 2008 con un disco tanto denso e pesante quanto avvincente. E’ il turno di From Our Mouths A Perpetual Light che viene dato alle stampe prima in vinile per Not Not Fun e poi in comodo cd da Digitalis. Un bel passo in avanti nella musica dei due, che lasciano il solco blues in sottofondo portando in superficie tutto il nerbo doom. Il disco della svolta dei Barn Owl nasce nel nulla sulle coordinate atemporali di Voice Of The Other, congegno oscuro e opprimente, che cala subito un velo di tenebra al suono di una distorsione che tende fino allo spasimo le note, inscenando un drone apocalittico come se ne sentono pochi. La maestria dei due qui si cimenta anche nella resa panoramica d’ambiente, con le waste-lands di Lotus Cloud, The Stones Speak Through The Fire, The White Mountain Filled With Light. Passo claudicante e malfermo, distorsioni sparse a mò di pioggia acida che cala sul solco di una Monument Valley perduta per sempre. Non mancano gli accenti psichedelici delle orientaleggianti frasi di chitarra di Road To Bardo, Mouths Of Light e Teonanacatl con zibaldone di echi abissali tramutati in lunghissimi Om tibetani che sembrano arrivare direttamente dall’aldilà. L’apoteosi la si raggiunge con la wilderness desolata di The Last Parade, esempio perfetto di apocalyptic rock evocato sulle vestigia del vecchio classico suono americano.
Da qui in avanti, Jon e Evan, giocano di fino limando la formula e giovandosi di un fan base che ha ormai il suo nutrito numero di adepti. L’immediatamente successivo Raft Of Serpents, edito per Root Strata, snocciola altrettanti corridori droner-doom da manuale: Eternal Tower è praticamente un'unica nota di chitarra, rimodulata di continuo per mimare una passeggiata nel deserto più disperato, da qui anche gli accenti twang del finale, con un Evan Caminiti sempre più padrone del proprio linguaggio chitarristico. Non mancano i passaggi esotici e spesso si va a collidere con certa trance californiana più dispersa (Savage Republic, Red Temple Spirits, Drowning Pool). Nel frattempo i due si tolgono anche lo sfizio di condividere uno split Lp con il veterano Tom Carter, pubblicato nel 2008 da Blackest Rainbow, in cui non sfigurano affatto e per una volta tanto suonano assai più eterei e meno abrasivi del maestro texano.
E’ quindi il turno della consacrazione definitiva che avviene con il disco del 2009 su Root Strata, The Conjurer. Sorta di seguito non dichiarato di Hex degli Earth, l’album si cala devotamente in un panorama desertico da antologia del suono americano, al punto che la chitarra non può che mimare il taglio western di un twang da anfetamina, come sentenzia senza imbarazzo lo stesso Evan: “Quando stavo scrivendo le parti di chitarra di The Conjurer stavo fancendo un bel po’ di riflessione sui deserti e gli spazi desolati, i panorami vasti, e così ho pensato che le immagini che avevo in testa sarebbero state veicolate meglio da un sound western twang fuso con l’umore lento e oppressivo del doom. E’ il suono del vento attraverso le praterie, dei passi infinitamente lenti attraverso la sabbia… è veramente una questione visiva per me. Per altro, in termini di ispirazione musicale ricordo che stavo ascoltando molto Sandy Bull, Popol Vuh e i raga di Pandit Pran Nath e Ali Akbar Khan. In più il drumming sperso di Chad Collins ha contribuito non poco a creare tutto questo immaginario, perché di solito noi suoniamo come un duo e l’aggiunta di un terzo elemento ritmico ha cambiato un bel po’ la nostra musica”.
Tutto chiaro. The Conjurer è come la versione live dei Barn Owl, impegnati nella creazione di un viaggio narrativo-visivo, a mo’ di soundtrack immaginaria. L’ispirazione dei due “è alquanto ovvia, perché abbiamo una ossessione per il deserto. C’è qualcosa in quello spazio, la sua vastità, il fatto di realizzare di essere così piccoli nello schema dell’universo, che è davvero intrigante e finanche spirituale. In aggiunta, è così diverso dall’ambiente cittadino in cui spendiamo la maggior parte del tempo. E’ come un paradiso salvifico, un deserto in cui puoi rifoggiarti nella tua mente, un posto che risuona e dove la musica ti può portare senza che il tuo corpo si muova”. Quanto alla resa dal vivo del duo californiano, un documento limitato a 250 copie ed intitolato Transfiguration appare come bonus sfizio a corredo del tour di metà anno, riproponendo un concerto tenuto a Vancouver, l’anno precedente. I due hanno così il primo documento live a tutti gli effetti, in cui quello che prevale è il taglio distorto della chitarra in un lunghissimo mantra di 21 minuti e passa.
