Qualche mese fa il clamore legato al comeback di un giovane gruppo italiano ha fatto scattare il campanello d’allarme sul brulicare rumoroso del basso Piemonte. The Impossible Story Of Bubu, secondo disco di un trio dal nome tra il criptico e il filosofico, Io Monade Stanca, si faceva burle del post-rock/math-rock a bastonate patafisiche, ricami da ipertrofia del tecnicismo e ironia in quantità industriali. Il 7 pezzi è, però, la punta di un iceberg chitarristico che si cela, come spesso accade, nella tranquilla e sonnacchiosa provincia italiana. E' il Canalese, provincia di Cuneo, la zona che rappresenta la nostra nuova tappa del nostro giro dell'Italia rumorosa, dopo la prima panoramica generale sul Nuovo noise italiano e quella sulle Marche marce.
Tocca dunque al Piemonte, o meglio ad una specifica (e circoscritta) fetta di quella terra che si proietta verso il mare ligure sotto il peso della tradizione musicale della motor city italiana, Torino, che nulla invidia a quella americana in quanto a pesantezza di suoni prodotti. Scendiamo un po’ a Sud, sfiorando le langhe e le terre del tartufo doc senza però arrivare in Liguria.
Canale, Fossano, Narzole, Bra. Paesotti della provincia ricca, benpensante e molto probabilmente noiosa. È qui che si coagula il rumore. Un bubbone esploso negli ultimi anni con furia e devasto in mille forme diverse e sempre disturbanti. Intrecci e collaborazioni ne sono l’humus; rumore e distorsione i frutti. Roba che ha da sempre visto nelle chitarre il fertilizzante col quale crescere. E il cuneese alla penetrazione del rumore chitarristico non è mai stato immune: qui nasceva a inizi ’90 una band che, prima di perdersi in un eccesso di intellettualismo, fondeva alla perfezione dissonanza e poesia (Marlene Kuntz). E sempre da qui, ma in tempi più recenti, ha preso il via il gruppo che idealmente inaugurava questa nostra striscia sul nuovo noise italiano insieme a Putiferio, Hell Demonio e Lucertulas: i Dead Elephant. Così Enrico Tauraso, chitarra e voce del power trio, parlava di Fossano in una intervista datata: “Un posto completamente decentrato dagli spazi musicali che contano in Italia e che ci ha permesso di lavorare con molta tranquillità sul nostro suono e su quello che volevamo ottenere”.
È in periferia che nasce Canalese Noise, un’etichetta che coagula a mazzate noise/r’n’r l’urgenza comunicativa di una serie di gruppi della zona. Un collettivo costituito da Andrea Pisano, Federico Borelli (entrambi in Fuh, appena arrivati all’esordio ufficiale) e Paolo Scalabrino (Ruggine, idem) ne dirige le iniziative, ma è l’insieme la vera forza. Oltre ai nomi che approfondiremo più avanti, portano il marchio Canalese anche il noise-core di Treehorn (l'omonimo del 2005 e Amine del 2009), il noise’n’roll schizoide e porno di Etb (l’appena uscito Rock Napalm & Roll) e l'elettronica sfatta di Cop Killin’ Beat (progetto in solo del fondatore Andrea Pisano), mentre tutto intorno si scatena l’inferno con Hub (Cuneo, in arrivo l'esordio Touchdowns Are For Losers), Fagetz (Bra), Three Light Noise (Bra) e moltissimi altri ancora.
La Canalese Noise è nata qualche anno fa da noi Fuh – ci spiega Federico – Sulle prime non si pensava neanche a qualcosa di concreto, era semplicemente diventato come un intercalare…qualsiasi cosa, riferimento o oggetto era canalese noise…Si identificava con la nostra sala prove, poi si è iniziato a vedere un vero movimento, un insieme di band di stampo rock, che facevano e fanno capo a questo nome. Una scena rock tutta cuneese. Una intesa tra amici, dunque, prima che tra musicisti, gente che rifugge la noia delle serate al bar e si rinchiude in vecchie stalle riadibite a sala prove per spaccare il mondo a furia di -core. Il prefisso, si sarà capito, è intercambiabile. È la sostanza a rimanere immutata.
