“Senza cuore e artisti dove i loro compatrioti sono accorati e senz’arte, i Six Finger Satellite sono il miglior gruppo della Sub Pop dai tempi di chi-sapete-voi.” (Melody Maker)
Ci aveva preso, il defunto Melody Maker, una volta tanto. O quasi, poiché questi ragazzi del Rhode Island un cuore l’avevano e assai rivelatore, benché mediato da ragione e sarcasmo. E’ noto che chi ami sia critico dell’oggetto dei propri sentimenti, ed è cosa logica: i Six Finger Satellite, come i Devo, amavano - nel loro perverso modo… - la società americana. Ne erano perfetti figli degeneri, come appare dall’etica del lavoro incanalata dentro una critica verso la “american way of life” assai sottile. Ed è soltanto se disponi di un cuore indurito al punto giusto, puoi resistere mentre altri mediocri incassano danari sulle tue intuizioni. La soddisfazione, se tale è, resta l’aver indicato da pionieri un passato recuperabile da smaliziati che non restano stritolati, che cavalcano l’onda che fu nuova senza annegare. Perché guardavano anche a quella Germania Anni Settanta che oggi fa chic citare ogni minuto, e sa di scontato, di fretta d’arrivare da nessuna parte.
Nel 1992, in pieno grunge, era la cosa più fuori dal mondo che si potesse pensare era un recupero - e personale il suo - di istanze kraut e new-wave. Se aggiungevi un lavoro sulla psicologia dell’ascoltatore (messo in difficoltà da repentini cambi di stile e audaci trapianti) e la capacità di fomentare la paranoia per demolirla nello spazio dello stesso brano, le carte per entrare nelle enciclopedie non mancano. Sarà una questione di tempo, che vorremmo vedere aiutata dall'attuale ritorno sulle scene, sempre col loro tempismo fuori sincrono oppure no; con quell’abilità nel complicarsi la vita da finti tamarri a stelle e strisce. Con la svagatezza da personaggi di Douglas Coupland, non fossero ben più maligni pur sempre a nostro beneficio: di occhi aperti di fronte al nulla pneumatico del post-moderno non se ne parlava; piuttosto di condurre una vita normale con un lavoro normale in modi che normali davvero non sono. Prendete un concittadino illustre come H.P. Lovecraft o i terroristi sonori giunti da Providence nell’ultimo decennio: ti fanno riflettere su cosa ci sia nell’acqua da quelle parti, laddove si tratta della benefica dislocazione tipica della vita lontana dai grandi centri. Della provincia, a farla breve, che permette di rileggere mode e fenomeni in modo critico. Poche storie: come in un romanzo di Philip K. Dick, se prevedi, preconizzi.
Poteva nascere solo al tramonto del rock “indie” americano, una band siffatta, in un 1990 dove i Sonic Youth arrivavano alla Geffen. L’impero di sabbia delle “indie label” cedeva sotto lusinghe e pressioni e il revival sixties lasciava posto ai ’70. Tra i tanti che oltre i Led Sabbath non sapevano andare, Jeremiah “J.” Francis Ryan (voce/tastiere), John MacLean e Peter Phillips (chitarre), Chris Dixon (basso), Rick Pelletier (batteria) osano di più e di meglio: “Eravamo soliti provare ogni sera della settimana, non per diventare dei virtuosi dei rispettivi strumenti ma per trovare il modo di suonare la musica più potente possibile. Venivamo da un retroterra punk dove l’impegno rappresentava tutto; da ragazzini ascoltavamo hardcore, per cui volevamo esprimerci al meglio con dedizione quasi fanatica.” (John McLean) Detto fatto: i primi risultati sono inviati con un demo alla Sub Pop che li assolda all’istante; il nastro esce come l’e.p. Weapon nel 1992, attestato acerbo benché recante in tralice quanto nascosto tra il punk e l’hard. La medesima annotazione valga per il doppio 45 dell’anno seguente spartito con i Green Magnet School, Declaration Of Techno-Colonial Independence, vieppiù disseminato di indizi come fiati, synth e stramberie assortite.
