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Pubblicazione 20 Novembre 2009

Evangelista, Matteah Baim

Amigdala Theatre, Milano (28 Ottobre 2009)

Torna in Italia l'ensemble di Carla Bozulich dopo la pubblicazione di “Prince of Truth” ed è sempre la solita magnifica intensità.
Evangelista
2009

L'apertura di Matteah Baim si raffredda forse a causa di un pubblico poco numeroso e di qualche problema tecnico inaspettato, ma le canzoni della pittrice newyorchese, già al fianco di Devendra Banhart e di Sierra Cassidy (Cocorosie) nelle Metallic Falcons, arrivano come incompiuti abbozzi folk in punta di elettrica che non scaldano l'anima né la incantano. Ad accompagnarla Rose Lazar con pochi e svogliati ricami di synth, mentre la chitarra si muove tra arpeggi reiterati, accordi quadrati in loop e qualche rumorismo. Non sembra Matteah la stessa delle tante critiche positive ricevute per l'ultimo Laughing Boy, e forse è solo una serata sbagliata, o invece se ella non fosse l'artista newyorchese pittrice-collaboratrice-di-Devendra-e-Sierra ma semplicemente una ragazza di Forlimpopoli con le stesse canzoni deboli non ce la ritroveremmo qui sul palco stasera.

Inutile quindi dire quanto il confronto con gli Evangelista non regga. Carla Bozulich e compagni imbastiscono un set di un'ora soltanto e tale scelta la si comprende a pieno proprio alla fine dell'esibizione, la cui intensità – parola insufficiente per definire un approccio al palco che per la cantautrice in primis è soprattutto una questione estremamente e profondamente umana – raggiunge livelli che di rado si trovano in giro. Coadiuvata dai fedeli Tara Ill Barnes al basso e Dominic Cramp all'organo ed elettronica, con l'aggiunta del cello del nostro Andrea Serrapiglio e del drumming di Young Michael Tracy, l'ex Geraldine Fibbers (alla chitarra) riprende a sorpresa parecchi brani dallo splendido Evangelista più che dall'ultimo Prince Of Truth, tra cui le due ieratiche e strazianti title track e una Pissing dei Low (in medley con Nel's Box) che non ha nemmeno bisogno di estendere più di tanto il proprio crescendo per rapire e trafiggere, tale e tanta è la catarsi che questa donna trova sul palco nel cantare le parole dei brani. Una liberazione la sua che è svuotamento interiore dai demoni di una vita che non lasciano spazio a spiragli di luce ma solo a un vuoto sviscerante e stancante (pare difatti esausta alla fine), a una salvezza che pur essendo solo sopravvivenza redime l'anima.

La coesione tra i membri del gruppo – tutt'altro che dolenti negli spazi tra un brano e l'altro, ma anzi scherzosi tra loro e col pubblico – permettono al noise-folk dei brani in scaletta un'omogeneità perfetta anche nelle parti maggiormente improvvisate. Il drumming e il basso essenziali, irreversibilmente tellurico il primo, perfetto nello spandere bolle di oscurità il secondo, il lavoro multiforme tra rumorismi e calligrafie folk della chitarra, lo spleen sabbatico dell'organo e l'aurea chiaroscurale se non proprio funeraria dipinta dal cello sulla pelle delle canzoni rendono il concerto un'esperienza in cui songwriting, avanguardia, vita e tragedia coincidono. Con il loro spiritual eretico e scatenante gli Evangelista uniscono cielo e terra, per trovarne quella spaccatura dove l'esistenza diviene un passaggio denso e inconoscibile tra nulla e nulla.

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