E adesso che il concerto è finito, ti resta la sensazione d'aver assistito a due, anzi tre, a non so bene quanti concerti incastrati assieme. Compressi ed espansi in oltre due ore sudate, tirate, distese ed infine - ahinoi - evaporate in una nuvola di ricordo indelebile. Di questo sincretistico rituale adult rock, Jeff Tweedy è impagabile quanto improbabile cerimoniere, stretto nel suo tipico giubbottino jeans, l'aria da povero cristo stropicciato e vagamente pasoliniano, un disilluso che forse ha finalmente fatto pace con la vita. Forse.
Attorno a lui, assieme a lui, una band con i controcoglioni. Nella quale spiccano i contributi di Nels Cline - dalla cui chitarra spasmodica e incendiaria il Wilco-sound davvero sembra non poter più prescindere - e Glenn Kotche, probabilmente il batterista rock più dinamico ed evoluto sulla piazza. E' un sestetto che impressiona per la compattezza, quel senso di interplay assieme disinvolto e rigoroso che permette anzi incoraggia anzi esige evoluzioni soliste sempre ben integrate nel sound. Sound che quindi si sbriglia come tumulto organizzato, una tempesta mentale che ora infuria ora si placa fino ad uno stato di quiete armata, dove comunque quella tempesta non smette mai d'esserci e somiglia maledettamente a qualcosa di veramente accaduto. Che forse la vita ha metabolizzato. Forse.
E' una sarabanda di cicatrici che tornano a farsi sentire, di fitte nell'anima che metti a tacere con scariche d'adrenalinico abbandono, questa la formidabile terapia che il rock'n'roll può - e sa - apparecchiare. Le ricette si sbrigliano tra il chimico e l'alchemico: una versione cubista della Band, un John Lennon risorto post-rock, certe imponderabili epilessie Steely Dan, Gram Parsons infebbrato soul, una autobahn tra San Francisco e Chicago... Ad ognuno la cura adeguata, lo sciroppo prediletto. Il dosaggio è pur sempre quello della canzone.
Tra queste, al sottoscritto hanno provocato brividi fin dentro lo stomaco Via Chicago e At Least That's What You Said. Su tutte però ho gradito i positivi effetti di una stratosferica Impossible Germany, nonché il conforto del cazzeggiare generoso e impeccabile durante Hate It Here e Spiders. Scaletta ricchissima, orientata dalle parti di A Ghost Is Born. Se guardi al resto del repertorio hai l'impressione - oserei dire la certezza - che se ne potrebbe ricavare almeno un'altra di pari bellezza e intensità. Questo sono i Wilco, oggi. Bontà loro. Fortuna nostra.
Scheda: Wilco