La Canalese nasce quasi per scherzo, conferma Paolo, dall’incontro di alcune band della provincia che coltivavano e coltivano tuttora la stessa voglia di fare e la passione nel condividere le cose e nella ricerca musicale in tutti i suoi lati. Collaborazione sembra sempre più la password per comprendere questo agire glocal. In questo senso la Canalese Noise non produce “solo” dischi, ma promuove cultura musicale a più livelli: cartaceo, con la ‘zine Okzine, ma anche live. In combutta con altre realtà della zona – la Grandiosa Booking e l’associazione 33 giri di Cuneo, giusto per fare due nomi – si organizzano l’immancabile festival estivo, l’OK Fest all’aperto e in più giorni, e il corrispettivo invernale, l’Ok Party, ovviamente al chiuso e itinerante.
Per ora continuiamo come si può a finanziare i lavori dei nostri gruppi – continua Federico – con la volontà in un futuro si spera il più prossimo possibile di potere investire su qualche altro progetto fuori dall’ambito cuneese, anche se alcune collaborazioni “esterne” sono già attive. Un intreccio continuo, un travaso tra band, etichetta, pubblico. Ci sono alcune realtà, circoli Arci e alcuni locali o club, che danno ancora la possibilità di organizzare eventi e che sono ancora motivati a promuovere quello che il territorio crea, proponendo serate che suscitano un certo interesse e spesso una buona partecipazione. Per quanto riguarda invece il pubblico c'è voglia di seguire le cose che vengono proposte. La tela è questa. Passiamo ora ai colori.
C’è la storia – se non tutta almeno una buona parte – del rock rumoroso italiano virato post- e math- condensata nelle note di The Impossible Story Of Bubu. Sacha Tilotta dietro le manopole in rappresentanza del gruppo forse più internazionalmente noto a quei livelli, i Three Second Kiss (per non parlare di mamma e papà Uzeda); lo studio Red House di Senigallia che non stabilisce solo nessi con le Marche rumorose, ma con l’intero panorama indie mondiale (chiedere a Steve Albini quante volte è passato da lì).
Al centro però ci sono loro tre, Edoardo Baima (voce, basso, chitarra), Matteo Romano (batteria, voce) e Nicolas Joseph Roncea (chitarra e basso), un po’ l’eccezione che conferma la regola di un suono di norma vitaminico e violento. Nati nel 2005 a Canale, proprio nell’epicentro della “scena”, preferiscono un procedere cerebrale, organizzato, mathematico alle irascibili esplosioni di rumore bianco. Penso che ogni gruppo – confida Nicolas – abbia qualcosa che lo caratterizzi e che lo renda particolare. Io Monade Stanca è forse il progetto più "difficile" da ascoltare fra tutti, probabilmente proprio per questa cerebralità di cui si sta parlando spesso, per la complessità delle strutture e per la difficoltà da parte dell'ascoltatore di riconoscere determinate linee melodiche.
L’esordio In The Thermi Table è targato Canalese Noise, 2008, ma in realtà è localizzabile nella prima metà dei ’90 dalle parti di Chicago e non sfigurerebbe affatto nel catalogo Touch’n’Go. Un disco acerbo nel mostrare la propria appartenenza, tanto da risultare troppo derivativo; eppure sotto sotto, in pezzi come Two Days Without God o Oneida’s Creek l’esordio mostra slanci di tortuosa originalità che matureranno a breve nel citato comeback. Indubbiamente c'è stato un grosso cambiamento dal vecchio disco a questo. Con il tempo suonando insieme è nata una spontaneità e una naturalezza che ci ha portato a non seguire più alcun tipo di schema ma di lasciarci andare completamente. Credo che l'aspetto più interessante sia l'uso della voce, il modo che ha Edoardo di cantare.
Musica senza schemi, libera. Che si costruisce e sviluppa seguendo l’istintività dei tre, senza porsi limiti né barriere. È così che sulla base post- o math- si inseriscono suggestioni prog e aperture limitrofe al jazz, senza dimenticare la potenza noise-rock e aumentando a dismisura la schizofrenia. Come una formula matematica impazzita, quella del trio è una musica fratturata, senza capo né coda, dislessica ed epilettica; che mira, guarda caso, al particolare più che alla regola. Proprio come la patafisica di Jarry evocata nel titolo del comeback.
