Robert Henke rompe il silenzio di Monolake, quasi gravato da un forte senso di responsabilità, ora che la mano data da Torsten Profrock sul precedente Polygon Cities si è diradata e il fido Gerhard Behles non condivide più con lui il progetto dal 2004. Questioni di priorità, dato che quest’ultimo ha preferito relegare tutte le sue forze nelle interne dinamiche della Ableton, acclamata società di sviluppo software che in qualche modo funge da habitat tecnologico per Henke stesso. La progettualità di Monolake si sposta così ancora di più sul versante tecnico di quanto non lo fosse già in precedenza, giocando in primis su un piano teorico-concettuale che va di pari passo con l’impiego della tecnologia.
Il silenzio secondo Henke è una questione che si muove su un livello molto ambiguo, da qui la scelta di non comprimere il disco in fase di mastering. Una scelta che pare dettata esclusivamente da ragioni tecniche, e che invece ha una valenza quasi politica, come attestano le parole del musicista tedesco: “Una volta la musica aveva delle dinamiche. C’erano le parti rumorose, e quelle più calme. Poi venne la radio. Nella radio c’è un limite tecnico per la trasmissione a volume massimo. Come conseguenza di questo, la quantità di musica con un vasto spettro di dinamiche è assai inferiore di quella che invece presenta un basso livello. La musica più rumorosa possibile in radio è quella dove ogni elemento arriva al limite, ergo musica senza dinamiche. La radio e più recentemente gli mp3 players e gli speaker dei laptop hanno influenzato il modo in un cui la musica popolare è stata composta, prodotta e masterizzata: ogni singolo elemento deve essere al livello massimo per tutto il tempo. Una cosa che funziona meglio con musica che da un punto di vista sonoro è semplice, in cui solo pochi elementi sono di interesse. Una sinfonia non suona bene attraverso gli speaker di un telefono cellulare, e massimizzare questa sinfonia non suonerebbe convincente del tutto”. Come risultato di tutto questo Henke e come tale Monolake si colloca su un piano diverso e ben più complesso di quello degli altri. Ne consegue che le astratte geometrie di una minimal techno mai così ricca e rigogliosa nella descrizione dei dettagli giocano in modo inedito con la profondità dei ritmi.
Un avvincente dialogo tra ritmica sullo sfondo e pattern di primo piano rielabora una serie di field recordings per cui Henke è stato impegnato per un anno. Ma a questo punto sorge spontanea una domanda: a cosa serve lavorare su una musica in cui la filigrana va vagliata fin nel dettaglio più minuto, se poi la si ascolta su un sistema audio che livella tutto sui i medi, come un ipod? La risposta ce la darà probabilmente Henke al prossimo parto come Monolake.
Scheda: Monolake