Non deluse dunque le attese il debutto a 33 - in realtà due mini riuniti - The Pigeon Is The Most Popular Bird (Sub Pop, 1993; 7,5/10), dove Kurt Niemand subentra a Dixon e Bob Weston siede alla regia. Metamorfosi robusta e in retrospettiva incompleta, alterna dieci canzoni vere e proprie con undici strumentali, alcuni semplici schizzi e altri - i migliori - più compiuti, che spaziano dal "krautismo" (7,9) al rock spaziale (5) per mischiarli (11) come fanno con Cluster e il David Bowie berlinese del plumbeo masochismo 21. Le composizioni vere e proprie sono operazione analoga, rileggono la new wave mischiando la visione di discepoli e maestri col favore del distacco critico e cronologico. Laughing Larry esce dal Metal Box e Save The Last Dance For Larry da un più esasperato Entertainment!; Love (Via Satellite) può dirsi inedito dei Mission Of Burma e diverse tracce omaggiano l’amata asse Birthday Party/Jesus Lizard. La scala reale si cala col sensazionale boogie blues destrutturato in stile Captain Beefheart Hi-Lo Jerk (Marcellus Hall dei Railroad Jerk all’armonica) e una Takes One To Know One di jazzata demenza. Tra una genuflessione noise e l’altra, afferri squadrature ritmiche e piccoli dettagli d’elettronica citazionista etichettabili oggi come post-rock.
Oltre il rock e non solo stavano, alla luce del successivo di un anno Machine Cuisine, 10” che pigia il pedale su tastiere e assurdità in scia agli Mx-80’s come del resto la semiomonima cassetta, mentre al corcevia tra omaggio e sfoggio di carattere sono i concerti interminabili e dissacranti, il sintetizzatore a tracolla e le tutine indossate. Aria di cambiamento che reagisce all’uscita di scena di Phillips e Niemand, stroncato da un’overdose: dentro James Apt per il capolavoro Severe Exposure (Sub Pop, 1995; 8,0/10), che mostra la via ai Trans Am - e Brainiac e VSS, Lost Sounds ed El Guapo - tramite un cocktail di Beefheart e krautrock ad elevata tossicità. Fusione indistinguibile di moog e chitarrismo abrasivo, solidità d’impianto e capacità d’elevazione, di Chrome, Shellac, Blues Explosion (Board The Bus: nel delirio sentite anche il basso letteralmente copiato dai manichini Strokes). E cento altre cose ancora, come chiariscono l’isteria danzereccia di Cockfight, gli echi industriali in Simian Fever, l’adrenalina colante da Bad Comrade e Dark Companion. Geniale trasfigurazione della tradizione dall’interno, il disco smonta e rimonta strutture (esemplari Rabies e Where Humans Go) senza lesinare sfregi.
Frattanto, una fetta di anticipo contrattuale se n’è andata nell’allestimento di un proprio studio di registrazione - inciso lì quanto appena magnificato - chiamato The Parlour. Da lì, un po’ come i Kraftwerk, il triennio seguente vedrà gente di belle speranze prendere esempio per smuovere le fondamenta del rock alternativo. Poco dopo, un video a basso costo della tambureggiante Parlour Games si infiltra in un episodio di Beavis And Butt-head ma non sarà la loro Whip It. Almeno non in termini di vendite incrementate, giacché Paranormalized (Sub Pop, 1996; 7,1/10) esce troppo a ridosso del predecessore e a tratti perde di vista la scrittura, sino a quel momento lenta e tuttavia inesorabile a conquistare spazio. Sebbene ci si muova di lato e non avanti, la caratura resta buona (Padded Room, Great Depression) e addirittura ottima (la tagliente Greatest Hit e il Lydon rimbambito dalle strobo in Coke And Mirrors; i ronzii di Paralyzed By Normal Life e il senno perduto da Slave Traitor.)
Lo stallo, però, però più grave del previsto, un arenarsi su secche sperimentali che avrebbero meglio figurato agli inizi; a questo punto, sospetti una tartaruga che tira la testa dentro al carapace. Il 12” su Load di quello stesso anno, dal titolo “programmatico” - autocritico? - Clone Theory, si fa ricordare solo per i Tubeway Army con parentesi “concreta” di Ich Weil Nacht e una War Cries da coltello tra i denti. Il resto sono strumentali limitati entro una “weirdness” episodica ed eccessivamente compiaciuta. Logorati, i Six Finger Satellite, s’imbarcano in una tournee lunga mesi in compagnia di numi tutelari (Shellac, Jesus Lizard) e discepoli inizialmente simpatici (Trans Am). Al termine, tirano il fiato e assoldano un produttore/musicista che di strada ne farà parecchia e lastricata d’oro, James Murphy. Logico dunque che, oltre a rivelarsi egregio per penna ed esecuzione, il quarto lp Law Of Ruins (Sub Pop, 1998; 7,5/10) sia quello che “suona meglio”: festa raffinata ma energica d’intarsi e magie della consolle, richiami space-rock in contesti rumoristi e sagaci intuizioni da scuola teutonica anni ’70.
Guarda da adulto lo ieri dei suoi artefici (Race Against Space, Lonely Grave) e cambia le carte in tavola (l’elettro-dub che non esplode mai Fall To Pieces, l’omonimo metal cibernetico); apre il suono al “panorama” (una Fuer Immer Liebe prossima a lidi Schwingungen, la struttura stratificata di The White Visitation e Hertz So Good), s’impiastra allegro le mani in laboratorio (Sea Of Tranquility: undici minuti di Sonic Youth elettronici; New Kind Of Rat: nuovo miracolo hard rock).
