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Pubblicazione 01 Gennaio 2010

Comaneci

Folk da monolocale

Un secondo disco che è già una ripartenza. Per un trio che diventa duo senza grossi scossoni e senza rinunciare alla consueta attrattiva. Ne abbiamo parlato con Francesca Amati.
Comaneci
2009

A qualche mese di distanza dalla sua pubblicazione, You A Lie rientra ancora nella nostra personale playlist. Per la malinconica indolenza che ne tratteggia l'incedere, per la semplicità che lo caratterizza, per l'inquietudine sfuggente che lascia trasparire. Il dondolare d'archi dell'esordio Volcano è lontano anni luce e anche i Comaneci non sono più gli stessi da quando Jenny Burnazzi e Andrea Carella hanno lasciato il gruppo. Ma il buon momento della band ravennate continua. Le ragioni sono più semplici di quanto non potrebbe sembrare e risiedono tutte nella scrittura e nella voce di Francesca Amati. Nel suo essere al tempo stesso limite formale e motore del gruppo. Da un lato per un approccio alla musica ormai riconoscibile, standardizzato, forse persino ovvio, con la sua chitarra acustica al centro; dall'altro perché proprio quegli steccati minimalisti che identificano la produzione della musicista ravennate garantiscono la conservazione di una creatività quasi primordiale.

Fantasticare rimane la prerogativa. Ed è un fantasticare sulle piccole cose, nell'ottica di un folk epidermico che è simulacro e auto-analisi al tempo stesso. “You A Lie è stato un lavoro che ho amato dall'inizio alla fine, anche perché è arrivato dopo il cambio di formazione dei Comaneci. Un momento che per me è stato decisamente traumatico. Il disco lo abbiamo registrato in dieci giorni nella casa di campagna di un'amica, grazie anche a Mattia Coletti che ha portato tutta l'attrezzatura. A darmi una mano sono passati vari amici, tra cui anche Bruno Dorella (Bachi da pietra, ndr).” A parlare è proprio Francesca Amati. Una che nei suoi Comaneci ha sempre visto un'entità profondamente “sociale” composta da amici, prima che da musicisti. Ancor più nell'ultimo disco (recensione nel pdf n. 61) vista la line-up ridottissima, tanto che tra i crediti oltre ai già citati Dorella e Coletti, ritroviamo Pete Cohen dei Sodastream, Paolo Gradari, Bob Corn e le fantomatiche Missing Choirgirls. Per un'opera che dal passato riprende scrittura e naturalezza espressiva pur mutando drasticamente nelle intenzioni: “Penso che You A Lie possa vantare una piega più realistica, rispetto a Volcano. Nel disco ho voluto ricercare una direzione più cupa. C'è molta meno spensieratezza, meno leggerezza. Anche perché credo che sia rappresentativa del momento che sto vivendo”. Il cambiamento - nella continuità - è evidente. A tenere le fila c'è un blues ideale e malinconico, sommesso e intensissimo, che ha a che fare con lo split up del nucleo originale della band ma che non vive solo di quello. Certo è che fin dal titolo l'immaginario si tinge di nero, rimarcando quell'etica dell'imperfezione che da sempre caratterizza i lavori del gruppo: “You A Lie è un errore. Nel senso che grammaticalmente non è corretto. E' un' espressione colloquiale americana che tuttavia qualcuno usa. E' venuta fuori durante il tour negli Stati Uniti che ho fatto con Bob Corn, parlando di slang con alcuni amici. Mi piaceva che questa cosa dell'errore, nel disco, fosse evidente. Nel titolo, ma anche nell'estetica della confezione, quest'ultima come al solito cucita a mano, con qualche “sbavatura” e quindi molto artigianale. Come poi è sempre stato artigianale un po' tutto l'immaginario dei Comaneci.

Chitarra acustica, mandolino, violoncello, elettricità sparsa e una voce che macina filosofia spicciola ma efficacie (If You Wanna Be A Satisfied Man / Just Let Me Be A Satisfied Girl) su cadenze Cat Power. Questi sono i Comaneci del 2010. Gli stessi che l'estate scorsa pubblicavano un ennesimo EP (Girl Was Sent To Grandma's in 1914) per dare continuità a un'entità riconoscibile e ancora in grado di far scattare in chi ascolta un processo di condivisione immediato. Condivisione profondamente legata all'approccio diretto e senza fronzoli della Amati, tanto che chi suona con lei è da sempre destinato a un ruolo di accompagnatore tra livelli strumentali che si inseguono e soluzioni estetiche che circoscrivono il mood dei brani. Da Gennaio 2009 di questa parte di progetto si occupa Glauco Salvo: “Glauco mi sta dando tantissimi stimoli. Lui cura tutti gli strumenti che non siano la mia chitarra acustica e lavora con me sugli arrangiamenti. Nel suo lavoro è una persona molto disciplinata, accademica, mentre io sono l'anti-accademia per eccellenza. Il che significa che ci compensiamo a vicenda creando un rapporto artistico molto costruttivo. L'ho conosciuto perché è diventato un elemento quasi costante dell'altro gruppo in cui suono, gli Amycanbe. Mi è sempre piaciuto il suo modo di suonare e in una situazione di difficoltà come è stata quella che mi sono trovata ad affrontare dopo il cambio di formazione, mi è sembrata la soluzione più naturale”.

Sempre più tascabili i Comaneci, ma non meno toccanti. A misura di un mercato discografico dei piccoli spazi e delle poche risorse ma abbastanza trasversali per andare oltre i confini ristretti della penisola o adattarsi a situazioni artistiche tra le più disparate. Come le esibizioni condivise con il fumettista Giuseppe Palumbo – durante le quali quest'ultimo disegna mentre la band suona – o quegli house concerts che hanno permesso al gruppo di emergere decretandone la statura in fatto di “componibilità": “Con l'esperienza degli house concerts entri nel vivo di un luogo. Sai che la serata è organizzata per il tuo evento, sai che le persone vengono lì perché sono interessate esclusivamente a quello che fai, sai che compreranno CD perché hanno voglia di contribuire al tuo progetto. In più c'è l'accoglienza di una casa che, quando viaggi, vuol dire tantissimo. Ceni con chi organizza il concerto, sai già dove dormire, non devi scaricare e caricare tutti gli strumenti".

Consolatoria o familiare, folk o cameristica, la sensibilità dei Comaneci è unica nel suo genere e a suo modo necessaria. Al di là dei cambi di line-up e di una critica istituzionale che fatica a gratificare il gruppo con lo spazio che meriterebbe, resta una musica da monolocale che continua a raccogliere buoni risultati. L'unico rischio per il futuro potrebbe passare per un'eccessiva sclerotizzazione del suono che trasformi la personalità in clichè. Anche in questo caso, comunque, pare che Francesca Amati abbia le idee chiare: “Il gruppo deve tendere a una crescita, mirare a un'evoluzione, cercare un senso in quello che è. Andare oltre la casualità del momento e costruirsi giorno dopo giorno.

Scheda: Comaneci

copertina pdf #88