Approccio ludico, grandi dosi di follia e autoironia (Non ci sono vere motivazioni in niente di quello che facciamo…ci inventiamo cazzate anche per motivare delle scelte…non sappiamo più come fare!!), titoli spesso autoreferenziali (Roncea, Federico Borelli) o limitrofi al nonsense patafisico che fanno il paio col cantato a-melodico di Edoardo. È su un terreno di questo tipo che si giocano la partita i tre. E fanno bene, perché è così che riescono ad evitare le secche di un genere, il math, spesso accusato (a ragione, purtroppo) di concettismo strumentale o asettica dimostrazione di perizia tecnica. Il trio è inoltre parte integrante del noise del Canalese. Collaborano (Nicolas suona anche nei Fuh) e sostengono una scena in grande fermento: Nella nostra zona abbiamo la fortuna di avere moltissimi gruppi validi ed interessanti di generi vari, dal noise al cantautorato. Evidentemente la Canalese Noise ha un po' "raggruppato" quelli che si sentono più vicini sia a livello musicale che umano. E' nata perciò una sorta di "scena" nella quale si cerca di darsi una mano e soprattutto di partecipare, mi riferisco sopratutto ai concerti che vengono organizzati in zona.[…] Il rapporto fra i gruppi è molto bello, ci si influenza a vicenda, ci si da pareri e si organizzano cose insieme.
Resta un ultimo enigma da sciogliere coi tre, quello del nome. Ci aiuta sempre Nicolas: “Monade” è un concetto filosofico, religioso o ad esempio usato in programmazione informatica. Dio è la monade intesa come una sfera il cui centro è ovunque e la cui circonferenza si estende all'infinito. "Stanchi" perché stancati dal cercare Dio (a ben vedere se è monade lo hai già trovato), "io" perché senza di te non c'è nulla. "Io monade stanca" è sinonimo di "stai tranquillo, lo hai già trovato, altrimenti non staresti leggendo ciò, ora”. Cercare, anzi trovare Dio attraverso math e patafisica. Bella sfida davvero.
È concepibile una versione post-hc dei Massimo Volume? La risposta è sì e assume le forme di un quartetto dal nome materico: Ruggine. C’è nella musica dei quattro la stessa sofferente, lancinante tensione dei primi passi della band bolognese, quelli più crudi nelle sonorità e devastati nelle liriche. Roba semplice, si potrà obbiettare, dato che è la tensione, quel vibrare di corde sempre pronte allo strappo, l’essenza ultima del post-hardcore. Ma qui si va oltre. Violenza e lacerazione interiore viaggiano di pari passo. Urla e disagio esistenziale si sommano e stratificano su un background da devastazione. Il mondo è esploso ormai e con esso tutte le certezze. Resta solo la possibilità di urlare la propria rabbia e tentare di ricostruire un mondo che a breve ritornerà babelica torre. Esattamente come quella che fa bella mostra di sé nella copertina dell’omonimo ep d’esordio.
Simili per immaginario e densità di suoni a Dead Elephant e Putiferio, i Ruggine sono un quartetto a doppio basso. Indizio quest’ultimo che dovrebbe far comprendere la forza d’urto messa in campo. Immaginate una sorta di tsunami represso, trattenuto e condensato. Roba che non si poteva trattenere a lungo e infatti esplode ad inizio millennio in una stalla di Narzole ben presto trasformata in sala prove. Ruggine nasce sotto forma di trio classico e suona hardcore. Nel 2003 si passa ad una formazione a quattro con due bassi, chitarra e batteria e si comincia a fare qualcosa di diverso rispetto a prima, musica più personale che non è più soltanto hardcore, ma l'insieme di tanti altri generi che ascoltiamo e ci influenzano, ci racconta Paolo Scalabrino, uno dei bassisti.
