Neppure mi sorprende l'entusiasmo con cui il pubblico accoglie i pezzi nuovi (soprattutto riguardo la coinvolgente Góðan Daginn), maggiore - che lo crediate o meno - di quello riservato a cavalli di battaglia quali Olsen Olsen o alla invero sempre stupenda Ný Batterí. Il punto è che i Sigur hanno voltato pagina, bisognerebbe accettare la cosa fino in fondo, in primis Jónsi e compagni. La loro partita si gioca ormai su un versante pop "alto", raffinato e frugale, come un fendente di fioretto portato alla vena scoperta tra la sobrietà del sound e certe doglianze melodiche semplici ma efficaci, fidando ora su uno splendido afflato cameristico e poi su trepidi minimi termini folk.
Una calligrafia evidentemente decantata dalle esperienze, dalla voglia di rinnovarsi partendo da se stessi. Tu chiamala se vuoi maturità, fatto è che le tattiche di accumulazione ed esplosione del passato (da Svefn-G-Englar a Sé Lest) suonano oggi come impetuosi peana adolescenziali, fatalmente foderati da un alone di "come eravamo" che un po' stona e a dirla tutta - ebbene sì - stanca. Per dire, sia le quattro Amiina con la loro parvenza di ninfe arboree che la candida brass-band (un bel miraggio felliniano dopo un trip oppiaceo nel cotton club) sembrano un bel po' a disagio quando attorno a loro monta la furia elettrica degli elementi, malgrado siano presenze davvero azzeccate anzi direi irrinunciabili tanto dal punto di vista scenico che sonoro (vedi che razza di festa imbastiscono con Gobbledigook).
Se vi pare il caso, potremmo eleggere questa scomoda situazione ad emblema di una crisi non del tutto risolta eppure fruttuosa, ovvero necessaria. Almeno per tutti quelli che si aspettano di avere a che fare per molto tempo ancora con una grande band chiamata Sigur Ròs.
Scheda: Sigur Rós