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Pubblicazione 02 Gennaio 2010

Pan Sonic, Martin Rev

Locomotiv, Bologna (28 Novembre 2009)

Le due facce del rumore. Chi non può che prendersi poco sul serio, e chi ha bisogno di celebrarsi. Nuove e vecchie mitologie.
fotografati nel backstage del TPO
Pan Sonic
Karin Andersen 2005
fotografati nel backstage del TPO

I due lati opposti del mito. O meglio, le due interpretazioni sulla linea di superficie. Una serata con Pan Sonic che si celebrano per l’ultimo degli ultimi concerti (o quasi) e un Martin Rev che porta sul palco il suo passato è ricca di considerazioni per il mondo sofisticato – e underground, sia chiaro – dell’elettronica. E quindi non è male vedere le due attrazioni specchiarsi l’una sull’altra e notarle riflesse con notevoli divergenze.

Ma andiamo con ordine. Apre le danze al Locomotiv di Bologna il redivivo Martin Rev, che sfoggia i mitici (non è aggettivo usato in senso ingenuo) occhiali da sole dei tempi che furono per dire che i tempi sono. Indefinibile la sua età (in realtà nota, basta fare due conti). Ineccepibile la forma. Intatta la nonchalance. E il ghigno con cui esalta chi vuole divertirsi con l’ironia con cui Rev si approccia e ci ripresenta oggi a quel periodo – e quella band – che tutt'ora porta con sé una sacralità intatta. Parliamo della no-wave, e dei Suicide, ovviamente. Della band Martin ci riproduce – come spirito, soprattutto, e con tanto di vocalizzi strozzati alla Alan Vega – il secondo disco, con quel gioco synthetico, urbano e già più glam che intellettuale. Eppure ancora essenzialmente “no”. Qui sta la capra e il cavolo. Ciò che sottolinea lo snellissimo Martin e il suo armamentario di elettronica è la possibilità oggi di aprire un barattolo e ascoltare anche dal vivo la no-wave in vitro. La no-wave che non appartiene più solo a un tempo e a uno spazio irraggiungibili, i cui protagonisti in tanti abbiamo visto direttamente sul palco.

E per uno che denuncia a suo modo l’artificialità della purezza del mito, altri due che si prendono sul serio finendo per risultare meno credibili. Qui partiamo dalla fine. Una scritta cubitale passa sugli schermi che fino a poco prima avevano ospitato il più classico e atteso spettrogramma minimale tipica degli ex-Panasonic. La scritta recita, appunto, “Pan Sonic”. Celebra un evento avvenuto. E chiude con coerenza un set fatto di scarsissimo rigore, e che quindi di fatto ha negato la principale cifra distintiva dei Pan Sonic. Almeno dal vivo. Pezzi isolati, scoordinati tra loro, sbruffonate di rumore bianco (seppure bellissimo), tanti stralci di Kulma (per i fan), molti colpi a effetto. Le orecchie apprezzano, il corpo e la mente meno. Niente di grave. Li aspettiamo a rinnovare il rigore (in vitro), in una reunion.

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