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Pubblicazione 19 Luglio 2008

Sigur Rós

Giardino di Boboli, Firenze (11 Luglio 2008)

La cornice è di quelle coi fiocchi: notte d\'estate con stelle appese sopra il giardino dei Boboli, più o meno nel cuore di Firenze. Dove una folla nutrita siede attendendo gli islandesi col loro corredo di sogni epici, esotismo misterioso, angelica potenza, romanticismo fanciullesco e quant\'altro. Nell\'aria si respira curiosità e chi scrive ne mette un bel po\' della propria, visto il cambiamento radicale di sound e poetica introdotto dall\'ultima fatica Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust.
Sigur Rós
Christian D 2008
Gente precisa, gli islandesi: neanche il quarto d'ora di ritardo accademico che la serata ha inizio. Il tempo di smaltire un pizzico di sconcerto provocato dalla mise dei quattro (sorta di travestimento alla Village People minimali: il pianista in frac, il cantante coi peneri, il bassista tipo il Boss altezza Tunnel Of Love, il batterista in tenuta da regnante bislacco come una nostalgia The Tubes...) e subito abbiamo modo di accorgerci quanto il vecchio verbo Sigur male si stemperi col nuovo, come se gli idiomi non fossero sovrapponibili e a dire il vero lo sospettavamo. Alla fine, insomma, non stupisce se la scaletta caracolla con un certo affanno tra i fasti del passato e le più fresche trepidazioni, pescando quattro pezzi dal più recente lavoro, tre dall'epocale Ágætis Byrjun, ben cinque da Takk e uno ciascuno da Von, Heima e ().

Neppure mi sorprende l'entusiasmo con cui il pubblico accoglie i pezzi nuovi (soprattutto riguardo la coinvolgente Góðan Daginn), maggiore - che lo crediate o meno - di quello riservato a cavalli di battaglia quali Olsen Olsen o alla invero sempre stupenda Ný Batterí. Il punto è che i Sigur hanno voltato pagina, bisognerebbe accettare la cosa fino in fondo, in primis Jónsi e compagni. La loro partita si gioca ormai su un versante pop "alto", raffinato e frugale, come un fendente di fioretto portato alla vena scoperta tra la sobrietà del sound e certe doglianze melodiche semplici ma efficaci, fidando ora su uno splendido afflato cameristico e poi su trepidi minimi termini folk.

Una calligrafia evidentemente decantata dalle esperienze, dalla voglia di rinnovarsi partendo da se stessi. Tu chiamala se vuoi maturità, fatto è che le tattiche di accumulazione ed esplosione del passato (da Svefn-G-Englar a Sé Lest) suonano oggi come impetuosi peana adolescenziali, fatalmente foderati da un alone di "come eravamo" che un po' stona e a dirla tutta - ebbene sì - stanca. Per dire, sia le quattro Amiina con la loro parvenza di ninfe arboree che la candida brass-band (un bel miraggio felliniano dopo un trip oppiaceo nel cotton club) sembrano un bel po' a disagio quando attorno a loro monta la furia elettrica degli elementi, malgrado siano presenze davvero azzeccate anzi direi irrinunciabili tanto dal punto di vista scenico che sonoro (vedi che razza di festa imbastiscono con Gobbledigook).

Se vi pare il caso, potremmo eleggere questa scomoda situazione ad emblema di una crisi non del tutto risolta eppure fruttuosa, ovvero necessaria. Almeno per tutti quelli che si aspettano di avere a che fare per molto tempo ancora con una grande band chiamata Sigur Ròs.

Scheda: Sigur Rós

copertina pdf #88
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