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Pubblicazione 07 Aprile 2010

These New Puritans

Giovanna D’Arco a ritmo di dancehall

Un sunto possibile della odierna wave d’Albione, in Questi Nuovi Puritani…
These New Puritans
Dean Chalkley 2009

Il tempo vola. Sembrano nati lo scorso anno i These New Puritans. I fatti, le scene e le etichette si muovono velocemente, e in questa decade giunta alla fine ci si dimentica che il quartetto capitanato da Jack Barnett esordiva quattro anni fa, nel 2006, con un sette pollici su un’etichetta laterale ma importantissima per la nuova generazione di brit wavers. Per la Angular, i ragazzi firmarono il numero di catalogo ARC016 con l'EP Now Pluvial, quando appena prima, a marzo, sempre da quelle parti sbucavano i Klaxons di Gravity’s Rainbow (ARC012), anch'essi esordienti assoluti. Prima ancora ci troviamo le primine (o primini fate voi) The Long Blondes (esordio in singolo con Appropriation) e per finire c’è il sampler dell’etichetta ARC 002 con Bloc Party e Art Brut.

Grandi assenti nel roster quell’anno erano gli Horrors. Mr Chris Cunningum se ne era invaghito grazie a Sheena Is A Parasite, esordio in 7’’ per la Loog, etichetta wavey altrettanto (e più) indie di uno dei sospettabilissimi redattori di NME, James Oldham. Il gruppo di Faris Badwan è certamente il più citato affianco ai TNP, sia per provenienza geografica (la deliziosa e immobile Southend-on-Sea), sia per la classica scena pilotata dai media che vedeva entrambi nel mucchio assieme a Neils Children, The Violets, XX Teens, No Bra e altre next big thing in un Paese di 40000 anime… Tutti facenti parte della coda lunga del revival post-punk di inizio Duemila, implicati - e quindi scontratisi - con il funk punk, stile, forgiato da Gang Of Four, che dai Franz Ferdinand - passando per Bloc Party – aveva furoreggiato fino a quell’agente scompaginante chiamato Nu Rave. Il Nu Rave: la corrente più finta e pilotata della decade, ma anche la più autenticamente postmoderna e artisticamente plausibile ai nostri anni. Sarà per l’immaginario, ma in confronto la tornata rockish post Strokes e post Ferdinand era stata una questione di art rock con il solito glam e le solite chitarre a tracolla; i nuovi mostri Art Brut a cavarsela con l’ironia e altri come Rakes a mostrare inevitabili segni di crisi. I Bloc Party di A Weekend in the City avevano compreso lo scarto di quell’anno eppure avevano perso il treno facendosi mettere le mani troppo a fondo da Garret "Jacknife" Lee. Quel treno lo riprenderanno ma ad aiutarli a sbancare è proprio la frottola nu rave.

Nel 2006, i Klaxons avevano letteralmente coperto la parabola della scena in tre singoli bomba. L’album che ne seguì, pochi mesi più tardi, guardava a falsetti ben più blandi e Ottanta degli acidi esordi. E del resto, il nu rave erano praticamente loro stessi e non certo i TNP in erba. Anzi, il quartetto, in un singolo come Elvis, masticava fugacemente funk-punk mutando proprio il sound con voglie digitali dei Bloc Party in una faccenda più scura, carbonara, virata verso le tenebre scientifiche degli Horrors e non certo guardando ai nuovi punkers on E di Kicks Like a Mule e ai Grace (osannati – e coverizzati – dai Klaxons).

Eppure Jack Barnett, il gemello George, Thomas Hein e Sophie Sleigh-Johnson, postmodernamente, e in modalità d’appropriazione analoghe agli stessi Klaxons, avevano una passione extra rock intimamente sballata e dance. Non era l’ardkore, il dub o il reggae che così tanto avevano forgiato il ballo delle passate generazioni brit. Era la carta mancante del mazzo: il dancehall. Lo sbandierano da sempre assieme all’hip hop; non come citazione, bensì come base per una trasfigurazione. Proprio come gli Wire iniettavano nel punk elementi non convenzionali diventando qualcosa di post, parlando con il pop e trasfondendone obliquità (e le tecnologie di allora), così TNP utilizzano lo studio e le tecnologie di oggi come chi fa hip hop settando però i sequencer in un “sacco di terzine” o “gruppi di beat 2-3-2” tipici del dancehall. E se questo già era sufficiente per rovesciare il cliché della arty band copia incolla, come per i cugini Horrors, ai TNP piacevano i Joy Division, o meglio gli Warsaw (e vederne gli esordi dai video del tubo è una conferma oltre ogni indizio).

Tutti i loro video sembrano derivati dalla iconografia Curtis e co., eppure c’è un’inedita marzialità che si posa su quelle lastre dai toni sempre più scuri e immaginifici. Dietro alle fascinazioni c’è un gioco di studio e incastro fatto di estraniamento, libertà associativa e semplicità. Ecco perché a Jack piace tanto il pop e ci confida che gli archi sul nuovo Hidden l’avrebbero trasformato in quelle menate classicheggianti. Sono i fiati dunque ad indicare una via chamber non banale, ma soprattutto un’orchestrazione minimal a scaldare una secca marzialità taiko giapponese che ti fa tremare lo sterno. In We Want War l’amalgama riesce perfettamente, la traccia è quell’incubo lucido senza pretenziosità, o perlomeno, un singolo di 7 minuti con le manie di grandezza sottocontrollo, pop come impatto della band sul pubblico che da loro si “aspetta qualcosa di potente, suggestivo e nuovo”. A differenza del pop però è musica che non cerca “nessun feeling”, non pone il climax come obiettivo, "incastra" con dichiarato fare Steve Reich. Il sound si fa intimamente minimalista nel senso che ogni suono, ogni pattern, porta a una mossa successiva e così via, passo passo, senza fronzoli e in diretta verso un elaboratissimo lavoro di cesello che sottende la trama. La complicazione avviene a livello di produzione e non come portato del sound. “La musica al tempo degli Wire era ideologica, nordica e distaccata. Erano tempi diversi e provocatori. Oggi la musica è più emotiva e vibrante”, borbotta Jack con un fare rispettoso della tradizione wave del Regno ma anche “lontano da quegli ascolti”. Parla di un tempo remoto in cui cogitava sul post-punk e trova che la canzone che più gli piace del nuovo lavoro è Drum Courts - Where Corals Lie, un altro di quei brani marziali caratteristici dei TNP, ma con un’inedita maniacalità in fase d’assemblaggio e una fissa per il feudalesimo giapponese.

Il nuovo lavoro è anche troppo audace, ma ha senz’altro ragione Barnett quando s’esalta per quel “misto di disperazione medioevale e tuffi in un mare blu notte”. Già, il medioevo torna spesso nell’immaginario della band: la scorsa tournée i ragazzi si presentavano vestiti e coi caschetti da Giovanna D’Arco; nelle nuove tracce, dal nulla, sbucano spadaccini (i Wu-Tang Clan?) che scoccano colpi nelle tenebre. Il portato sonico di quest’epoca è senz’altro la croce e la delizia dell’album, il cui unico antidoto è rappresentato dall’altro lato della poetica TNP, la melanconia. “E’ l’aspetto che mi piace di più del dance hall” dichiara gemello Jack “Non l’etnica. La melanconia. La stessa che credo si respiri in un posto dove sfocia il Tamigi, che è poi quello in cui sono nato e cresciuto; l’unica influenza che credo passi dal mio ambiente esterno”.

These New Puritans
2009
copertina pdf #88