Evan e Jon, quasi da subito decidono di non limitarsi alla sola attività dei Barn Owl. Due personalità così forti vanno quasi istintivamente alla ricerca di una propria valvola di sfogo artistica, che funzioni senza la mediazione di nessuno. Per quanto i due siano accomunati da un’unica visione condivisa, evidentemente, ogni tanto bisogna ritirarsi a coltivare il proprio orticello. Evan parte subito con le proprie trasmissioni soliste, inizialmente con il moniker Ek Caminiti, e poi semplicemente con il proprio nome di battesimo. Buried Light è il primo prodotto musicale in proprio, nel formato di cassetta limitata a 88 copie per Digitalis Limited. Un esperimento di drone ambient abbastanza campato in aria. Il suo forte è la chitarra, infatti quando la imbraccia per arpeggiare sul secondo lato il discorso cambia.
L’esperimento ambient lascia il tempo che trova e Evan decide di prendere di petto la questione solista con i due dischi del 2008. Digging Into The Void, su Students Of Decay, che alterna alla perfezione fingerpicking esoterico e rantoli blues in perenne distorsione doom. Un taglio alieno, ma descrittivo, quello della sei corde di Evan, che non fa mistero di allinearsi alla tradizione dei grandi maestri. “Negli ultimi mesi sto ascoltando molto Roy Montgomery. Se parliamo di tecnica e di modo di suonare la chitarra, sono stato influenzato soprattutto da Neil Young e Keiji Haino. Anche John Fahey e Robert Fripp, in particolare le collaborazioni con Brian Eno. Una grande parte di quello che influenza i miei dischi solisti è ovviamente parte del suono dei Barn Owl, ma con l’ultimo disco, Psychic Mud Shrine, ho messo molta più attenzione alla filigrana del suono. Due parole che possono rendere bene quello che cercavo di ottenere con la mia musica sono fatiscenza e luce”. L’ultimo disco, edito da Digitalis, tra i suoi pregi vanta infatti un’inedita attenzione per la profondità del suono. Un sound iper-distorto e stiracchiato che richiama alla mente il disco solista di Alan Sparhawk o certe momenti di Steven R. Smith. Quindi blues ridotti all’osso e deturpati da una distorsione che si sintonizza in direzione dell’eternità.
Jon Porras, invece, decide di nascondersi dietro un moniker campestre per i suoi excursus solitari: Elm, ovvero olmo. Se Evan è il visionario della sei corde che traghetta il sound dei Barn Owl verso i territori più scuri ed opprimenti, Jon invece è il trait d’union tra la tradizione blues e l’estasi metafisica, con una marcata propensione per la panoramica degli spazi aperti. “Gli spazi vasti e aperti sono una vera fonte di ispirazione. Una buona porzione di Nemcatacoa è stata registrata appena siamo tornati da un tour attraverso il southwest. E’ stata un’esperienza che ha avuto un forte impatto su di me, è stata la prima volta che ho guidato attraverso quella parte del territorio americano e ho potuto vedere direttamente tutto il panorama che ha ispirato così tanto della romantica idea del west. Mentre guidavamo attraverso il New Mexico su fino al Nevada, potevo buttare un occhio alla cartina e vedere che stavamo passando posti chiamati come ‘Devil’s Playground’ ‘Red Rock’ o ‘Black Plateau’ e questo mi ha fatto pensare alle storie dimenticate di quei posti e al perché avessero quei nomi. Ma quando ci penso sono veramente ispirato anche dalla vastità delle zone di costa. Guardare un mare infinito in un giorno grigio può portare gli stessi sentimenti dello stare di fronte alle aperte, aride pianure”.
La discografia di Elm diventa quindi una cartina al tornasole per l’estasi più romantica e dark, al punto che lavori come Bxogonoas, Woven Into Light e Nemcatacoa sarebbero la colonna sonora perfetta per un qualunque quadro di Friedriech. Dalle vertiginosi nebulose doom di brani come Dawn Unveils The Golden Thread, Blackened Horizon, Trails Lined With Turquoise And Silk, On Golden Wings alle elegie più desolate e scure, come Long Winter's Howl, Rising Smoke Woods, In the shadow of Red Rock, Elm balla un’ultima danza sulle ceneri della cultura Americana, evocando spiriti e demoni senza tempo. Bxogonoas ad esempio è la parola usata dalla popolazione muisca della Colombia per descrivere il mistero del tempo, mentre Nemcatacoa è una delle divinità azteche della civiltà pre-colombiana. E senza tempo è la qualità di una musica fatta con pochi mezzi: una chitarra, un quattro piste, due pedali e via ad evocare l’infinito.
