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Pubblicazione 27 Dicembre 2009

Alessandro Magnanini

A Life Full of Jazz

L’arrangiatore emiliano al debutto su Schema ci parla di Big Band, Bossa e tanta passione per la musica black
Alessandro Magnanini
2009

Il mese scorso abbiamo ascoltato (e recensito) con piacere il nuovo disco di uno dei più giovani e promettenti arrangiatori jazz italiani. Alessandro Magnanini ha composto il suo Someway Still I Do dopo essere emerso a fianco dell’italo soulman Mario Biondi. Durante il tour dell’estate 2007 ha curato l’orchestrazione e la direzione della Duke Orchestra, che accompagna il noto soulman. Un’estate con musicisti eccellenti che iniziano a prospettargli idee per composizioni adatte al grande pubblico, come si faceva nelle produzioni pop di un tempo: venivano prodotte e realizzate da arrangiatori e musicisti che provenivano [...] da un ambito più "colto", quello della classica ma soprattutto del jazz. Vedi Henry Mancini, che nonostante un linguaggio complesso ed elegante ha raggiunto con la sua musica una audience sterminata.

E il fattore pop è proprio la carta in più che conquista nel sound del ragazzo. Per ottenere un’identità definita, Alessandro si concentra sulle voci. Nel suo disco - tra gli altri - sono presenti Liam McKahey, frontman dei Cousteau e l’italiana Jenny B. Quest’ultima è una vecchia conoscenza, dato che i due si conoscono da tempo: quando l'ho incontrata non aveva neanche 17 anni. Vivevamo nella stessa città e la nostra piccola comunità musicale frequentava gli stessi ritrovi. Generalmente si pensa a Jenny come a una bravissima cantante dall'aggraziato porgere R'n'B, ma chi l'ha sentita in un qualche piccolo club, dal vivo, ruggire con il suo lato più funk-incazzato sa quel che voglio dire. Mi sento orgoglioso di aver potuto mostrare in queste canzoni la sua faccia più classica e aggressiva.

Il frontman dei Costeau è stata una sorpresa. La collaborazione offline (Liam vive in Australia) ha aggiunto il basso tono blues necessario al crooning di Alessandro. Anche se il suo lavoro con i Cousteau non si può definire strettamente jazz, ha saputo dare un'impronta così personale, così puntuale, che sembra lui stesso l'autore delle canzoni. A guardare bene c’è poi anche la fascinazione per l’universo sudamericano, incarnata nello splendido cameo di Rosalia De Souza, che spopola in questi ultimi anni anche da noi, vedi la riscoperta di un drago del calibro di Bollani. Ma se le voci fanno rizzare le antenne, non si può prescindere dal gruppo che fa sound. L’High Five Quintet (a latere dell’orchestra) è il protagonista indiscusso: tremendi 'muscoli' musicali che non prendono mai il sopravvento sulla sensibilità, e il risultato è puro groove. Fantasia, intuito e rapidità di esecuzione, come direbbe Philippe Noiret.

Il tutto poi è stato prodotto da Schema Records, un marchio di fiducia per la produzione (nel roaster della label c’è pure Nicola Conte). Quando le multinazionali delal musica non sanno più da che parte girarsi, le etichette indipendenti riescono a venir fuori dalla crisi a testa alta, proponendo dischi e musicisti che stanno in piedi senza bisogno di sostegni: Luciano Cantone e Davide Rosa hanno il grande pregio di fare il loro lavoro innanzitutto per amore! Alla Schema mi hanno lasciato una buona libertà di movimento, sia per quanto riguarda la direzione artistica che la selezione del materiale. A parte qualche suggerimento sulla scelta degli interpreti, che mi sembra a posteriori essersi rivelato artisticamente vincente.

E il futuro? Adesso mi devo concentrare sull'allestimento di un live con le palle. Sono sicuro che se riuscirò a trasportare su un palco la ricchezza sonora del lavoro in studio per cui ho lavorato così sodo, al pubblico non potrà non piacere!

copertina pdf #91