Ammirevole. Traslare il rock meno convenzionale dal palcoscenico di un club a quello di uno dei teatri più illustri di Ravenna. Bronson Produzioni si conferma come una realtà solida guidata da appassionati e noi ringraziamo sentitamente. Anche perché non capita tutti i giorni di poter assistere a un doppio concerto comodamente seduti, con un impianto luci degno di questo nome e un suono avvolgente. Senza dimenticare il valore aggiunto dell'abside della chiesa monastica di Santa Chiara a fare da sfondo naturale a un evento che, sulla carta, è di quelli da non perdere.
Six Organs Of Admittance e Woven Hand: come a dire, due modi diversi di dare alla musica una valenza profonda e lontanissima nel tempo. I primi persi in un fingerpicking dilatato in bilico tra psichedelia e suoni ancesterali, i secondi spacciatori di incubi biblici e metà oscure da “bassa” sudista americana. E' un polverone folk che torna alle radici, e poco importa che la chitarra di Ben Chasey sia una Fender elettrificata o che il sempre coreografico David Eugene Edwards macini fondali registrati di synth sulle solite fucilate di sei corde tremolanti.
Ci sarebbe di che gioire, ma ci accorgiamo con il passare dei minuti che non è tutto oro quel che luccica. A disilluderci pensano proprio i Six Organs Of Admittance, a cui tocca aprire. Ce li aspettavamo lucidi, razionali e invece per la prima mezz'ora ci troviamo di fronte a un'entità scoordinata, poco in serata, persa tra coinvolgimento ai minimi storici e suono impastato, autoflagellazioni strumentali e resa mortificante delle ottime cose ascoltate su disco. Più che a John Fahey, Chasey somiglia a un John Garcia dei Grateful Dead musicalmente sovrappeso e poco creativo, con i suoi virtuosismi freddi come il marmo e il resto della band (batteria e due chitarre elettriche, di cui una torturata dalla Elisa Ambrogio già nel libro paga dei Magic Markers) che lo segue in ogni passo falso. Difficile giustificare il tutto, se non chiamando in causa un momentaneo sbandamento. Tanto più che nella seconda parte di set ci si riprende un poco – anche grazie a un battere ai tamburi capace finalmente di sintonizzarsi sulle divagazioni elettrificate del front man -, ritrovando il bandolo della matassa e riuscendo a recuperare la compattezza necessaria per chiudere (quasi) in attivo.
Discorso diverso per Woven Hand. Il buon Edwards è di casa qui, come dimostra il suo passaggio all'Hana-Bi di Marina di Ravenna della scorsa estate. Tanto che ormai il musicista americano recita come da copione, con le solite pose da tarantolato, echoes Mississipi anni '30 e un'espressione che da sola fa metà concerto. Bandana in testa, riflettore costantemente puntato sulla sua persona, voce riconoscibilissima e accordature aperte sotto un bottle neck che con due note butta giù il teatro. Un misto di mestiere e reale trasporto che piace da morire, sorretto com'è da un power drumming studiato ad hoc e certi bassi di regola coriacei e inquietanti, anche se non sempre a tono. Come nel caso di una Straw Foot ripresa da Secret South dei Sixteen Horsepower, di cui questi ultimi contribuiscono a minimizzare il fascino arcaico con un'invadenza quasi fuori luogo. I momenti migliori, comunque, sono quelli in cui il leader della formazione si concede in solitaria, alternando alla schiera di chitarre riposte in ordine alle sue spalle la banjola d'ordinanza. Il mood ne guadagna a dismisura e in questa veste emerge pure il reale background di Edwards. Sospeso consapevolmente tra tradizione rock-blues e un approccio al canto radicale, come potrebbe essere quello di un muezzin arabo o di un nativo americano. Anche nella Heart & Soul cover dei Joy Division che come di consueto chiude il set e manda tutti a casa col groppo in gola.
Scheda: Woven Hand, Six Organs Of Admittance