Ci eravamo lasciati sul finire del 2008 con l’uscita di due EP (Spectrum, 14th Century e Plays To Please) da parte del canadese Final Fantasy ovvero Owen Pallet, anticipazioni del terzo lavoro Heartland previsto prima per il 2009 e slittato ora a inizi 2010. Intanto il Nostro a dicembre ha fatto parlare di sé per il cambio definitivo di nome, vale a dire l’abbandono dello storico moniker FF a favore del vero nome Pallett. In ballo questioni di copyright con l’omonimo videogioco che lo hanno volontariamente convinto ad affrancarsi definitivamente dal marchio, togliendolo anche dai dischi precedenti una volta ristampati. Sintomo anche questo di quella precisione quasi maniacale che lo contraddistingue.
Su Heartland anticipato come “ racconto epico-fantastico” nel 2008, ora Pallett aggiusta il tiro; da un lato c’è il riferimento a un’area rurale del nativo Canada (Manitoba, Saskatchewan e Alberta), dall’altra il nome risulta essere un po’ ambiguo, dice Owen. “Mi piace il titolo Heartland – cuore, centro -, come ‘homeland’ indica sentimenti di familiarità e comfort, ma nella maggior parte dei casi viene usato con un senso di xenofobia e/o diritto acquisito; il disco doveva essere in origine sul nulla ma poi via via il suo significato è cambiato e il risultato non è certamente sulla morte, come lo era He Poos Clouds, bensì su tutto ciò che c’è prima della morte”; l’album è sull’inizio, il proseguimento e la fine di una relazione, dal punto di vista dell’oggetto amato”.
Ampiamente orchestrato e stratificato con la partecipazione della Czech Symphony di Praga e di Gentleman Reg, Nico Muhly e Jeremy Gara (batterista degli Arcade Fire) tra gli altri, l’album risulta avere una base narrativa di concept, e un’ambientazione in un regno fittizio, Spectrum, ed è basato su conversazioni tra la divinità del posto e un giovane fondamentalista religioso, Lewis. Argomenti questi che sono di pretesto per metaforizzare, come anticipava l’autore, sul senso umano di appartenenza e/o non appartenenza a un posto e sulla xenofobia che ne può derivare, argomento sempre attuale.
Una personale “song cycle di fiction contemporanea” che deve molto all’amato Van Dyke Parks, nella quale si passa dalle marcette militari ottocentesche al synth e al chamber pop, fino alla saturazione del suono, in un mix di analogico e digitale, in cui “i pezzi orchestrali sono scritti come musica elettronica che si avvicina a quella orchestrale”. Il disco è quindi realizzato coerentemente con il massimo equilibrio, anche quando si tende verso il barocco. Il lavoro della maturità.
Scheda: Owen Pallett