Uno dei capisaldi di quella che fu, trent'anni or sono, l'avanguardia della New York più arty e tossica va in scena di Lunedì sera al Locomotiv di Bologna; e già questo basterebbe a porre una serie di interrogativi sul ruolo giocato dall'industria della musica live ed il continuo ripescaggio di tutte le glorie del passato. Anche a personaggi considerati icone solo da una ristretta schiera di fedeli, infatti, vengono trovati spazi e momenti deputati, ma ciò non è necessariamente un bene. Ad aprire le danze in questa data c'è un non meglio identificato trio di (free) jazz che non sembra testimoniare altro se non il peso che esperienze come quella di James Chance e soci hanno avuto e tutt'ora hanno su una gamma poliedrica di musicisti ed orchestrali.
Non è dunque un caso se il pubblico – né scarso né copioso – affluito per vedere la ''star'' della serata si riversi davanti al palco quando è effettivamente il turno di quest'ultima. Ad accompagnare il nostro c'è un trio di musicisti francesi (Les Contortions), già da qualche anno backing band nelle sue date europee; lui si presenta come tutti se lo aspettano: chioma folta e scapigliata alla David Lynch, ma con più brillantina, giacca bianca da teddy boy, sax a portata di mano. Quando lo show inizia c'è subito qualcosa che non quadra: Chance sembra un bambino con la luna storta, il suo entusiasmo di stare sul palco scarseggia. Rumors tra la gente dicono che è di cattivo umore perché la sera prima ha dimenticato il suo paio di scarpe preferite nell'albergo a Napoli, o chissà dove.
Purtroppo la prima impressione non sembra venir contraddetta dai pezzi successivi in scaletta; l'alternarsi tedioso tra miti attacchi di funk compulsivo e lenti episodi jazz/lounge non sembra infatti rendere conto di quello che fu il merito primo dell'esperienza dei Contortions: la fusione e la contaminazione barbara tra ritmiche funk, ansietà jazz e insolenza NO. Quasi a riprova di come il passato possa vantare un pedigree che oggi scarseggia ampiamente, i pezzi più coinvolgenti della selezione sono una cover di James Brown (aspra ironia della sorte per lui, l'alter ego James White) e l'immortale Contort Yourself.
Non che lo show sia irrimediabilmente sottotono, solo ad esso manca un ingrediente portante: il punk; il che è facilmente comprensibile se si considerano i tre lustri che separano l'uomo che stasera è sul palco da quello che creava deliberatamente le risse ai suoi concerti con la scusa di abbattere le barriere tra pubblico ed artista. Ciò non di meno, senza il contagio di quel morbo la proposta attuale del gruppo è poco più che mero intrattenimento; piacevole forse per chi apprezza l'aspetto dell'esecuzione musicale, ma piuttosto deludente per chi invece ha sempre visto in personaggi come questo uno schiaffo ed una sfida lanciata, sprezzante, proprio alla musica come intrattenimento e svago.
Scheda: James Chance