Il primo parto del quartetto (oltre a Paolo agli altri tre angoli del ring troviamo Simone Rossi a voce/chitarra, Davide Olivero alla batteria e Francesco Rossi all’altro basso) è lo split coi Fuh che dà idealmente e materialmente il via all’epopea della Canalese Noise. Fuliggine testimonia la fusione metrica tra i due gruppi, ma è l’ep omonimo ad attirare l’attenzione sul quartetto di Narzole al di fuori dei confini regionali. Monolitico nel suo post-hc che a tratti flirta con pesantezze quasi metal e si inerpica su strutture math- e post-, Ruggine è un concentrato di nervo, crampo e spasmo. Magma sonoro quadrato e granuloso, crudo e tirato allo spasimo, insieme cerebrale e muscolare; mantiene tutta la forza d’urto dell’hardcore ma ne screzia la violenza in strutture mobili. Su tutto, la scelta delle liriche in italiano che avvicina il quartetto ai succitati Massimo Volume per intensità e disperazione, accostamento avvalorato ancor di più da un contesto d’estrazione irrimediabilmente hardcore. I Massimo Volume ci hanno insegnato moltissimo e credo si intuisca ascoltando i nostri testi…questo stile di cantare così recitativo ci ha sempre affascinato, ci conferma Paolo, in particolare nella composizione delle sensazioni che una canzone può dare. L’intreccio voce/tensione strumentale rievoca però anche esperienze hc italiane a cavallo tra ’80 e ’90 (Forse i Sottopressione e gli Angeli ci hanno ci hanno dato quella voglia di fare hardcore, mentre i Massimo Volume ci hanno portato verso direzioni diverse…) mentre la strumentazione atipica rimanda allo sperimentalismo muscolare del post-hc dei mid nineties. Quella dei due bassi è una scelta molto particolare ed affascinante, ma anche alquanto rischiosa… abbiamo così trovato finalmente un nostro suono che ci contraddistingue da qualsiasi altro gruppo…un basso davvero basso, l'altro sulle frequenze medio alte e la chitarra che riempie la parte di alte mancanti…il tutto unito da un batterista fenomenale.
È proprio questa potenza di fuoco a palesarsi in Estrazione Matematica Di Cellule, disco in arrivo proprio in questi giorni, grazie anche ad una certa attenzione in fase di produzione. Meno compresso rispetto all’ep, l’upcoming album rielabora alcuni dei pezzi presenti in Ruggine e sarà una gradita sorpresa per gli amanti delle sonorità pesanti e pensanti.
In ogni congrega che si rispetti ci sono quelli rissosi e sboccati, quelli che arrivano per ultimi alle feste ma che si fanno notare da subito. In questo caso tocca ai Cani Sciorrì, power-trio dissacratorio, violento e senza peli sulla lingua come già si intuisce dal nome. Cani Sciorrì significa cani sciolti – ci suggerisce Daniel, propulsore ritmico della band – ma ne esistevano già troppi di gruppi chiamati così…la sciorra è quando caghi molle, quando lo stomaco fa male e l’abbiamo scelto perché i Cani ti fanno vibrare lo stomaco a suon di rock’n’roll!!!
I Cani sono tre e poco o nulla hanno a che vedere con la famosa enciclopedia: Alessandro Cerrato (voce/chitarra), Francesco Lamberti (basso) e Daniel Daquino (batteria). Vengono da Fossano, Foss Angeles per gli amici, e hanno dalla loro un gran tiro r’n’r garage ma anche una notevole dose di autoironia. Ad ascoltare Parte V, il cd del 2006 che ne sancisce l’uscita dai confini provinciali dopo il demo d’esordio Flat, ci si rende conto che quelle di Daniel sono parole sante: autoprodotto in collaborazione con due realtà storiche della Torino antagonista (El Paso e San Martin) l'album è un 6 pezzi di blues’n’roll al fulmicotone che macina la furia sporca degli Unsane come fosse fertilizzante per reietti e che fa telluricamente vibrare lo stomaco di chi ascolta. Musica straight in your face, senza fronzoli né ghirigori, roba da caterpillar in calore. La copertina di Parte IV – comeback di un paio di anni fa e ultima manifestazione del trio ad oggi – la dice lunga sul loro atteggiamento e di conseguenza, sul contenuto del fiammante vinile rosso: lerciume finto-pugilistico con contorno di macchine scassate e depravazioni autoironiche. Un immaginario da Fight Club ma travisato dalla folle lucidità di Ciprì e Maresco, come ha sottolineato qualcuno: il giusto ritratto per una musica tirata allo spasimo. Il nostro rapporto con la musica pesante nasce per ovvi motivi anagrafici dagli anni '90; tutti e tre abbiamo ascoltato in modo diverso e soprattutto cose diverse in quegli anni, ma tutta quanta roba che si può definire pesante.
Una linea rock nemmeno tanto sottile che dall’hardcore (Refused) passa per il metal (Pantera) fino ad arrivare al noise (Unsane), bastardizzando il tutto (Mastodon, Tool, Converge). Influenze dalle quali però non può mancare la vicina Torino, col suo mix di suoni stringenti e disperata urgenza comunicativa. Per me l'hc anni 80 torinese è stato molto importante per tutto ciò che ha rappresentato nell'hc italiano e non. Tutte le persone che suonano devono imparare da quella scena; l'importante a quei tempi era suonare,dire le proprie cose, esprimere la propria identità e non c'è modo migliore che farlo attraverso la propria musica. Tutti loro ci sono riusciti davvero bene, dai Negazione agli Indigesti.