Terminano qui i giochi, alla dimostrazione di affinità elettive e al reciproco scambio di favori sottolineati dall’investitura del futuro LCD Soundsystem a “uomo del suono” negli spettacoli dal vivo. Si chiude benissimo un cerchio ispirativo ed esistenziale: MacLean saluta per accomodarsi sulla pista da ballo sotto l’egida della murphiana DFA ed è un colpo bassissimo. Ecco la prima dissolvenza, costellata da problemi con l’etichetta: “Nulla da dire circa il comportamento della Sub Pop, che si è anche rifiutata di lavorare alle nostre recenti uscite. Probabilmente è meglio così: sarebbe stato un ennesimo giorno coi soliti problemi, dato che oggi Sub Pop è nel pieno di una sbandata “retro ‘60”. Fossimo ancora con loro, salterebbero fuori le vecchie questioni: siamo fuori posto e non saprebbero che fare di noi. Un decennio fa stavamo per raggiungere un certo “successo”, però il mondo della musica è per ritardati, come chiunque con un pizzico di cervello può capire. Suppongo che in quanto gruppo “influente” potremmo far soldi da qualche cazzo di reunion, ma non accadrà. A questo punto, mi basta registrare nuove canzoni.” (J. Ryan)
Nuove uscite, già: nel ‘99, Ryan e Pelletier, vicendevoli bracci destri, ricompongono il puzzle con due membri dei Landed - Apt è tornato a Boston - fino al 2001 senza registrare alcunché. Occorre l’arrivo degli altri locali Dan St. Jacques e Brian Dufresne per lavorare su otto brani, “riesumati” dalla Load soltanto pochi mesi fa per Half Control (cfr. spazio recensioni). L’ascolto riconsegna la difficoltà a reagire, dote umana che conferma il cuore di cui in apertura e qui sta il pregio più profondo dell’opera. Purtroppo, rabbia e distrazioni annebbiano la mente e appesantiscono un passabile noise-punk in cui l’elettronica viene messa da parte ed è una mossa a vuoto. Ci sono muscoli, foga e fracasso da vicolo cieco o, tutt’al più, da uscita laterale: solo due le cose irrinunciabili - l’articolata ed elegante Artificial Light; il “lato oscuro” Bored Oracle - eppure sufficienti a un’assoluzione e a uno spiraglio di speranza. Succede però che tutto venga all’epoca accantonato per cause di forza maggiore e ci si separi più a lungo. Rick Pelletier fa del dub con i La Machine e siede dietro tamburi e piatti per i validi copisti P.I.L. The Chinese Stars; Ryan si trasferisce in Colorado e suona con gli Athletic Automaton. E’ la pausa necessaria a ricaricarsi e a lenire delusioni e amarezze.
“Credo che la differenza o la direzione siano ora basate sui membri del gruppo: ci sono stili personali distinti che, quando combinati, danno nuova magia. Inoltre è salutare che non vi sia un “programma” e che suoniamo ciò che ci piace fino a renderlo nostro. C’è stato un tempo in cui Six Finger Satellite prendevano idee per trasformarle in canzoni; persino i riff e i suoni più stupidi potevano essere cool, ma verso la fine dei ‘90 siamo incappati in qualche esercizio di stile. Ora siamo tornati a un approccio più libero e disinvolto verso i nostri modi eccessivamente perversi. Siamo sempre in movimento!” (J. Ryan) Possibile che siano queste - e una sana indifferenza verso il tribolato passato, vorremmo aggiungere - le ragioni dell’ottima forma attuale, in un 2009 in cui la nuova wave al cubo affoga nell’insipienza.
L’equipaggio è cambiato di nuovo, Rick sta alla chitarra timpiazzato da Jon Loper dei Made In Mexico. Mai allontanatisi veramente, come quei Three Mile Pilot al pari importanti e redivivi, Pelletier e Ryan posseggono un’intesa rodata e messa a frutto in cinque mesi di calibrato lavoro in studio. Lavagna ripulita da dubbi e abbozzi, A Good Year For Hardness mostra coerenza e verve ritrovata, confermandosi presenza necessaria nell’odierno pantano sonoro. Che viene smosso con vigore, soprattutto da Don't Let Me (essere sexy secondo The Fall), Midnight Rails (ostacoli triturati con noncuranza), Hearts And Rocks e Rise (la tradizione rinasce splendida). Bentornati, ragazzacci dal cuore duro.
Scheda: Six Finger Satellite