A corredo di un quadro già sufficientemente articolato, tra band madre e progetti solisti, per Jon e Evan si innestano i progetti collaterali. Esperimenti estemporanei o veri e propri progetti paralleli con pari dignità. Tra questi ultimi sicuramente gli Higuma, ovvero Evan e la sua compagna Lisa Mcgee. Un primo disco per Root Strata, intitolato Haze Valley, che si muove lungo le classiche coordinate improvvisate, tra chitarre lisergiche e ugole di sirena. Tutto abbastanza nella norma, salvo il salto di qualità con il nuovissimo Den Of Spirits edito in questi giorni per Digitalis Vinyl, che definisce a tal punto la formula da rivaleggiare con i Barn Owl stessi. Assai meno maturi sono poi i progetti denominati Hanging Thief e Portraits, che sembrano più che altro un divertissement estemporaneo, come in parte rivelano Evan e Jon stessi: “Gli Hanging Thief sono saltati fuori dopo una jam session spontanea mentre stavamo con Brad e Eden Rose a Tulsa. Una cosa del tutto analoga è accaduta per i Portraits, un progetto del tipo ensemble, con Jefre e Maxwell di Root Strata più un po’ di amici di San Francisco. Quando dico ensemble, intendo proprio un grande ensemble. L’ultima volta che abbiamo suonato avevamo qualcosa come 43 archi sul palco in mezzo a noi. Andremo in studio per registrare un disco questo stesso mese”.
I Barn Owl eccellono in un territorio assai affollato di questi tempi. Senza mettersi a scomodare tutta la brigata più propriamente metal e il vecchio adagio “Doom Or Be Doomed” di Cathedral e soci, esiste una nutrita folla di formazioni che sul modello di Earth 2, provano a far coesistere musica eterna e riff sabbatthiani. Che ci sia tutto questo “doom” e tutto questo “drone”, in gradazioni ovviamente variabili, nella musica degli anni 2000 è fuori di dubbio, al punto che spesso viene il sospetto che sia anche troppo facile attaccare la spina, buttare giù una nota sostenuta, rinvigorirla per ottenere l’effetto “bordone” con qualche pro-tool ed ecco che le valanghe di cdr più o meno esoterici ci sommergono. Di contro gli Earth di Dylan Carson partiti con il nuovo corso di Hex sono fermi al passo con un disco scialbo come The Bees Made Honey In The Lion's Skull.
Per rintracciare qualcosa di realmente valido in questo campo bisogna scomodare i tipi di Not Not Fun, ovvero i Robedoor di Alex e Britt Brown, che sono partiti dal modello “drone-horror” dei Double Leopards per poi rinvigorire il discorso con tutta un’estetica propria, a forte ascendenza metal, per lo meno in termini di immaginario estetico. O ancora i Nadja di Aidan Baker e gli Jesu di Justin K. Broderick, due formazioni che assieme ai nipponici Boris rappresentano il momento più classicamente metal del nostro discorso. Si tratta infatti di formazioni dal taglio metal tout cout che provano a muoversi su coordinate laterali e quindi a lavorare di bordoni e drone music. Dei Sunn O))) si è già detto e il discorso lo potremmo chiudere anche qui se non arrivassero i suoni europei del doom-acustico made in Norvegia di Svarte Greiner e soci (Elegi, Xela, Anduin) che coniugano un certo gusto apocalittico con la tradizione classica, l’elettronica e le soundtrack da film. Forse il parto più innovativo da molto tempo a questa parte nel settore delle musiche horror, finito però presto con l’andare troppo dietro al modello originario dei vecchi Current 93.
Xela partito dal glitch è arrivato ad una soluzione ibrida che mimava estetica horror e elettronica vintage, salvo poi andare dietro ad un taglio ambient-drone sul modello di Nurse With Wound un po’ troppo derivativo. Il suo è un esempio perfetto di come spesso l’originalità stia nelle soluzioni meticcie e sporche, piuttosto che nei parti definitivi. Discorso del tutto simile quello di Svarte Greiner e Elegi che però si sono mossi in maniera più subdola, evitando di dare alle stampe documenti che suonassero propriamente risolutivi, in modo che con loro il discorso rimanga tutt’ora aperto a nuovi sviluppi. L’americano Anduin, che si allinea al modello Type / Miasmah e viene per questo inserito nel novero del suono europeo, gioca con l’elettronica inscenando corridoi noir nella vena del Badalamenti più sospeso e tenebroso, da qui anche l’efficacia “di settore” dell’ultimo Abandoned In Sleep.
I Barn Owl in tutto questo scenario sono gli unici che partiti dal blues delle origini sono arrivati a lambire la musica eterna, con un afflato mistico visionario che è proprio dei grandi. Il fatto che ancorino le loro escursioni alla fonte mitica del suono americano non fa altro che aumentare l’efficacia d’insieme di una musica che si candida a rappresentare la quintessenza di questi anni. A chiederglielo i due nerd nemmeno stanno a pensarci più di tanto: “We just plug in and go for it” mi rispondono.
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