I ragazzi hanno un gran tiro garage, suonano diretti in faccia il loro blues-core’n’roll privi di ogni forma di timore reverenziale, tanto che, narra la leggenda, qualche anno addietro rubarono la scena in un live estivo torinese della Blues Explosion. Non male vero? Per ora non ci resta che aspettare un prossimo disco già in cantiere, come ci confida sempre Daniel, essere in dirittura d'arrivo: I pezzi per "Cani Sciorri - Parte III" sono pronti. Bisogna solo registrarli e tutto sarà presto nelle vostre orecchie.
Altro nome criptico e altro assalto chitarristico. Fuh, un quadrilatero che sta alla base della formazione del noise del Canalese: Andrea Pisano (chitarra), Federico Borelli (batteria) a gestire l’etichetta, Nicolas Joseph Roncea (voce, basso) a articolare geometrie con altre band (Io Monade Stanca oltre che in solo) e Edoardo Vogrig (chitarra, voce) a completare la line-up.
Una serie di produzioni in proprio – God eats us in the morning (2004), int/ext (2006), lo split con i Ruggine (2005) – e nel 2007 le registrazioni di Extinct, metà disco, metà demo che apre le porte della considerazione anche in casa SA. Ora è la volta dell’appena uscito Dancing Judas, vero e proprio esordio potente nei volumi e screziato nella tavolozza usata.
Un bell’ibrido, i Fuh. Di base definibili grunge, anche se il neologismo più famoso d’inizio ’90 è più una suggestione che un vero suono. Per rimanere ai gruppi di casa, diciamo un buon punto d'incontro tra furia post-hc (Ruggine) e elaborazioni math (Io Monade Stanca), con una certa attenzione per dissonanza strumentale e melodia vocale: Essendo strettamente in contatto con le realtà cuneesi – conferma Federico Borelli – è chiaro, naturale e bello che ci si influenzi a vicenda e che alcuni elementi comuni vengano fuori. Fuh è un progetto meno estremo da un punto di vista puramente di genere, la furia è contenuta e non ci sono strutture esageratamente spigolose nei brani. La differenza sta proprio nel fatto che è ben presente, anche se magari si nasconde dietro riff irregolari o arpeggi sghembi, l'idea di "canzone".
In Extinct questa volontà è evidente, seppur allo stato embrionale. L’irruente potenza di Henry Rollins plasmata sulla non convenzionalità di Captain Beefheart, diceva a ragione Zampighi in recensione prima di citare quella parolina magica che quasi nessuno rievoca in questi anni ’00: grunge. L’abrasività, l’irregolarità, la deformazione del senso melodico che si manifesta in tutta la sua maturità nel nuovo album: In Dancing Judas è evidente il tentativo di valorizzare al meglio la melodia – conferma Federico – e non mi riferisco semplicemente a quella vocale ma anche agli intrecci di chitarre, agli stacchi ecc. Sostanzialmente i Fuh sono un gruppo che fa canzoni. E le fanno bene, non rinunciando mai alla grana grossa delle chitarre né alle distorsioni, men che meno agli intrecci strumentali o ad una personale forma-canzone.
Quello che sorprende del quartetto è la policromia indie di base sulla quale si sviluppa un furore chitarristico memore dei momenti più interessanti dell’hardcore made in Washington (chiedere a casa Dischord, per intendersi) o al limite San Diego (citofonare Headhunter). Convivono nelle musiche del quartetto reminiscenze e segni, slanci e indizi di gruppi che più diversi non si può: Unwound e Motorpsycho, At The Drive In e June Of 44, Soundgarden e Nirvana. Segno di schizofrenia o di grande capacità nel condensare un universo sonoro privo di riconoscibili punti fermi? Noi propendiamo per la seconda ipotesi, visto soprattutto il procedere a scatti e spigoli che fa molto math senza però cadere nel tranello della noiosa cerebralità del genere. Anzi, cambi di ritmo e sterzate improvvise non nuocciono affatto alla sensibilità “pop” dei pezzi, screziandone le potenzialità catchy. In definitiva, Fuh è un quartetto che, parole loro, nasce, vive e molto probabilmente morirà a Canale. Dancing Judas è lì, pronto a dimostrare il contrario.
Scheda: Io Monade Stanca, Fuh, Ruggine, Cani Sciorrì