Assistere a un concerto di Shit & Shine è un esperienza quasi mistica. Tour-de-force tribali, da 5 a 10 batteristi a colpire all'unisono il medesimo immutabile ritmo, torturato da feedback maligni, ultrabassi tellurici ed elettronica potente sparati al massimo da amplificatori Orange. Se poi si aggiunge una teatralità fatta di galline epilettiche a contorcersi dentro costumi da coniglio, improbabili caricature da fine del mondo e in generale grotteschi scenari dell'assurdo, si ha un quadro completo dell'universo Shit & Shine. Si capisce così anche perché quel tempio della musica stramba e rumorosa che è la Load abbia prodotto il loro scorso album, Küss Mich, Meine Liebe. Un disco che poco aggiunse al precedente acclamato Cherry, ma che consacrò la band nei circoli alti del noise "out" d’inizio millennio. A spartire il posto con le altrettante batterie di Burmese o con le creature di Brian Chippendale: Lightning Bolt e soprattutto quei Mindflayer dallo stesso vizio per l'elettronica arrugginita.
La band nasce da un’idea del texano Craig Clouse (oltre che nei Todd, è stato uno dei tentativi degli Hammerhead di sostituire il chitarrista Sanders ) che trasferitosi a Londra, voleva una valvola di sfogo per le sue perversioni: rumore e ritmo. Assoldati Larry Mannigan e Frank Mckayhan - per batterie e tagliaerbe, recitano i loro booklet - ecco Shit & Shine. E se dei loro concerti pazzeschi, che hanno reso famosa la band in giro per i festival di mezzo mondo (Sonar, ATP) si è già data un idea, la stessa carica massimalista si ritrova nei loro dischi, seppure in maniera diversa. Fatta eccezione per Ladybird (su disco quello che sono i live della band: 40 minutes, one riff=evil fun) lungo le tracklist della discografia si passa con disinvoltura attraverso house balorda da 200 lire al chilo, tragedie grind-core, dub clippatissimi e lunghe cavalcate motorik lorde da far schifo. Pezzi lunghissimi, senza capo né coda: come delle finestre spalancate immobili e poi richiuse di colpo su abissi primitivi, sabba di streghe chissà-quando-iniziati e chissà-se-finiranno-mai, tutto sostenuto da un numero imprecisato di batterie, così superflue eppure così stilisticamente essenziali.
Ed è questo il materiale di cui è composto anche l'ultimo lavoro della band 229 2299 Girls Against Shit. Nessuna rivoluzione stilistica, essenzialmente, ma l'ennesima prova di forza, una conferma, se possibile ancora più gonfia di acidi e steroidi. Canzoni (?!) tra le più ispirate della band e un suono meno indulgente che mai, ultra-compresso, sempre sul rosso e sempre sul limite del bang. Una buona occasione, quindi, per ribadire le capacità di una band che continua imperterrita a confezionare merdosi splendori.
Scheda: Shit & Shine
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