Già lo sappiamo. Finiremo col perderci in una trafila di luoghi comuni. Cerchiamo di esaurirli nel giro di qualche riga, dicendovi in primis che gli Zen Circus sono semplicemente una delle migliori macchine da concerto uscite in Italia negli ultimi anni. Se non ci credete chiedetelo al pubblico “incravattato” e trendy dell'Officina 49, capace di trasformarsi nel giro di un'ora in un Hyde con diritto di replica alle provocazioni (volute) di un Appino decisamente in serata. Sottolineando poi come il trio pisano eviti con grazia gli stereotipi legati alla “notorietà” - nonostante gli ottimi riscontri raccolti da Andate tutti affanculo –, grazie a un set sudatissimo e coinvolgente. Rilevando infine come l'esperienza non sia solo un accessorio ma torni utile quando c'è da confrontarsi con situazioni in cui non tutto gira per il verso giusto. Vedi alla voce “acustica”, in un locale in cui - complice anche una morfologia evidentemente poco consona - l'impianto spara nel modo giusto gli strumenti ma perde per strada la voce.
Venendo alla cronaca, si parte con Gente di merda e si finisce con It's Paradise, per un concerto che prende in prestito soprattutto episodi tratti dall'ultimo disco (tutti in scaletta a eccezione di Amico mio) e dal precedente Villa Inferno. Segno evidente che dello scarto esistente tra il nuovo materiale e la produzione passata s'è accorta anche la band e non solo qualche critico particolarmente puntiglioso. Tanto più che l'impatto live dei nuovi brani è devastante, sia per chi con certe cadenze punk-rock-autoriali ci traffica già da un po' sia per chi non ha mai sentito parlare della formazione. Conseguenza diretta, crediamo, di una scrittura finalmente riconoscibile e ricca di personalità.
Nella girandola delle richieste c'è tempo per il pop di Punk Lullaby e l'ironia di Vent'anni, i Talking Heads di Wild Wild Life e il Sud America di Mexican Requiem, la poesia da strada di Figlio di puttana e il punk di Vana gloria, oltre che per una cover raffazzonata ma cattivissima di White Light White Heat dei Velvet Underground. Quest'ultima suonata con un signor “nessuno” - probabilmente un autoctono – emerso dal pubblico con chitarra elettrica al seguito e deciso a improvvisare una jam session con il Circo Zen. Dettagli, anche questi, che la dicono lunga su un approccio alla musica che per la band rimane democratico, senza filtri e slegato dalle dinamiche di ruolo che lo stare su un palco di solito dovrebbe prevedere.
Scheda: Zen Circus
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